Generation Hope

Il futuro è una brutta parola The Future is a Four-Lettered Word #1 – #4 da Generation Hope #1 – #4 (gennaio – aprile 2011) Parlando di papà The Daddy Issue da Generation Hope #5 (maggio 2011) L’espressione four-letter word con cui si trovano alle prese i traduttori nel titolo, è un’espressione ben più ampia […]

Il futuro è una brutta parola
The Future is a Four-Lettered Word #1 – #4 da Generation Hope #1 – #4 (gennaio – aprile 2011)
Parlando di papà
The Daddy Issue da Generation Hope #5 (maggio 2011)

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L’espressione four-letter word con cui si trovano alle prese i traduttori nel titolo, è un’espressione ben più ampia di quanto non si sia normalmente portati a credere: è vero che sta ad indicare una parola che per qualche motivo non si vuole pronunciare, ma non necessariamente un turpiloquio e, quindi, non necessariamente una “brutta parola” come tradotto. Anzi. Può essere usato per indicare parole come Hell, la cui espressione ad alta voce è deprecata dalle culture anglosassoni, o addirittura riferirsi a Dio (il tetragramma יהוה è impronunciabile nella cultura ebraica… e anche un po’ fisicamente impronunciabile, se vogliamo dirla tutta). Il traduttore, però, si trova in questo caso di fronte a due problemi: da una parte deve rispettare la citazione da un episodio di Uncanny X-men del 1986, Freedom is a Four-Letter Word (Uncanny X-men #206), scritta da Chris Claremont e giustamente citata nelle note (ma esisteva anche un Marvel Romance Redux chiamato Love is a Four Letter Word, per chi se lo ricorda, con copertina di Greg Land). Dall’altra, il titolo dell’albo è riecheggiato all’interno della storia dal titolo dell’ultima attesissima opera dell’artista maledetto Kenji Uedo. Ed è qui che attraverso l’ago della bilancia incominciano a passare cammelli impazziti. Nel primo caso, infatti, il collegamento tra i due numeri è abbastanza ovvio (il volume del 1986 vedeva, tra le altre cose, una ricomparsa di Madelyn Pryor cadavere, e Madelyn Pryor è tecnicamente la “nonna”, per quanto adottiva, di Hope): in questo senso la scelta di riecheggiare la prima traduzione, per quanto inesatta, senbra quasi obbligata. Ma nel secondo caso, veramente, quale artista maledetto chiamerebbe la sua opera “Il futuro è una brutta parola”? Le precedenti cos’erano? “Chi fa la spia non è figlio di Maria” e “Chi lo dice sa di esserlo”? Un artista maledetto davvero… Il traduttore preferisce quindi una citazione, per altro quasi un’àutocitazione essendo una citazione interna al mondo dei Marvel in Italia, all’esattezza e ad una scelta di registro che non si limita al titolo, ma non lo biasimo. Biasimo invece Cristiano Grassi che, al solito, nelle note si sofferma sulla citazione incrociata ma si guarda bene dal rendere edotti i non anglofoni dell’inesattezza nella traduzione impedendogli quindi di apprezzare che anche Hope, in questo caso, è una parola di quattro lettere.

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Sottigliezze e cavilli a parte, si tratta di un buon numero che prende direttamente le mosse dall’altrettanto buono Le Cinque Luci (X-men #253 e #254 in Italia) in cui la piccoa non più piccola Hope Summers si occupava di reclutare quattro dei cinque nuovi mutanti apparsi all’improvviso su Cerebra. Si tratta di Gabriel “Velocidad” Cohuelo, Laurie “Transonic” Tromette, Idie “Oya” Okonkwo e Teon “Primal” Macik e in questo numero, che forse avrebbe meritato di essere pubblicato sulla stessa testata in cui era cominciata la storia, il nuovo team di Hope si reca a Tokyo per recuperare la “luce” mancante, Kenji “Zero” Uedo, che come i suoi compagni ha già iniziato ad essere danneggiato dal manifestarsi improvviso e incontrollato del suo potere. Kieron Gillen, come Matt Fraction prima di lui, si diverte con questo nuovo set di mutanti e si diverte a mescolare le carte per provare a darci qualcosa di nuovo in un panorama in cui i team supereroistici sono, da anni (e anni, e anni, e anni) composti sempre nello stesso modo e sempre con i soliti poteri. Lo fa non solo rimescolando carte del mazzo Marvel (Oya, la terza luce, ha il potere di manipolare la temperatura e quindi la si vede contemporaneamente padroneggiare sia il fuoco che il ghiaccio) ma attingendo ad immaginari diversi e, in questo caso, esplicitamente a quello giapponese. La creazione e manipolazione tecno-organica di Kenji non è solo una strizzata d’occhio, ma una vera e propria citazione, sostenuta mirabilmente dai disegni di Salvador Espin, già disegnatore nella seconda serie di Exiles, che arriva a citare esplicitamente, senza timore, altri grovigli biologico-cibernetici di carne come Akira. Ma gli autori fanno di più: non si limitano a citare un altro fumetto, ma lo portano all’interno, anche senza nominarlo, facendone punto di riferimento non tanto della creazione ma del creato, non tanto del racconto, ma del personaggio.

“Some readers have commented that Kenji is behaving like the character Tetsuo in the anime adaptation of ‘Akira.’ That resemblance is deliberate and highly stated. I mean, the first line in the whole comic is, “I am becoming art.” What I’m trying to do with Kenji is [show] that he’s an artist, and I wanted to talk about the idea of creation. He consumes culture, and now his body starts acting in a certain way. He could have created anything, but he hasn’t. He’s acting like he’s in ‘Akira’ because he’s watched ‘Akira.’ It’s how he thinks he should act, it’s the only way he can process the horror of his body starting to warp. It brings to mind that wonderful scene in ‘Preacher’ where Cassidy takes the piss out of another vampire who’s doing the whole gothic thing. He’s like, ‘Why the hell are you acting like that?’ That’s what’s going on with Kenji. He’s somebody who’s consumed all this art, and now, because of that, how he instinctively chose to apply his power is kind of derivative.
Of course, what’s interesting about him is that he makes his living doing high art, but underneath it all is this stuff from the pulp tradition. And as we progress, he becomes more his own thing. It’s the concept of what inspires you when you’re trying something new out. ‘Akira’ is the main homage everybody has picked up on, and Godzilla is definitely in there. One that was definitely on my mind was ‘Tetsuo the Iron Man.’ It was something that me and Matt Fraction spent way too much time talking about, back in the day. That imagery of a semi-mechanical, semi-biological body horror thing. These are the images that inform all these sorts of fantasies.”

(Gillen a CBR News come riportato su comicbookresources.com)

Personalmente, trovo piuttosto scorretto in questo caso storcere il naso di fronte alla contaminazione, come hanno fatto alcuni. Il mondo è cambiato: me lo sento in quelle particolari escrescenze genitali tipicamente maschili, di cui non sono fornita, ogni volta che appare un nuovo mutante o un nuovo team mutante e le dinamiche sono sempre le stesse, i personaggi hanno sempre gli stessi problemi, le stesse caratteristiche, le stesse situazioni. In questo caso, la spinta al rinnovamento ha trascinato violentemente all’interno del fumetto non solo uno spunto espressivo a modo suo nuovo, ma anche uno spunto espressivo intelligentemente meta-fumettistico: Kenji è un artista, a modo suo, e anche in questo suo secernere un inchiostro organico e velenoso, ma quasi magico, è imbevuto di cultura giapponese fino a trasudarne, una cultura non applicata, la sua cultura. E nel suo nichilismo non può che scontrarsi con l’energica, inarrestabile Hope, un personaggio che è decisamente, davvero, il motore di questa nuova promettente generazione di eroi.
Intermezzo forse inutile e non particolarmente apprezzato, almeno dalla sottoscritta, il numero in appendice. Sarà per gli improponibili disegni di Jamie McKelvie, o sarà perché effettivamente si perde il senso di freschezza dei primi numeri e si scivola di già in una situazione effettivamente già vista, con la giovane leader a confronto con il “nonno” Scott. Rimane solo la lettera di Hank a ricordarci che, effettivamente, il mondo è cambiato. E speriamo che lo sia davvero. Anche se, come in passato, il futuro è una parola che comincia per X.

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