E’ l’Italia in cui viviamo

Un bellissimo articolo dall’Unità del 13 novembre segnalatomi solo oggi (grazie Giacomo) e che non può non essere letto. E meditato. E condiviso. (Maurizio Chierici). Da l’Unità del 13 novembre 2006 Pasolini e l’intervista censurata di Maurizio Chierici I ragazzi non lo sanno, ma «allarmi siam fascisti – a morte i comunisti» era l’impegno poetico […]

Pier Paolo Pasolini


Un bellissimo articolo dall’Unità del 13 novembre segnalatomi solo oggi (grazie Giacomo) e che non può non essere letto. E meditato. E condiviso.

(Maurizio Chierici). Da l’Unità del 13 novembre 2006

Pasolini e l’intervista censurata di Maurizio Chierici

I ragazzi non lo sanno, ma «allarmi siam fascisti – a morte i comunisti» era l’impegno poetico delle squadre che marciavano su Roma. Un filmino ne documenta l’impresa. Fa ormai parte della storia d’Italia. Aggrappato al predellino di un camion carico di squadre nere, una camicia nera sventola il manganello. Barba al vento, occhi al fluoro, sorriso dall’ironia che non perdona. Poteva essere il nonno dell’onorevole La Russa. Mussolini stava arrivando in vagone letto. Immagini del passato che Giorgio Bocca riporta a un presente diverso nel colloquio con Fazio durante la trasmissione «Che tempo che fa». Parla del suo libro – «Le mie montagne- gli anni della neve e del fuoco», Feltrinelli – dove raccoglie la memoria dei venti mesi nella Resistenza. Freddo e poche armi, vagabondi nelle vallate del Piemonte tormentato dai massacri. Ma è anche il diario della primavera che scioglie il gelo e scalda il cuore. È il momento (mai più ripetuto, per Bocca) nel quale gli italiani si sono ritrovati senza distinguere ideologie e partiti, uniti nell’impegno di rovesciare “un governo” al servizio degli stivali di Hitler. Bocca scuserà se riassumo così. Più di 40 mila ragazzi sono morti in questo sogno. «E adesso?», vuol sapere Fazio. «Adesso mi accorgo che mezza Italia è rimasta fascista». Bocca è un testimone che non galleggia nell’ipocrisia. Da quarant’anni le sue parole affrontano impietosamente la realtà, ma i tempi televisivi impediscono di spiegare in quale modo continuiamo ad essere «fascisti». Non bastano le maschere giacca e cravatta, o i mea culpa strategici per attraversare a cuor leggero i corridoi delle diplomazie o il Museo dell’Olocausto e il salottino di Condoleezza Rice. La lontananza da una normale democrazia resta profonda anche se vestita in modo diverso. Nelle grandi città e nella politica Tv non è facile scoprirlo. «Fascista» non piace neanche ad Alessandra Mussolini che si offende durante le commedioline domenicali quando Sgarbi provoca con la vecchia parola già scritta nel copione. La trascrizione del nostro tempo preferisce definizioni borghesemente accettabili: conservatori, liberisti, corporazioni, lobbies. Dopo gli opposti estremismi degli anni 70-80 si è aperta la stagione degli opposti egoismi nei quali è nascosto un fascismo dalle apparenze concilianti. Pier Paolo Pasolini ne aveva anticipato l’avvento nel 1975, in un’intervista al «Corriere della Sera», mai pubblicata e spiegherò perché. In quegli anni diventano di moda le feste dell’Unità. Voglia di mescolarsi per ascoltare discorsi e musica; l’ebbrezza di mangiare tutti assieme. In fila, come nelle mense di fabbrica, per comprare pasta, pesce, vino, gomito a gomito col popolo delle canottiere. Le signore dei quartieri rosa della provincia italiana o che uscivano dai palazzi del primo cerchio navigli di Milano o tornavano abbrustolite dal sole della Sardegna, ne erano deliziate. Scoprivano un mondo sconosciuto e gioioso. «Attenzione», ammoniva Pasolini. «Le feste dell’Unità sono cittadelle pulite in un’Italia sempre più sporca, ma una certa parte di chi le frequenta è intimamente disposto a diventare fascista pur di difendere l’auto a rate e la vacanza al mare». Il povero giornalista si rende conto della difficoltà di pubblicare l’analisi senza speranza. Chiede aiuto al vice direttore del Corriere di Piero Ottone, Gaspare Barbiellini Amidei, il quale lo invita a tornare da Pasolini pregandolo di ammorbidire, ma Pasolini non ci sta: «O pubblicate per intero quanto ho detto o racconterò della vostra censura ad altri quotidiani». E il giornalista trasforma la registrazione in un ricordo. L’articolo resta sulla macchina da scrivere.


Guardandoci attorno, trent’anni dopo, ci chiediamo se la visione di Pasolini esplicitava un pessimismo irragionevole. Aveva ragione per il Bocca scontento di oggi, e la ragione si ritrova nei confronti quotidiani che accompagnano la nostra vita. Il fascismo 2000 é cominciato con l’indifferenza trasmessa blandamente dai padri ai figli. E si è trasformata in una religione. Il denaro, tanto denaro, diventa l’obiettivo irrinunciabile della nuova civiltà. Le idee, e l’informazione che le trasmettono, sono gadgets secondari da seppellire nell’irruenza dei profeti del consumismo. Stiamo allevando una generazione con questi comandamenti. Consumare per essere; il resto non vi riguarda. Giulia Maria Crespi, voce di una Milano che sopravvive alla città da bere, fa sapere che l’otto per mille pagato da chi paga le tasse per dare almeno una tenda, un piatto di minestra, acqua che si può bere e un paio di scarpe, a un miliardo di poveri o profughi delle guerre che esportano la democrazia; un otto per mille che prova a salvare la natura dai mattoni della speculazione; questo otto per mille fa marciare i carri da combattimento Ariete e paga armi e stipendio alle truppe di

Nassiriya. Dove ci siamo acquartierati per difendere il diritto conquistato dall’Eni anni Settanta: sfruttare il mare di petrolio nascosto sotto la sabbia. Affari, affari, coperti dalla bandiera e dall’onore della patria quando si muore. Qualche sacrificio può essere indispensabile al benessere di chi fa marciare il paese. Nessuno che conta pensa il contrario. L’Unità lo aveva fatto sapere due anni fa, 5 luglio 2004, prima pagina. Ma i politici al governo non se ne sono accorti. Disattenzione che é solo l’imbroglio del governo Berlusconi al contribuente onesto, o la parola è diversa?
La disattenzione sta diventando il peccato mortale organizzato per il futuro. Abituiamo la classe dirigente di domani a non guardare, soprattutto a non meravigliarsi quando sa. Se ambizioni superiori pretendono un po’ di sangue, non facciamone una tragedia. Bandiere e fanfare sono pronte a consolare: celebriamo e seppelliamo. L’economia non si scandalizza per il sacrificio dei soldati mandati in prima linea con proiettili all’uranio impoverito. Quanti italiani sono morti dopo il ritorno dalla guerra nei Balcani? Agonie misteriose, famiglie disperate, ma gli alti comandi militari non riconoscono colpe. In fondo dovremmo essere orgogliosi di armare i nostri uomini come i Rambo fosforescenti di Fallujia per far dimenticare le scarpe di cartone delle truppe mussoliniane. Sprofondavano nel fango di Grecia e Albania coi piedi fasciati di stracci. Resta il dubbio: forse i proiettili all’uranio impoverito allungano ai nostri giorni lo stesso disprezzo per la vita degli altri. Conta solo la vittoria e gli appalti che vengono dopo. La nazione madre delle pallottole avvelenate sta scoprendo un altro dramma. Sempre individuale, quindi non fa scandalo. Il Veteran for Common Senal Usa, e Lou Gherig dell’Istituto di Medicina di Washington, stanno segnalando malattie degenerative delle quali soffrono i reduci dall’Iraq. Colpiscono il sistema nervoso con sclerosi amiotrofica laterale che distrugge gradualmente la capacità di restare persone. Diventano tronchi umani che scivolano in una morte inconsapevole. Uranio arricchito, il sospetto. Ai primi cinquecento casi se ne sono aggiunti altri tremila appena la notizia è apparsa sui giornali. E le denunce continuano, ma senza suscitare grandi apprensioni perché delle guerre si discutono soprattutto successi e strategie. Le vittime restano numeri confusi nelle statistiche pasticciate: 150 o 175 mila morti civili attorno a Bagdad? Tanti abitanti come Busto Arsizio dispersi nella contabilità difettosa senza suscitare curiosità. In verità nessuno ne è davvero interessato anche perché le notizie incalzano e la memoria non tiene il passo come previsto dalle democrazie decisioniste. Per non parlare della tortura, ancora questa vecchia storia! Meglio ripiegarla nelle pagine interne. Un lager al giorno, i nomi si confondono: nelle memorie sopravvive Guantanamo grazie a «Guantanamera» canticchiata dai vacanzieri sulle spiagge di Cuba. L’informazione si preoccupa di raccogliere l’attenzione dei ragazzi nelle abitudini dei consumi, così non pensano e non si sconvolgono. E comprano, per lo meno avrebbero voglia di comprare. Non tutti … Si é bruciato il piacere del raccontare le emozioni che ogni scoperta sollecita nella giovinezza aiutando a crescere nel rapporto con la realtà. C’è ancora chi scrive da viaggi o vacanze lettere agli amori o agli amici? Le foto del telefonino sbrigano la pratica: hai visto dove sono? Pochi sentono il bisogno di diventare testimoni consapevoli del tempo. E per sfuggire agli egoismi brutali della società dei manager, si rifugiano nella caricatura del cyber boy il quale amplifica il simulacro eliminando gli altri sensi: voci sconosciute, profumi mai respirati. E gli stadi diventano vuoti perché Tv e computer portano la partita in casa. Da godere nella solitudine e nel silenzio. Narici e tatto elettronici possono bastare. Virtualità di una vita che altri immaginano per loro. Il mercato diventa la cornice obbligata nella quale è previsto debbano crescere in bell’ordine i «nuovi» di domani. Non sempre ci stanno in quanto la vita annunciata va nutrita con guadagni ormai immaginari in un paese dove sette milioni di persone sono povere e altri sette milioni vivono sull’orlo della miseria. Lo dice l’Istat. Passati i trent’anni, ragazze e ragazzi sopportano la precarietà dei call center perché le pensioni dei nonni e gli stipendi dei padri non bastano a impostare una vita normale: casa, figli. Ecco perché diventa importante distrarli con le avventure degli altri. L’indignazione di Briatore che sbarca dalla portaerei delle vacanze per protestare contro chi rincara in Sardegna il diritto d’asilo delle barche di lusso; o amori e immagini di ragazze disposte a non essere donne ma pezzi di carne Tv pur di scalare il paradiso del benessere. Tutto questo non è né male né bene: è solo il futuro disegnato da chi rappresenta la vita nei conti in banca. E se il piatto dei ragazzi piange, la tentazione delle scorciatoie o la rabbia di chi osserva il lusso dei privilegiati, diventa l’inciviltà della sinistra radicale. Cominciano i brontolii: domande che si moltiplicano senza ascolto. Giorgio Bocca crede di aver capito quale società sta costruendo la classe dirigente sopravvissuta negli imperi mediatici malgrado abbia perso le elezioni. Il suo opposto egoismo raccoglie consensi giocando sulla paura che inquietava Balzac: si è disposti a qualsiasi delitto per difendere la carrozza appena comperata. È sufficiente confondere la cultura della illegalità con patriottismo, liberismo, eccetera. Tanto per essere concreti: chi non paga le tasse è furbo o fascista new age?

 

Maurizio Chierici

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