Riguardo agli studi culturali

Dal Manifesto del 7/11. Nel laboratorio degli indisciplinati – Massimiliano Guareschi e Federico Rahola Cultural Studies, o studi culturali. La prima domanda che si pone è ovvia: che cosa sono? Stando al significato più immediato della formula, il riferimento non potrebbe che apparire generico. In fondo, che cosa hanno fatto per secoli le cosiddette scienze […]

Dal Manifesto del 7/11.

Nel laboratorio degli indisciplinati – Massimiliano Guareschi e Federico Rahola
Cultural Studies, o studi culturali. La prima domanda che si pone è ovvia: che cosa sono? Stando al significato più immediato della formula, il riferimento non potrebbe che apparire generico. In fondo, che cosa hanno fatto per secoli le cosiddette scienze umane o sociali, se non studiare la o le culture? Lo notava Maurizio Ferraris che, parlando di università modello Ikea, notava con disappunto il proliferare – fra nuovi corsi, moduli e master – di insegnamenti che nella titolazione marcavano la loro differenza definendosi in termini di studi culturali. Pierre Bourdieu da parte sua (e forse, sciovinisticamente, pro domo sua) scorgeva nell’etichetta una semplice manifestazione dell’imperialismo culturale anglosassone, una formula vaga e accattivante per accreditare sul mercato accademico indirizzi di ricerca privi di ogni reale «scientificità» sociologica. Tutto ciò, ovviamente, dal lato degli scettici, dei critici. Su un altro versante non mancano coloro che, all’opposto, individuano nei Cultural Studies la rubrica generale nella quale inscrivere una pluralità di approcci in grado di definire nuovi oggetti, di riformulare la geografia dei saperi, di rinnovare profondamente i quadri dell’analisi sociale, storica e letteraria superando la sclerotizzazione delle partizioni disciplinari, dei canoni consolidati e dei punti di vista privilegiati. Da Stuart Hall al Dance Hall. Notoriamente l’Aston Villa, nonostante le gloriose tradizioni, non vince mai niente di importante. È una squadra di media classifica, il cui giocatore più acclamato degli ultimi decenni pare sia un certo Gordon Cowans, la cui permanenza per qualche anno nel Bari non ha lasciato segni indelebili nel calcio italiano. Se le soddisfazioni calcistiche sono scarse, a dare lustro a Birmingham nel mondo, almeno in quello accademico, sono stati i nomi di Richard Hoggart, Raymond Williams, Stuart Hall. Quando si parla di Cultural Studies, è da lì che si parte. Sono i primi anni Sessanta e, all’interno di un ambito di studi di carattere letterario, si produce un riorientamento dall’analisi delle «sequenze dei capolavori» all’interesse per la cultura delle classi subalterne, ovviamente della working class britannica. Nella raccolta di saggi Politiche del quotidiano. Culture, identità e senso comune, da poco uscita in Italia per il Saggiatore, e nel volume Il soggetto e la differenza, edito da Meltemi, lo stesso Stuart Hall colloca la nascita dei Cultural Studies all’insegna della dissoluzione del loro oggetto. Nel momento in cui il fuoco analitico si impegna a sondare e valorizzare l’autonomia culturale della classe operaia dell’Inghilterra industriale, il referente si sgretola, l’impatto della società dei consumi e degli immaginari giovanili dissolve un mondo, uno stile di vita, lo riduce a residuo o nostalgia. I colletti blu si sbiancano e allungano nella camicia del mod, figlio delle classi subalterne inquietante per la ricercata eleganza in stile Simon Templar con cui gira anche nei giorni feriali. La stessa cultura della working class si riduce a icona, giocata all’interno delle più diverse combinazioni stilistiche. Addirittura a brand: le Doctor Martens e la Fred Perry degli skin, parte integrante del ritorno idealizzato a uno stereotipo di appartenenza di classe mai esistito in quella perfezione formale. La riterritorializzazione mitica, tuttavia, si sottrae alla regressione identitaria e all’impasse antiquaria grazie alle risorse dell’ibridazione. La maschera idealizzata della working class bianca si muove infatti al tempo del northern soul o del rocksteady e guarda con occhi ammirati al rude boy giamaicano. La nuova parola d’ordine dei Cultural Studies sarà allora sottoculture. Qualche nuovo ingrediente – la scoperta anglosassone di Antonio Gramsci, il marxismo althusseriano e la semiologia di Roland Barthes – e il discorso si sposterà sulla resistenza attraverso i rituali, sulla guerriglia semiotica messa in scena dai comportamenti giovanili, sulla risignificazione dei consumi dal basso. Encoding e decoding saranno poi i concetti che presiederanno a una riconsiderazione dell’interazione fra pubblico e media aggirando le ipoteche delle letture «unidirezionali» in termini di ago ipodermico, di meccanico travaso di contenuti dall’emittente al destinatario o di moralistica stigmatizzazione dell’abruttimento delle masse nell’era del consumismo. Sempre seguendo il filo della ricostruzione proposta da Stuart Hall, altri momenti critici nello sviluppo dei Cultural Studies britannici saranno rappresentati, in sequenza, dall’irruzione del femminismo, poi del tema della razza e infine della «svolta testuale». Si parlava di Cultural Studies inglesi, e non a caso. A partire dagli anni Settanta però Birmingham si dissemina. Soprattutto varca l’Oceano. Negli Stati Uniti, nella realtà separata del campus, la dimensione testuale assume un ruolo dominante. Alla sottocultura si sostituisce la minoranza. Dall’Inghilterra non mancano riserve nei confronti di simili sviluppi, che allontanerebbero i Cultural Studies dalla loro originaria vocazione a cogliere e tematizzare gli intrecci fra livello culturale e sociale consegnandoli a una apoliticità sostanziale a cui corrisponde un radicalismo verbale e verboso. La rivolta dello stile. Negli ultimi anni anche in Italia si sta manifestando un crescente interesse, nei più svariati ambiti, nei confronti del Cultural Studies. Come spiega Iain Chambers, proprio l’Università in cui insegna Studi postcoloniali, l’Orientale di Napoli, ha svolto un ruolo pionieristico per l’acclimatizzazione nel nostro paese di simili indirizzi: «Da almeno trent’anni, nell’ambito degli studi di anglistica si sono sviluppati stretti rapporti fra l’università degli studi l’Orientale e il Center for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. Raymond Williams e Stuart Hall sono venuti spesso a Napoli». Sul versante editoriale, alle iniziative meritorie e isolate degli anni Settanta (come la traduzione einaudiana di Cultura e rivoluzione industriale di Raymond Williams) era seguito negli anni Ottanta l’interesse della casa editrice genovese Costa&Nolan nei confronti di alcuni dei più rilevanti studi riguardanti le sottoculture e gli stili giovanili. Venendo all’oggi, si può segnalare l’intensa attività svolta da Meltemi, a cui si deve la traduzione di importanti testi di Paul Gilroy, Gayatri Spivak, Dipesh Chakrabarty, Robert Young, Partha Chatterjee, nonché l’ampio spazio concesso a produzioni italiane fra le quali si può citare il Dizionario degli studi culturali curato da Michele Cometa. In tempi più recenti, anche il Saggiatore ha proceduto al varo di una specifica collana, chiamata appunto Cultural Studies, aperta dall’interessante volume curato da Jennifer Guglielmo e Salvatore Salerno Gli italiani sono bianchi. Come l’America ha costruito la razza. «Studi culturali» è poi il nome di una rivista edita dal Mulino, sorta con l’intento di fornire uno «spazio in cui tradizioni disciplinari diverse possano confluire in (…) un laboratorio di pensiero collettivo sulla cultura e le sue molteplici forme, sensibile al contesto spazio-temporale in cui opera e capace di interrogarsi riflessivamente sui propri fondamenti». Come specifica uno dei fondatori della rivista, Sandro Mezzadra, l’intento non è quello di funzionare come agenzia di diffusione nel nostro paese di una fantomatica nuova disciplina, quanto di fornire uno spazio di confronto sui temi che si raccolgono intorno al significante cultura. In tale ambito, ovviamente, «non si può evitare il confronto con gli indirizzi di ricerca che si raccolgono sotto l’etichetta Cultural Studies». Come spesso accade a fronte di una proposta teorica che si autorappresenta come «forte», alle sollecitazioni provenienti dai Cultural Studies sono corrisposte reazione opposte. All’entusiasmo di chi è sempre pronto a compiacersi per l’opportunità di sprovincializzazione che alla scena culturale del nostro paese sarebbe offerta dal confronto con i più avanzati approcci maturati all’estero, si contrappone lo scetticismo oscillante fra la denuncia dell’imperialismo culturale anglosassone, l’ipotesi à la Bourdieu, e la sottolineatura di come le novità proposte sarebbero solo presunte, specie se raffrontate a precedenti in cui le esigenze intorno a cui si coagula la galassia Cultural Studies avrebbero trovato un’ampia e ricca articolazione. In tal senso, entrano inevitabilmente in gioco una serie di questioni relative alla differente strutturazione, specie in relazione all’eredità dello storicismo, di un ampio spettro di discipline, spostando sul piano delle scienze umane, con le opportune differenze, la contrapposizione filosofica fra analitici e continentali. Quanto da un punto di vista anglosassone può assumere il sembiante della novità, della rottura con consolidate tradizioni accademiche o culturali, ad altre latitudini può apparire con una ben diversa fisionomia. In cerca di legittimità. Alessandro Portelli, docente di Letteratura angloamericana all’università di Roma La Sapienza e autore di numerosi studi sulla cultura afroamericana, la storia orale, le relazioni fra «testo» e «voce», rappresenta senza dubbio, per il carattere dei suoi interessi, un interlocutore fondamentale per comprendere il significato che possono rivestire i Cultural Studies nello specifico dello scenario italiano. Come ricorda lui stesso, qualche anno fa, incontrandolo, l’antropologo Vincenzo Padiglione gli avrebbe detto: «Adesso ho capito che cosa stavi facendo fin dal 1972, i Cultural Studies». A parere di Portelli, «non si può guardare che con favore alla diffusione in ambito accademico di orientamenti riferibili ai Cultural Studies, che si fanno portatori di una messa in discussione di barriere, per esempio fra popular culture e cultura alta, particolarmente forti in Italia. Certo, in proposito gli equivoci non mancano. In particolare – continua Portelli – spesso si assiste, non solo nel nostro paese, alla tendenza a una sorta di elitarismo di ritorno, alla legittimazione dello studioso a partire dalla legittimazione di ciò che si studia». Per Portelli questa è un’attitudine che «conduce non solo ad attribuire, lecitamente, a un determinato autore o fenomeno la dignità di essere oggetto di ricerca, ma anche a investirlo di significati, estetici o politici, del tutto arbitrari o esorbitanti. In sintesi, va benissimo studiare lo ska, anche se non necessariamente gli si deve conferire il ruolo di grande innovazione musicale del secolo». L’attenzione verso il «popolare», termine su cui molto hanno dibattuto studiosi come Terry Egleton e Edward P. Thompson, diventa in questo caso un’adesione critica a quella che Stuart Hall ha chiamato «l’esperienza come vissuto» e non come prodotto di relazioni sociali. E che corre il rischio di un’adesione acritica rispetto all’artefatto culturale studiato. «In tal senso – afferma Portelli – mi sembra che in Italia si sia passati da una situazione, fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, in cui si cercava in qualsiasi cosa il pelo nell’uovo, per denunciare la presenza di una componente socialdemocratica o reazionaria, a un atteggiamento opposto, in cui a tutto possono essere attribuiti significati positivi, radicali, emancipativi». Un esempio ancora più diretto di questo atteggiamento il docente romano lo vede in alcune giudizi tranchant che coinvolgono anche le scelte in materia di tifo calcistico. «Da sempre – afferma Portelli – il fatto che sia tifoso della Lazio suscita un notevole sconcerto. La mia risposta è che non si può affermare che tutti i laziali sono fascisti, che le cose sono complesse, che si deve tenere conto del carattere composito del soggetto moderno e così via. Da qui però a giungere a negare l’esistenza di qualsiasi problema, di qualsiasi zona d’ombra, il passo è lungo». Gramsci, Bosio e altre storie. L’interesse per le classi subalterne, per il punto di vista di classe, per le relazioni fra culture subalterne ed egemoniche ha caratterizzato in Italia diverse tradizioni di ricerca, ad alcune delle quali lo stesso Portelli ha significativamente contribuito. Di conseguenza, l’interrogativo non può che riguardare quanto di specifico i Cultural Studies hanno apportato su questo terreno già ampiamente dissodato. «Il nodo gramsciano della relazione fra culture egemoniche e subalterne, integrato con l’attenzione nei confronti dell’impatto della cultura di massa, in effetti si collocava alla base delle ricerche sul campo da noi condotte nei primi anni Settanta. Il nostro modo di procedere era tuttavia in primo luogo empirico e, visto retrospettivamente, manifestava un deficit di teoria, per colmare il quale il patrimonio dei Cultural Studies si rivela decisamente significativo. Certo, si potrebbe aggiungere che in quegli ambiti oggi si sconta spesso un eccesso di teoreticismo, spesso del tutto vacuo, leggibile come portato dell’impatto del decostruzionismo in alcuni ambienti accademici americani. Venendo poi alle correnti che hanno anticipato i percorsi dei Cultural Studies o, autonomamente, si sono mossi lungo direttrici parallele i nomi che vengono in mente sono in primo luogo quelli di due autori per molti versi distanti uno dall’altro, Antonio Gramsci e Gianni Bosio, e a fra i due Ernesto De Martino. La convergenza si ha su una visione non essenzialista ma relazionale della classe e della cultura, analoga a quella sviluppata da Edward. P. Thompson in The Making of the English Working Class. La classe – ricorda Portelli – non è data in quanto tale ma si costruisce attraverso una serie di relazioni, di processi culturali. Lo stesso vale per altri costrutti come il genere o la razza. Un discorso particolare andrebbe fatto invece per l’opera di Danilo Montaldi, sul cui valore non si possono certo avanzare riserve, ma che nell’ottica del ragionamento che stiamo sviluppando appare concentrata non tanto su una dimensione analitica relazionale, in cui entrano in gioco più poli, quanto sulla ricerca e la valorizzazione dell’autonomia della cultura popolare, del mondo dei subalterni. In questo senso accosterei Montaldi ad autori quali Rocco Scotellaro o Manlio Rossi-Doria. E per certi versi anche a Bosio, in cui tuttavia, anche per questioni di militanza, si ha comunque una costante tensione fra politica istituzionale e vissuto di classe». A questo punto, Portelli sembra volersi prendere una sorta di rivincita legata al tifo calcistico. E così, nel descrivere la complessità della figura di Bosio parla dello sconcerto che suscitò in lui l’apprendere che era juventino: «Un ulteriore indizio del carattere composito del soggetto moderno». (1/continua)

I testi degli studi culturali
Le opere più significative della scuola di Birmingham, oltre ai recenti volumi di Start Hall «Politiche del quotidiano» (Il Saggiatore) e «Il soggetto e la differenza» (Meltemi), sono «Cultura e Rivoluzione industriale» (Einaudi) di Raymond Williams, «Proletariato industriale e industria culturale» (Officina) di Richard Hoggart, «Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale» (Costa&Nolan) di Dick Hebdige, «Rivoluzione e classe operaia in Inghilterra» (Il saggiatore) di Edward P. Thompson. Per quanto riguarda la genesi italiana, vanno ricordati «Dizionario degli studi culturali» (Meltemi) di Michele Cometa, «Il testo e la voce» (manifestolibri), «La linea del colore» (manifestolibri), «Biografia di una città» (Einaudi) di Alessandro Portelli, «L’intellettuale rovesciato» (Jaca Book), «Comunicazione di classe e cultura di classe» (La Nuova Italia), «Il trattore di Acquanegra» (De Donato) di Gianni Bosio, «Militanti politici di base» (Einaudi), « Bisogna sognare. Scritti 1952-1965» (Colibrì), «Autobiografia della leggera» di Danilo Moltaldi (Einaudi). Per le critiche di Pierre Bourdieu ai Cultural Studies: Loic Wacquant «Le astuzie del potere. Pierre Bourdieu e la politica democratica»

Aggiornamento:
Dal Manifesto dell’11/06

Ai confini del canone Massimiliano Guareschi e Federico Rahola
Il dibattito riguardante i Cultural Studies è per definizione trasversale. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che il richiamo all’interdisciplinarità e all’esigenza di superare le partizioni fra i saperi e i canoni stabiliti costituisce la cifra condivisa a cui risulta possibile ricondurre il variegato spettro di proposte raccoglibili sotto l’etichetta «studi culturali». L’impatto su superfici eterogenee, tuttavia, produce esiti e suscita problematiche assai differenti. Se in alcuni ambiti le sollecitazioni provenienti da oltremanica o da oltreoceano (Atlantico o Pacifico) appaiono come un vettore di rinnovamento dei quadri analitici e problematici, in altri la reazione è improntata allo scetticismo, con un arco di posizioni che va dalla constatazione secondo cui «in fondo noi queste cose le facevamo già» a esplicite accuse di eclettismo facile, di pretenziosità o addirittura di dilettantismo. La questione della ricezione italiana dei Cultural Studies non può quindi che riformularsi segmentandosi in una pluralità di interrogazione relative al loro impatto, in termini di reagente, su contesti disciplinari caratterizzati da tradizioni, logiche e rapporti di potere assi differenti. Sandro Mezzadra, docente all’Università di Bologna ed è fra i promotori della rivista «Studi culturali» puublicata da Il Mulino, dichiara di non avere avuto fino a qualche anno fa alcuna particolare dimestichezza con quell’ambito di ricerca. «Poi, occupandomi di migrazioni, ho cominciato a leggere i libri che negli scaffali delle librerie dei paesi anglosassoni si trovano nella sezione Cultural Studies, sviluppando un particolare interesse nei confronti degli studi postcoloniali». A parere di Mezzadra per valutare la rilevanza attribuibile ai Cultural Studies è necessario partire dal ruolo strategico assegnabile nell’odierna congiuntura alla «cultura». «Si tratta di un tema che rappresenta oggi una posta in gioco centrale, dal punto di vista non solo ‘scientifico’ ma anche politico. Gli esempi possono essere diversi. Prendiamo la guerra, in relazione alla quale imperversano letture in chiave culturalista (è quasi inutile citare lo «scontro di civiltà»), o le tematiche legate all’immigrazione, con il dibattito sull’identità e il multiculturalismo. Altra questione: il lavoro, in cui l’elemento culturale e l’implicazione soggettiva svolge un ruolo sempre più cruciale, come mostrano, per esempio, Boltanski e Chiappello, che in Le nouveau esprit du capitalisme elevano l’industria culturale da semplice settore produttivo a vero e proprio paradigma della fase postfordista. A fronte della centralità che la cultura, l’identità e la soggettività rivestono in un ampio spettro di questioni risulterebbe assurdo non tenere conto dagli archivi che in proposito nel corso degli ultimi decenni sono stati sedimentati dalle correnti riconducibili ai Cultural Studies». Il muzak teorico. Sandro Mezzadra rappresenta senza dubbio un interlocutore adatto per discutere circa i rilievi critici che più spesso vengono mossi agli approcci «culturologici». Un gioco di parole sembra esprimere l’esito paradossale a cui sembrano approdare molte traiettorie di ricerca rubricabili nell’ambito Cultural Studies: dalla ricerca sul campo alla ricerca del campo. La retorica della critica alle partizioni disciplinari, a cui spesso viene attribuita una sclerosi per molti versi mitica, approda infatti, con un effetto di paradossale mimesi, alla proliferazioni di campi: «Gender Studies», «Women Studies», «Borders Studies», «Postcolonial Studies», «Subaltern Studies». Proclamando di cancellare i confini, se ne istituiscono altri, con il rischio di sostituire all’«imperialismo» dei grandi spazi epistemologici un nazionalismo delle piccole patrie ancora più soffocante. Altro tema che emerge dal vaglio critico di molta produzione legata agli studi culturali ha a che fare con il consolidamento di un canone autoriale all’interno di un discorso teorico incentrato sulla messa in discussione dei canoni. Spesso in volumi Cultural Sudies Oriented poche pagine sono sufficienti per inanellare il riferimento a un eteroclito spettro di autori che comprende Gramsci, Benjamin, Ricoeur, Fanon, Marx, Nietzsche, Foucault, Derrida, Heidegger, Adorno. Il tutto spesso in maniera assolutamente aproblematica, come se le cose andassero da sé, in una sorta di eden teoretico in cui tutti più o meno dicono la stessa cosa e si ritrovano d’accordo su assunti generici e vaghi. L’impressione potrebbe essere analoga a quella delle produzioni rubricate sotto l’etichetta «World Music», in cui le promesse di abbattere le frontiere e proporre inedite combinazioni estetiche si rovesciano in esiti inesorabilmente scontati, nella colonna sonora da ristorante etnico o da centro massaggi. Se si volesse essere maligni, i Cultural Studies come muzak teorico? A tale proposito, Mezzadra dichiara di provare un crescente fastidio nei confronti delle «retoriche dell’interdisciplinarità». A suo parere «molti approcci in effetti si limitano a postulare un attraversamento dei confini disciplinari, dandoli per scontati, mentre piuttosto sarebbe opportuno interrogarsi sui confini stessi». Per il docente genevose, si tratterebbe quindi di intraprendere un lavoro non tanto sull’interdisciplinarità, che si risolve spesso in un semplice gioco di sovrapposizioni più o meno riuscite, «quanto sulla transdisciplinarità, che quei confini metta veramente in discussione per cercare nuove risposte all’evidente crisi dell’edificio delle scienze sociali, di un’enciclopedia che sempre più fatica a mordere la realtà. Per quanto riguarda l’eclettismo, il rischio in effetti c’è. Non tanto per i British Cultural Studies che procedono da una matrice più solida e definita, quanto soprattutto per le produzioni americane». Chi, invece, manifesta scetticismo è Andrea Pinotti insegna Estetica presso l’Università statale di Milano. I suoi studi si sono orientati in particolare verso autori di area tedesca come Aby Warburg o Jacob Burckhardt che, fra Otto e Novecento, hanno anticipato molte questioni che oggi potremmo ascrivere al dibattito «culturologico». «In ambito estetico – affferma Pinotti – si parli oggi di Cultural Studies sotto due rispetti, in riferimento alle due anime in cui storicamente si articola l’estetica. Dal punto di vista dell’estetica intesa come teoria della sensazione la domanda diventa: "Si deve postulare l’uomo come organismo sensoriale universale e astratto o i sensi devono essere pensati sempre come storicamente condizionati?" Dal punto di vista dell’estetica intesa come riflessione filosofica sulle arti, il riferimento ai Cultural Studies può rappresentare invece l’occasione per interrogarsi sul modo in cui una cultura influenza la produzione e la fruizione artistica, chiamando in cause le tematiche relative, per esempio, al gusto. Detto ciò – continua il docente milanese – sarebbe un equivoco credere che questi orizzonti di riflessione costituiscano un novum assoluto, dal momento che anche prima della ‘nascita ufficiale’ dell’estetica ci si è incessantemente interrogati sul problema universalismo-relativismo, soggettività-oggettività». La svolta dell’immagine. Restando nell’ambito dell’estetica, il discorso inevitabilmente cade sui Visual Studies, una delle numerose sottocategorie che si collocano all’interno della galassia degli studi culturali. Per Pinotti essi possono «essere considerati una risposta alla sbronza panlinguistica del Novecento e alle formule equivoche per cui per decenni si è parlato del linguaggio del tal pittore o regista. Non a caso è stata invocata una pictural turn in contrapposizione alla linguistic turn. Anche in questo caso, tuttavia, chi ha una certa dimestichezza con la storiografia artistica di indirizzo formalistico della seconda metà dell’Ottocento, o anche solo con Burckhardt, non ha dovuto aspettare il Lyotard di Discorso/figura o il W.J.T. Mitchel di Image Theory per scoprire che le immagini funzionano diversamente dalle parole. Anche in questo caso, dopo avere opportunamente "fatto la tara" alla presunta novità che viene spesso attribuita a questi indirizzi di ricerca, non si può negare che possa risultare utile un confronto fra le diverse declinazioni in cui oggi si specificano i Visual Studies». Cambiando ambito disciplinare è possibile verificare un atteggiamento completamente diverso nei confronti delle sollecitazioni che possono derivare dai Cultural Studies. Gian Piero Piretto, che insegna Cultura russa all’Università statale di Milano, si presenta come un convinto assertore dell’esigenza di una ricalibratura «culturologica» degli studi letterari e in particolare, per quanto riguarda il suo ambito specifico di ricerca, della slavistica. A suo parere il riferimento ai Cultural Studies «offre uno spettro di osservazione più ampio, un punto di vista antiegemonico, in grado di mettere in crisi l’approccio trionfalistico alla storia della letteratura, sottolineando come a fianco dei grandi autori esista un tessuto culturale di cui non si può non tenere conto. Ciò significa non assumere una postura avalutativa ed escludere la pertinenza del giudizio di valore, ma sottrarsi a una visione antologica, in termini di sequenza di capolavori che si deducono l’uno dall’altro, della storia della letteratura». Piretto ricorre a una metafora: «Non si tratta di nobilitare l’ortica, di affermare che è uguale alla rosa, ma di prendere atto che nell’orto c’è anche quella pianta, e molte altre, e tale presenza un senso ce lo avrà pure. Venendo a un ambito a me particolarmente caro, nessuno vuole negare o relativizzare il valore estetico di La corazzata Potemkin. Detto ciò, perché ignorare il successo strepitoso e il fortissimo impatto sul pubblico dei musical di età staliniana? Facendolo si rischia di accreditare un’immagine fuorviante della realtà sociale e culturale sovietica. In realtà la Corazzata Potemkin non la guardava nessuno, altri erano i consumi popolari, che ovviamente contribuivano in maniera decisiva alla costruzione dell’immaginario collettivo». Per quanto riguarda la slavistica, Piretto sottolinea come in Italia il peso di impostazioni storiografico-letterarie tradizionaliste continui a ostacolare lo sviluppo e la legittimazione di nuove prospettive di ricerca in chiave di storia della cultura. Fra le pochissime iniziative in tal senso viene citata la più recente uscita della rivista elettronica www.esamizdat. «Forse più che in altri ambiti, per esempio nella germanistica come mostra il lavoro di Michele Cometa, nella slavistica – continua Piretto – domina una certa egemonia culturale "letteraria" che stigmatizza l’interesse verso determinati soggetti, ritenuti illegittimi, non degni di interesse scientifico. Si arriva perfino a negare che il semiologo e critico letterario russo Jurij Lotman sia stato anche uno storico della cultura… A determinare tale discredito, oltre a vecchie concezioni sempre pronte a paventare l’abbandono dello studio dei "grandi", possono avere contribuito anche alcuni sviluppi avvenuti in Russia, all’insegna dell’improvvisazione, in particolare da quando per ragioni politiche e culturali l’insegnamento della kult’turologija è stato affidato a ex docenti di marxismo-leninismo rimasti senza cattedra dopo il crollo dell’Unione sovietica. Rispetto ad altri paesi europei, lo scenario italiano mi pare decisamente sconfortante. Basti pensare alle mostre e convegni promosse da Boris Groys negli ultimi anni: Dream Factory Comunism a Francoforte e The Post Communism Condition a Berlino. Oppure, per quanto riguarda la Gran Bretagna, alle iniziative di Evgeny Dobrenko, come la giornata di studio su Luxury and Socialism, in preparazione di una mostra al Victoria and Albert Museum, o il convegno tenutosi a Nottingham l’anno scorso su Happiness Soviet Style». Le resistenze accademiche. Le diverse opinioni espresse da Pinotti e Piretto con ogni evidenza rimandano alle differenti funzioni che il reagente Cultural Studies può svolgere a seconda dell’ambiente culturale con cui entra in contatto. Nel caso dell’estetica, la pervasività di orientamenti segnati dal retaggio storicista o organicista (è fra Otto e Novecento che in Germania imperversa il dibattito sulla Kultur), oppure dal confronto con le prospettive di ricerca che fanno capo alla storiografia artistica, evidentemente predispone a una certa condiscendenza nei confronti di impostazioni che diversamente possono risultare fondamentali allo scopo di temperare l’universalismo astratto, per esempio, di modelli di stampo «percettologico». Diversamente, per quanto riguarda un campo come quello della slavistica, in cui si manifesta con forza il retaggio, in termini di legittimazione dei canoni autoriali e dei problemi di indirizzi storiografico-letterari fortemente marcati in senso tradizionalistico, il riferimento culturologico può funzionare come istanza liberatoria utile per uscire dal novero delle abitudini accademiche e per legittimare nuove prospettive di indagine. A entrare in causa sarebbero anche le resistenze che secondo Iain Chambers manifesterebbe il mondo intellettuale e accademico italiano nei confronti di una ridefinizione delle discipline le cui ricadute non sono semplicemente «scientifiche»: «In questa chiave – afferma perentoriamente lo studioso inglese – gli studi culturali non possono essere concepiti come una semplice novità da aggiungere al quadro stabilito dei saperi. Si tratta infatti di una sfida intellettuale e concettuale che mette in questione la configurazione corrente degli studi umanistici e delle scienza sociali».
(2/continua)

Aggiornamento:
Dal Manifesto del 17/11

I ritmi urbani e lo stile di un pensiero critico
Massimiliano Guareschi e Federico Rasola.

Nel 1976 esce, a cura di Stuart Hall e Tony Jefferson, Resistence through Rituals, mentre nel 1979 Subcultures. The Meaning of Style di Dick Hebdige. Fra le due date si è consumata la parabola del punk inglese, fornendo a Hebdige la favolosa occasione di verificare in presa diretta con la «sottocultura ideale» gli schemi che la scuola di Birmingham aveva proceduto ad elaborare nel momento in cui il fuoco analitico si era spostato dalle tradizioni culturali della working class alla rivolta dello stile messa in scena dai comportamenti giovanili. L’epopea di Johnny Rotten, Sid Vicious e della loro riottosa figliolanza offriva infatti la possibilità di una verifica sul campo delle pratiche di «risignificazione» degli oggetti quotidiani, delle merci, della guerriglia semiotica attuata attraverso la manipolazione dei simboli, di un rifiuto che incapace di assumere le parole della politica si volgeva allo slogan del No Future. La proposta interpretativa lasciò il segno, tanto da porsi come canone pressoché imprescindibile per chiunque si trovasse a incrociare tematiche legate alla musica e alle pratiche di aggregazione «giovanili». Nel corso del tempo, però, non si può che constatare una crescente perdita di vigore, di presa sull’oggetto, da parte degli approcci ispirati alla scuola di Birmingham. Indicativo di tale tendenza è senza dubbio il fatto che il più rilevante contributo all’analisi delle sottocultura che è invalso caratterizzare come Club Culture o Disco Culture. Ad esempio, nel volume Dai Club ai rave, Sarah Thornton procede a una serrata critica degli schemi tipici di autori come Hall o Hebdige per approdare a un impianto analitico ispirato alla sociologia di Pierre Bourdieu. I processi di accumulazione, ristrutturazione e dissipazione del capitale sottoculturale appaiono all’autrice canadese come una chiave di lettura dei comportamenti e delle gerarchie che si instaurano fra gli adepti delle culture della danza e del disco ben più adeguata rispetto alla petizione di principio della «resistenza tramite rituali», che tautologicamente ritrova nei fenomeni analizzati la dimensione politica che viene presupposta e data per scontata. Il fast food accademico. Carlo Antonelli, direttore di «Rolling Stone», rappresenta l’interlocutore ideale per tracciare un bilancio riguardante uno degli ambiti privilegiati su cui si è esercitato lo sguardo dei Cultural Studies inglesi: le sottoculture, il consumo musicale giovanile, gli stili metropolitani. In proposito Antonelli rileva la presenza di diversi filoni che dipartono dalla scuola di Birmingham: «Il primo fa capo alla "resistenza tramite rituali", per utilizzare una formula di Stuart Hall. Con seria e partecipata direi "compassione", alcuni studiosi si rivolgono alle pratiche di una parte del sottoproletariato alle quali viene attribuita una significatività politica. Vengono poi gli studi sull’alterità, la diaspora, le seconde generazioni di migranti, in cui i Cultural Studies inglesi recepiscono, come una sorta di refreshment, l’influenza degli studi statunitensi sul genere, la razza e le minoranze. Il lavoro di Paul Gilroy da There Ain’t No Black In The Union Jack fino a Black Atlantic o al recente Dopo l’impero può essere visto come emblematico di tale tendenza. Parallelamente, si assiste però alla sperimentazione della via della facilità, di una massiccia produzione definibile di fast food accademico, di grotteschi studi paraccademici sulle sottoculture e gli stili giovanili in cui generiche narrazioni intorno a fenomeni prossimi agli scriventi vengono conditi con qualche citazione filosofica mal digerita, preferibilmente di Deleuze o Foucault. In Italia un fenomeno analogo è avvenuto, per intenderci, in ambito Dams, dove l’approccio alle tematiche in questione ha funzionato essenzialmente in vista di una formazione di sé a scopo non accademico, funzionale alla formazione della forza lavoro immateriale destinata all’industria dell’intrattenimento». Al di là dell’effetto inflattivo provocato dalla proliferazione degli studi di basso livello, si ha tuttavia la netta impressione che un paradigma abbia iniziato a girare a vuoto, che si ritrovi spiazzato dagli oggetti che dovrebbe catturare. La questione potrebbe essere formulata nel modo seguente: che ne è di Dick Hebdige quando di trova di fronte a Bobby Gillespie (leader e icona dei Primal Scream) travestito da rocker, che accorpa stilemi e movenze stereotipe con il distacco di chi è perfettamente consapevole dei quadri all’interno dei quali si colloca la sua performance? Quale implicito resta da mettere in luce di fronte alla sovrapposizione continua fra segni dell’effimero glam, retoriche del «bello e dannato» e testi politicamente radicali ed espliciti? Gli esempi potrebbero essere moltiplicati. «In effetti in Inghilterra a partire dagli anni Ottanta la freccia del tempo intraprende una svolta a U. In precedenza – sostiene Antonelli – il soggetto osservato partecipava di una direzione che mirava all’inedito, manifestando una pulsione al cambiamento, magari a livello inconscio o inconsapevole. Su questo aveva la possibilità di esercitarsi lo sguardo dello studioso, rendendo esplicito ciò che restava implicito all’interno di comportamenti e scelte stilistiche. Tutto muta con gli anni Ottanta, quando, volendo fare gli antropologi, si potrebbe dire che si ha a che fare con un soggetto acculturato, che pesca nell’armadio del passato i costumi che decide di indossare, ed è consapevole di farlo. Se volessimo fare i filosofi potremmo parlare di postmoderno. L’osservatore e il soggetto, condividendo lo stesso mondo e gli stessi riferimenti, giocando con le stesse citazioni, altro non fanno che strizzarsi reciprocamente l’occhiolino. In tale contesto, una postura critica del tipo di quella proposta da Dick Hebdige in Sottocultura risulta decisamente spiazzata». Antonelli a questo punto avanza un riferimento a Manuel Castells: «dal punto di vista culturale e dei consumi la svolta avviene con l’inizio degli anni Ottanta. È da quel momento che si interrompe la freccia del tempo, con l’instaurazione di una sorta di spazio orizzontale, di eterno presente in cui i cambiamenti non avvengono e tutto è citazione, e citazione della citazione. Lo stesso "succedersi" delle generazioni si interrompe: per la prima volta da decenni i giovani ascoltano la musica dei padri e riproducono, ciclicamente o alternativamente, stili sottoculturali ereditati dal passato. In tale contesto, gli strumenti analitici tradizionali risultano decisamente inadeguati. I Cultural Studies senza dubbio, ma anche la sociologia del gusto sviluppata da Pierre Bourdieu sembrano appartenere a un’altra era». Cambiando scenario, si può porre la questione di quale sia l’impatto dei Cultural Studies, specie nella variante maggiormente concentrata sulla dimensione diasporica e «sonora», su coloro che in Italia si occupano di musica jazz. A una simile domanda il critico musicale Marcello Lorrai risponde rilevando come negli ambiti da lui frequentati la ricezione di simili spunti sia stata decisamente scarsa. «Tradizionalmente la critica jazzistica, anche quando manifesta un elevato livello professionale, difficilmente si discosta da moduli incentrati sulla ricostruzione, magari dettagliata e rigorosissima, delle vicende di un singolo musicista o di una corrente. A parte le eccezioni come Giampiero Cane, il cui Canto nero si distingue come il miglior libro sul jazz scritto in Italia, i riferimenti all’ambito extramusicale, a chiavi di lettura estetologiche o sociologiche, appaiono assai scarsi e spesso generici. Al massimo, si arriva ai lavori, non proprio recenti, di Leroi Jones/Amiri Baraka». A questo punto, tuttavia, Lorrai precisa che la linea di ricerca proposta dall’intellettuale afroamericano non risulti facilmente compatibile, nonostante quello che spesso si pensa, con le prospettive diasporiche care ad autori come Paul Gilroy: «In fondo Amiri Baraka, nonostante l’accento posto sul carattere afroamericano e non africano della linea musicale che procede dal blues manifesta l’inclinazione a una valorizzazione sostanzialistica dell’identità nera. La feticizzazione dell’essere nero, infatti, lo spinge alla sottovalutazione di una serie di musicisti bianchi, non cogliendo il dato di egemonia insita nel fatto che la musica afroamericana agisca sui bianchi fino a negrizzarli». Si tratta però di un prezzo che sembra incluso nei costi complessivi della diaspora, se è vero che, come suggerisce lo stesso Gilroy, proprio la condizione indecidibile cui la parola diaspora allude si rivela anche ipersensibile a tendenze essenzialistiche, alla messa in scena di appartenenze ultraortodosse. La feticizzazione del singolo jazzista che caratterizza molta saggistica italiana è un limite che viene colto anche da Davide Sparti, docente di Sociologia all’Università Siena. Il suo Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana, uscito per il Mulino un anno fa, si presenta come un felice tentativo di leggere l’improvvisazione nel bebop e nel free non come sintomo «primitivo» e viscerale di spontaneità , ma nei termini di una capacità trasformativa che nasce dalla padronanza delle regole e dei materiali musicali, divenendo per questo metafora della più generale competenza richiesta a chiunque improvvisi sulla scena sociale creando «qualcosa di nuovo da cui non si può tornare indietro». Proprio in quest’atto creativo, in questo salto in avanti, si può cogliere l’elemento propositivo della dimensione diasporica teorizzata da Hall e Gilroy. Sparti rivendica quindi una certa affinità con gli studi culturali. Innanzitutto per una questione materiale, per la centralità delle relazioni di potere e di «razza»: «Ogni indagine sul jazz è necessariamente un’indagine sugli afro-americani, i quali, privati di considerazione sociale e deprivati di linguaggio, hanno "inventato" il jazz. E dunque è anche un’indagine sulla relazione fra bianchi e neri, e sulle immagini che ciascuno si faceva del – e rimandava o imponeva al – l’altro». Da qui, dunque, l’urgenza di estrarre il jazz dalla deriva specialistica dei Jazz Studies, «in cui la musica rischia di intristirsi nell’abisso di dettagli infinitesimali, apportando uno sguardo più ampio e interdisciplinare», e di registrare qualcos’altro: «Perché almeno un po’ della vicenda dei neri – una tensione, una intensità, un’istanza di ricerca e appello – sarà inevitabilmente penetrata nella musica. È come se nel jazz si fosse incarnato il fantasma dello schiavo – un tempo riconoscibile in quanto esteriorizzato, e ora perturbante inquilino della coscienza bianca». La maledizione di Adorno. Musica in nero (il suo prossimo lavoro in uscita per Bollati) si annuncia quindi come un’ulteriore estensione di campo, consapevole del fatto che «ogni lavoro sul jazz dovrà assumere i contorni di una analisi culturale». Sul jazz, poi, incombe sempre la «maledizione» di Theodor Adorno, altro autore feticcio dei cultural studies – nella misura in cui i Minima moralia rappresentano probabilmente la più ingente fucina di esergo (non importa se a proposito o a sproposito) a tutt’oggi esistente. In particolare, gli strali del filosofo tedesco si indirizzavano contro la presunta (o ostentata, che è cosa diversa) serialità e tribalità del jazz, in cui coglievano echi delle marcette totalitarie, e anche contro la sua meccanicità, che faceva da sottofondo all’incubo di un «mondo totalmente amministrato». Ma era soprattutto l’idea di una «musica di seconda mano» che scimmiottava stili padronali e incarnava servilismi volontari a terrorizzare Adorno. Sparti non nega questi elementi, ma suggerisce di coglierne l’aspetto più complesso e polemico, implicitamente strategico: «L’influsso euro-americano sul jazz è in effetti innegabile, ed ha che fare con la sottrazione della lingua e con la necessità di convivere con un patrimonio musicale imposto e "padronale". Ma finirà per attestare la capacità di appropriarsene in modo singolare». A questo proposito vengono citati due esempi di riarticolazione strategica: «Pensiamo alla maniera in cui i neri reinventeranno l’uso del sassofono, imponendo uno standard di eccellenza. E pensiamo alla maniera in cui le canzoni dell’industria culturale, gli standard, sono state sovvertite. Gli standard non vengono presentati in quanto tali; esistono per offrire ai jazzisti l’opportunità di improvvisare: non si va ad un concerto di Coltrane per sentire My favorite things, ma per sentire lui, Coltrane, che improvvisa a partire da tale brano. Se il meccanismo produttivo per eccellenza consiste nell’approvvigionarsi di materie prime da trasformare in prodotti finiti, il jazz agisce all’opposto. Con un paradossale e ironico rovesciamento (e in contrasto con il principio a cui Adorno riconduce unilateralmente il jazz), i jazzisti si appropriano di prodotti finiti e li usano come materia prima, ossia come qualcosa di grezzo e di infinitamente modificabile. Un inventare "all’indietro"». Questo «inventare all’indietro», sembra rimandare a qualcosa di più generale, che sarebbe interessante cercare di rintracciare nelle più varie strategie culturali oggi esistenti, dalle più frivole alle più serie. In fondo, barattare Adorno per Coltrane può essere vantaggioso per molti, e a maggior ragione per i Cultural Studies.
(3/fine. Le due precedenti puntate son o state pubblicate il 7 e l’11 Novembre)


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