La volpe che amava i libri

Se avete interessi simili ai miei, è probabile che abbiate già sentito parlare di questo titolo, La volpe che amava i libri. Trovate svariati articoli che ne parlano, molta la pubblicità con cui la casa editrice sta spingendo questo titolo, ma ancora pochissime vere recensioni: l’unica in cui io mi sia imbattuta è una recensione […]

Se avete interessi simili ai miei, è probabile che abbiate già sentito parlare di questo titolo, La volpe che amava i libri.
Trovate svariati articoli che ne parlano, molta la pubblicità con cui la casa editrice sta spingendo questo titolo, ma ancora pochissime vere recensioni: l’unica in cui io mi sia imbattuta è una recensione di Lorenza Zanca su OctoNet, con cui mi trovo profondamente in disaccordo. Senza nulla togliere all’opinione di Lorenza, vorrei provare a colmare questo vuoto aggiungendo anche la mia opinione.
Perché ho adorato La volpe che amava i libri di un amore che (quasi) non ha riserve.

Ma parlare di questo libro diventa difficile, forse, senza parlare prima un poco del suo autore, Nicola Pesce.
Nicola Pesce è quel “NP” dietro alla casa editrice indipendente Edizioni NPE, una delle più belle realtà italiane nel deprimente panorama del fumetto: hanno collane monografiche dedicate a maestri come Dino Battaglia, Ivo Milazzo, Sergio Tisselli e l’inarrivabile, compianto Sergio Toppi, ma hanno pubblicato anche lavori di autori forse più noti al grande pubblico, come Jacovitti. Hanno un nutrito filone horror, all’interno del quale figurano anche alcuni notevolissimi titoli di prosa come il delizioso I Luoghi di Lovecraft e Vampiri: dove trovarli. Ci raccontano un poco di loro sul loro profilo Instagram.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Edizioni NPE (@edizioninpe)

Per capire La volpe che amava i libri, tuttavia, conoscere la “sua” casa editrice non basta: quello che Nicola Pesce vuole raccontarci di sé, quello che vuole raccontarci di sé, appare sul suo profilo personale, in cui alterna da sempre splendide foto di biblioteche e stanze di vita quotidiana.
Si definisce «un uomo grande, grosso e buono» e ogni giorno ci propone con naturalezza le sue contraddizioni: amante della gentilezza e praticante di pugilato, ma sempre con galanteria, da gentiluomo britannico; ama i libri, dice di detestare quelli con una trama, e poi ci parla di Dostoevskij come si parlerebbe di un amico; non si cura di piacere alla gente, eppure dedica post interi per raddrizzare un commento sbagliato, per rispondere ad un’opinione superficiale. Nicola Pesce, il personaggio che ci mostra di sé, è un personaggio stratificato e contraddittorio, ma nel modo splendido e delicato di un ecosistema strambo, in cui magari ci sono fiori che vogliono rimanere senza colore e poi sono le foglie a sorprenderti.
La volpe che amava i libri è un po’ così: contraddittorio e dolce, delicato e sferzante, straordinariamente intenso a momenti mentre, in altri sembra fermarsi a pensare insieme a noi, proprio come un amico seduto accanto al fuoco.

Eppure, nonostante io segua l’autore da tempo (sono una di quegli strani animali che leggono le didascalie sotto ai post di Instagram) questo è il primo libro cui mi avvicino. Perché? Perché Nicola Pesce ci racconta sempre di non voler scrivere romanzi con una trama, di rifuggire «come la peste» i colpi di scena e questo tipo di trovate narrative. Un’altra contraddizione, per un editore di fumetti? Forse. Una trappola? Più probabile.
Di altri sui titoli come Il fiato di Edith mi ha sempre detto “stanne alla larga” e io, che leggo trattati sul folklore giapponese tanto quanto thriller di Tom Clancy, ho sempre accettato il consiglio.
Questa volta però, “questa volta” – ho pensato – “caro Nicola, non mi inganni”.
E questo è stato ciò che mi ha convinta a comprarlo.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Nicola Pesce Libri (@nicolapescehimself)

Se volete una trama, lasciate perdere.
Se volete essere cullati da una buona storia, io ci ho provato.

Perché la verità è che non c’è differenza. Un buon romanzo, che tratti di intrighi internazionali e sparatorie, di astronavi che esplodono o di donne che escono a comprare dei fiori, oppure di animali che conversano nel freddo siberiano. Un buon romanzo è un buon romanzo quando… ma questo ce lo dirà la volpe. Sì, proprio la volpe che amava i libri.


La volpe che amava i libri: la struttura e lo stile

Potremmo dire che il libro si divide in tre parti e nei primi quattro capitoli ci prendiamo il tempo di iniziare a conoscere Aliosha, la volpe del titolo. Aliosha è una volpe diversa da tutte le altre, perché ama i libri: ne ha rinvenuto uno, che l’autore delicatamente ci suggerisce essere Il Piccolo Principe, e con sua grande sorpresa si è trovata a scoprire che esistevano molti di quegli strani oggetti, di diverse forme e dimensioni, alcuni illustrati, altri no. Aliosha inizia la sua storia come il ladro del folklore russo, quel Renart di ascendenze medievali che ci si potrebbe aspettare in un romanzo che tratta di animali, ma evolve molto rapidamente in qualcosa di diverso, proprio a causa dei libri che ruba. E il primo segno del suo cambiamento è proprio l’atto di riportare, dopo averlo letto, il libro che sottrae in una povera capanna che sarà bene non dimenticare.

Rubare il cibo era una cosa, rubare un libro un’altra.

In questi pochi capitoli, abbiamo già modo di assaggiare molto dello stile che ci accompagnerà per tutto il romanzo. Contemporaneamente audace e timido, l’autore ci regala momenti memorabili e frasi che sembrano strutturate apposta per essere estrapolate dalla storia e citate, ma in altri punti sembra quasi vergognarsene e volersene scusare, mitiga i suoi personaggi chiamandoli “animaletti” – fingiamo pure che non siano umani quanto me e lui – e spesso la sua prosa muta in quella di un racconto per bambini, quasi sorridendo d’imbarazzo. Fa tutto parte del gioco. È tutto parte del percorso che attraverseremo con questo libro, insieme alla volpe nel profondo della sua tana. Così come fanno parte del gioco le “note del traduttore”, in cui si parla dell’origine dei nomi, dell’intraducibilità di alcuni passaggi, quasi si trattasse davvero di un romanzo russo.

Illustrazione di Kim Min Ji al Piccolo Principe edito in Corea da Indigo

La prima sezione, quindi, molto brevemente ci presenta la volpe e ci accompagna attraverso il suo percorso di maturazione da «volpe come tutte le altre», cosa che chiaramente non è stata davvero mai, a «volpe che amava i libri». E questo suo amore per i libri ha scavato un solco tra lei e i suoi simili: «il mondo si era fatto più grande e più bello», lo guardava con occhi diversi ora che aveva letto quel libro, ma le sue amiche non potevano capire. La troviamo quindi sola, in una tana preparata per cullarla durante il lungo inverno siberiano. Un inverno in cui progetta di leggere, in dolce solitudine. Chiaramente le cose non andranno come si aspetta.

Il cuore del romanzo è rappresentato dall’arrivo nella tana di un topolino sperduto e spaurito, il piccolo Musoritz. La storia raccontata da lui ci terrà compagnia fino al capitolo XXV ed è una storia fatta di colpi di scena, inseguimenti, battaglie terribili tra il bene e il male. Anche se l’autore mi odierà per questo. Ma, soprattutto, è la storia di un amore sconfinato tra il topolino e la sua piccola umana, una ragazzina dai capelli rossi come in ogni amore impossibile. Una storia di tradimento e colpa.
Musoritz, raccontandoci le sue peripezie dal suo punto di vista, ci regala alcuni dei momenti più toccanti del romanzo, dalla battaglia con se stesso alla sua fuga nella foresta.

The Mice Hear Simpkin Outside c.1902 Helen Beatrix Potter 1866-1943 Presented by Capt. K.W.G. Duke RN 1946 http://www.tate.org.uk/art/work/A01105

Ma né Aliosha né Musoritz però possono davvero crescere senza lasciar entrare un altro elemento nella loro vita ed è nella terza sezione che incontriamo l’ultimo personaggio, il corvo Ptiza. Arrabbiato e distante, violento, fumatore di pipa. Ptiza ha deciso di non affezionarsi a nulla, perché nulla merita il suo attaccamento. Ama viaggiare – no, non ama, perché non è una parola che nel romanzo vediamo usare alla leggera – viaggia distante, in alto, senza voler incontrare la gente. Ed è proprio lui a spingere Aliosha a guardare nel profondo di se stessa, a perlustrare corridoi in cui non potremo che affacciarci (cosa è accaduto con suo fratello? e il suo grande amore perduto? ce ne parlerà mai?).

Quando l’epilogo, dirompente e distruttivo, chiuderà il cerchio di luoghi appena intravisti e personaggi appena sfiorati, anche noi come Aliosha, come Ptiza, ci renderemo conto di doverli guardare con occhi differenti, di non averli davvero guardati, la prima volta. E ci renderemo conto che, in quella tana siberiana, anche noi siamo stati un poco salvati dalle storie del piccolo Musoritz, dal calore delle attenzioni di Aliosha, dal coraggio e dalla fierezza di Ptiza.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Chiara C. Rizzarda (@crshelidon)

«Lascia stare i libri,» disse, «adesso è il momento di vivere!»

Senza rovinare troppo del romanzo, questo è tutto quello che posso dirvi.
Se amate Il Vento tra i Salici – e ormai sapete che io lo adoro – in questo romanzo troverete molti echi di quel mondo: un mondo gentile in cui gli animali si accolgono a vicenda e aprono il loro cuore, ma non senza le incertezze e le difficoltà degli esseri umani; un mondo freddo e terribile, in cui le parole sono come un artiglio; un mondo struggente e dolce, in cui una lucciola stanca può diventare una lanterna. Un mondo con meno malizia, forse, e con una purezza che gli uomini hanno perduto. Anche nell’essere crudeli.
Se amate La Collina dei Conigli, in questo romanzo troverete quegli Argomenti, quelli con l’iniziale maiuscola (se solo l’italiano lo consentisse): il coraggio di essere se stessi e di affrontare il rifiuto, la ricerca di un luogo cui appartenere, la lotta tra il bene e il male che abitano dentro ciascuno di noi.
Se vi ha interessato quello che vi ho raccontato su Catfish Bend, se siete sensibili a quelle atmosfere incantate e se anche voi pensate che nulla è più potente di una lente, per ingrandire ciò di cui si fa fatica a parlare, La volpe che amava i libri è quella lente, la lente della fiaba.

Consigliato.
No.
Di più.

Ora non mi resta che rileggere le Fiabe di Puškin.

L’illustrazione nel titolo è di Ivan Bilibin.

2 Comments

  1. Non leggo mai le recensioni dei miei libri, perché quando “escono fuori” non sono più miei. Ma questa mi ha toccato il cuore fin dalle prime righe. Grazie ❤️
    Nicola

    1. Grazie a te. È sempre difficile parlare del lavoro di altri, specialmente quando è un lavoro in cui l’autore ha aperto il cuore, perché ho sempre timore di essere invadente e indelicata. E con un libro tanto delicato mi sarebbe dispiaciuto molto. ♡

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.