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Effettivamente…

RIP

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O Captain! My Captain! our fearful trip is done;
The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won;
The port is near, the bells I hear, the people all exulting,
While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring:

But O heart! heart! heart!
O the bleeding drops of red,
Where on the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.
O Captain! My Captain! rise up and hear the bells;
Rise up—for you the flag is flung—for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon’d wreaths—for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;

Here captain! dear father!
This arm beneath your head;
It is some dream that on the deck,
You’ve fallen cold and dead.
My Captain does not answer, his lips are pale and still;
My father does not feel my arm, he has no pulse nor will;
The ship is anchor’d safe and sound, its voyage closed and done;
From fearful trip, the victor ship, comes in with object won;

Exult, O shores, and ring, O bells!
But I, with mournful tread,
Walk the deck my captain lies,
Fallen cold and dead.

Un salone da record?

Mentre il Corriere si bea nell’ottimismo e il nostro presidente del Cosmit già da ieri celebrava quella che a quanto pare è stata un’edizione record, eccoci a raccogliere i cocci in una mattina che, nella zona di Brera, si tinge di atmosfere da post-apocalisse, con sacchetti che rotolano nel vento e resti vari, umani e non. In preda al consueto mal di testa, con un amaro in bocca che ha poco a che vedere con il design (ma molto a che vedere con lo champagne scadente), mi faccio strada tra le consuete duemila fotografie, cartelle stampa, cataloghi e volantini. Ecco cosa mi porto a casa da questa edizione, facendo un gran mix di tutto. Con un ultimo brindisi alla citrosodina.

1. Formafantasma. Come già dicevo ieri, la più incantevole esposizione di quest’anno. Bicchieri serigrafati al Bagatti Valsecchi, che si combinano in pattern inediti quando vengono impilati uno dentro l’altro. Il delicatissimo connubio di cristallo e rame nell’esposizione del progetto Still, per la purificazione dell’acqua tramite carbone. I tavolini e gli oggetti a sospensione ricavati dalle forme generate nell’eruzione dell’Etna. Uno splendido lavoro.

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2. La nuova poltroncina Smeralda, di Anna von Schewen per De Padova, splendidamente valorizzata dall’allestimento nello showroom di corso Venezia (Textile Rain, di Ann Tan). Una piccola delizia per forma e finiture, con il delicatissimo dettaglio di quel cordino che raccoglie il giunto tra montante e spalliera. Delicatissimo. E da esterni. Impossibile chiedere di più.
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3. Il pallone aereostatico di Arthur Huang a Palazzo Clerici, dove la tecnologia Flyknit di Nike ha dato vita, in un impulso quantomai steampunk, un gigantesco dirigibile moderno collegato da fili di luce.
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4. Le lampade parentesi a saliscendi Ok di Konstantin Grcic, già intravista l’anno scorso, che quest’anno in un audace giallo facevano da padrone nello showroom di corso Monforte.
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5. La sedia IMPILABILE (vedere foto) Copenhague dei Bouroullec, e dico IMPILABILE perché veramente… ma veramente impilabile.
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Piatti, fondine e altri piatti

Dovrebbe sussistere una sostanziale differenza, almeno in teoria, tra il Salone del Mobile e la maison object di Parigi, e con questo non intendo dire che in giro per il salone (e fuori) io mi aspetti di trovare solo divani e tavolini. Ci mancherebbe. Devo dire però che trovo curiosa, mentre prendo fiato in attesa di addentrarmi in zona Tortona e tento di riprendermi dalla colossale sbronza rimediata ieri sera da Cibic, la quantità abnorme di stoviglie disegnate anche quest’anno, tra i giovani designer del Salone Satellite come tra gli affermati, a partire da Kartell che quest’anno decide di mettere “in tavola” stoviglie di plastica disegnate non solo da Cracco e Oldani (che ripropone in plastica vecchi pezzi) ma anche da Jean Marie Massaud, Patricia Urquiola e Philip Starck.


Al di là di facili battute, e indipendentemente dal risultato della specifica operazione di Kartell (anche quest’anno in stato di grazia per quanto riguarda lo stand in fiera), trovo curiosa questa tendenza, considerato che Richard Ginori ha i forni fermi dall’estate 2012, per citare solo il più noto degli esempi, e l’industria dei macchinari per la lavorazione della ceramica in Italia è in contrazione più o meno dal 2004. Ancora più curioso, da un punto di vista eminentemente intellettuale, scoprire che quest’anno tra i progetti presentati al contest del Salone Satellite troviamo più stoviglie che sedie. Letteralmente.

E anche se il motivo rimane un mistero, è un fenomeno con cui comunque è necessario fare i conti. Se è vero che la pietra filosofale dei designer è la sedia, a quanto pare la stoviglia ricopre un ruolo di tutto rispetto. Troviamo quindi le posate cubiste dei Belgium is design accanto alle interessantissime texture che Chun Mijin ha stampato sul calcestruzzo per il suo portabottiglie, mentre l’iconoclasta tedesca Maria Volokhova fa a pezzi Veneri e spacca teste di maiale, e Manuela di Ladesign risolve il problema alla radice disegnando le stoviglie direttamente sul piano dei suoi tavoli. Ci sono i calchi in carta del progetto Molt a cura di Shunya Hattori. E poi forme tradizionalissime, come quelle proposte da [...] (in colore) e da Chen Ju Wei di Viichen design, bianche e purissime. Infine, ci sono le posate coreane stampate fuse con le stoviglie, che si sono guadagnate il terzo posto nella mia top ten Fuorisalone di quest’anno.

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Allargando l’orizzonte fuori dal salone e al di là delle stoviglie, invece, si scatenano le geniali forme di Made a mano, con le loro incantevoli lavastone boards in partnership con Agape 12, che festeggia i suoi quarant’anni.

   

Accanto a loro (letteralmente, a pochi passi nel Brera design district), le Scene mediterranee di Bredaquaranta ci offrono manufatti imperdibili e Formafantasma insedia, a Palazzo Clerici, una delle installazioni più emozionanti di questo salone, francamente un po’ avaro. Presenti non solo in galleria Libby Sellers, ma anche al Bagatti Valsecchi, da Rossana Orlandi, da Nodus e in Triennale al Design Museum, nell’ambito dell’esposizione Autarchia, Austeritá, Autoproduzione. Perderseli è peccato mortale. Consideratevi avvertiti.

   

Salone satellite: le luci (e le stoviglie) di domani

Se l’anno scorso si parlava di mobili da contenimento, mentre due anni or sono vincevano i fondi del caffé (esposti, quest’anno, in Via Marincelli a Brera), quest’anno il Salone Satellite sembra essersi mosso per illuminare i nostri progetti di domani (e, magari, apparecchiarci la tavola). Un salone all’insegna della ricerca illuminotecnica, che espone lampade, allestisce con lampade, premia una lampada e ci manda a casa con la speranza di un futuro luminoso. Sarò io particolarmente sensibile all’argomento, cosa che forse gli psicanalisti nel pubblico potranno spiegarmi in qualche modo. Sarà che quest’anno le lampade iscritte al Salone satellite award sono all’incirca il 20% del totale (contando anche un candeliere dei tedeschi, sempre attenti alla possibilità di una crisi energetica).

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Le lampade al SSaward 2014 sono 20 su 102 prodotti esposti, mentre sono 37 i designer che scelgono una lampada per rappresentarsi nella loro pagina sul catalogo elettronico del Fuorisalone

Ecco quindi, anche quest’anno, una top 10 rigorosamente soggettiva (e irregolare) delle 11 lampade (irregolare, lo dicevo) che mi porterei immediatamente a casa (di qualche cliente).

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Al decimo posto, le lampade origami di Andrea Bezerra de Carvalho Macruz, detta Nolii, un nastro continuo ritagliato che dichiara le sue ispirazioni nelle forme di Zaha Hadid e Matthias Pliessing.

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Al nono posto, le lampade Framed, in stile Diesel di Martin Doller. Sul sito del designer australiano, il problema più pessante nell’estetica dell’illuminazione degli ultimi anni viene ribaltato, laddove noi sentiamo il bisogno di nascondere la lampadina led perché assai più brutta della tradizionale a incandescenza:

The inspiration behind the collection was to highlight the beauty of the light bulb by making it a visible focal point of the pendant design. LED technology enables the bulb to be a beautiful feature and therefore no longer necessary to hide it.

Opinioni.

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All’ottavo posto, l’installazione luminosa Medusas, di Garay Design Studio, composta da bolle in vetro soffiato che si accendono e si spengono seguendo un sensore e che, per citare De André, fanno il pallone come le acciughe.

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Al settimo posto, la lampada ibrida lezioso-industriale della georgiana Ia Kutateladze, che mescola linguaggi e forme, denudando per metà un lampadario in perline di legno, come in uno schema anatomico del 1700. È evidente e dichiarata l’ispirazione a lampade come la Potence di Jean Prouvé, che quest’anno registra un picco di presenza tra le citazioni ammesse dai giovani designer del Satellite, ma non sorprende il trovare una sedia a dondolo tra gli oggetti preferiti della creatrice. Sul suo sito, meritano un’occhiata anche la Wirebird Family e la Lightsha.
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Al sesto posto, le lampade Diamanti Lights in metacrilato di Eugenia Minerva, che giocano sulla delicatezza del materiale, sul sistema di incastri e su uno splendido effetto positivo-negativo che ritaglia, all’interno, le forme tradizionali dei lampadari di casa.

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Al quinto posto, la sedia da giardino Trifula sempre di Eugenia Minerva, che riprende antiche tecniche per gli intrecci di pezzi che piacerebbero a Paola Navone e farebbero la loro splendida figura nei cataloghi di Gervasoni o, con un tocco di colore, Paola Lenti. Al materiale tradizionale della paglia intrecciata, si unisce un filo di rame, che regala al prodotto riflessi onirici di un tempo passato da cui pesca a piene mani.

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Al quarto posto, la lampada trasformista Dynamicube di Giorgio Traverso, specialmente nella sua versione “ripiegata” (in basso a destra, nella pagina). L’accostamento dei materiali nella versione esposta, in uno stile che riecheggia l’art decò americana di Paul Evans o lo stile dei francesi Jean Prouvé e Jean Michel Frank, è squisitamente elegante. Meno d’impatto la versione hi-tech.

L’intelaiatura portante è di alluminio (lastra di pochi millimetri tagliata con il metodo della fotoincisione chimica) ed è ricoperta da da speciali fogli di policarbonato.
Il rivestimento esterno viene applicato con un semplice gioco ad incastro: il suo completo assemblaggio non richiede l’utilizzo di viti e bulloni.
Il progetto prende ispirazione dal brevetto di Peter-Michael Pfeiffer inventato nel 1964 e successivamente evoluto da Naoki Yoshimoto nel 1971.

Bravo.

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Al terzo posto, le delicatissime stoviglie di Kim Hayoon, che propongono una delicatissima posata di ceramica in stile liberty e poi la fondono con il piatto stesso, in una testimonianza quasi pompeiana che racconta di cene interrotte secoli fa.

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Al secondo posto, perché ci vuol coraggio, la leziosissima lampada-tavolino Hepbourn-Light-Table del gruppo cinese Xcellent design, che unisce alla leziosità di Patricia Urquiola un trasformismo degno di Goldrake. Il tavolino, meravigliosamente illuminato a LED sfruttando le proprietà di conduttura luminosa del metacrilato, è tavolino (trasparente e decorato come un’alzata da pasticceria), vassoio (un piatto opaco che avrebbe potuto essere un Fornasetti) e lampada, rovesciando il tutto.

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L’eterogeneo gruppo di progettazione seleziona, come oggetti imperdibili, un assortimento quantomai eterogeneo di spremiagrumi (sì, proprio lui), caffettiera a pressofiltro, quello che forse è il tavolino, una poltrona che è da sempre un mistero della statica e la Ducati 1199 Panigale. A confermare che l’ispirazione, tra la Urquiola e Goldrake, pende più in favore di quest’ultimo.

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Al primo posto infine, senza timore di venire smentiti, si piazza A floor lamp, dei tedeschi Aust&Amelung: una lampada a contrappeso in legno che sembra un trabucco leonardesco, con basamento in ferro e struttura in legno, che sfoggia un grande cappello bianco e viene regolata tramite lo spostamento su quattro posizioni del sacchetto di sabbia posto all’estremità. Già vedo il gatto rifarsi le unghie sul sacchetto, romperlo, far cadere la lampada fracassando il tavolino e “accidentalmente” accoppare il cane che ci stava dormendo sotto, ma cos’è il buon design senza un po’ di brivido?
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La loro selezione di cinque oggetti imperdibili comprende la Standard Chair di Jean Prouvé e la Slow Chair dei Boroullec. Forse i nostri bravi tedeschi stanno corteggiando Vitra. Come dar loro torto?

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Fuori categoria, il tavolino della linea Linescapes proposto da Guglielmo Poletti: potrebbe entrare immediatamente nel catalogo di qualunque grande fornitore dall’altra parte dei tornelli, e speriamo di vederlo presto in produzione.

E le stoviglie, si domanderà qualcuno? Domani.

Hansel e Gretel e la sveglia intempestiva

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Dopo Cappuccetto Rosso Sangue e Biancaneve e il Cacciatore, ecco che Hollywood continua la sua operazione Fraktured (ricordate? le versioni sui generis di fiabe note, che facevano da intermezzo ai cartoni nel Rocky e Bullwinkle Show), coinvolgendo questa volta Occhio di Falco e una delle tante attrici di Hollywood colpite dalla sindrome di Portman, quella terribile malattia che impedisce loro di chiudere la bocca. Ad affiancarli, niente di meno che Jean Grey, Lucifero e una schiera di streghe svedesi, in un filmone fatto di rocambolesche corse nella foresta, mostriciattoli di gomma e gigantesche balestre a ripetizione. Un film in cui Pihla Viitala mostra le chiappe, come pare sia suo uso e costume, e abbiamo tutto in uno lo sceriffo coglione, il ragazzino che vuole combattere, Lara Croft con il fratello che le dorme sotto al letto (e nessuna sorpresa che il suddetto si perda via alla prima ora d’aria che gli capita di ottenere), la strega buona e un misterioso mistero sulle origini dei nostri eroi. Un film scritto e diretto dal regista di quel filmaccio in cui i ragazzini scongelavano i nazisti zombi, per intendersi, sul quale IMDB giustamente ci mette in guardia avvertendoci che “People who liked this also liked Black Sheep – Pecore assassine“. «Ho imparato due cose», dice Hansel all’inizio del film, dopo un prologo che tiene ad assicurarsi la comprensione di chiunque, anche di chi abbia vissuto la propria vita murato in una cassapanca, e per questo ci racconta la fiaba da capo, per filo e per segno. Avrebbe dovuto impararne tre. Le prime due? Irrilevanti. La terza? Un must. Se sei diabetico e fai un lavoro di mano, figlio mio, punta l’allarme per l’insulina a cinque o dieci minuti prima di rovesciare gli occhi all’indietro e crollare per terra. Un film, quindi, che ha anche una morale. Cosa chiedere di più?

expo 2015 – il padiglione Italia

Sono stati resi pubblici da pochi giorni i risultati del concorso che ha visto la vittoria del Nemesi Studio di Roma per la realizzazione del padiglione italiano all’ormai imminente expo del 2015. Sull’ottimo sito Europa Concorsi è possibile visionare gli altri progetti classificati, che sembrano avere in comune la forma parallelepipeda e l’utilizzo di una seconda pelle più o meno traslucida. Dal padiglione di Mario Bellini che allude all’albero della vita e lavorava su cardo e decumano con una corte interna ripresa dalla tradizione abitativa milanese, gli hortus interni e i fronti in linea con il contributo scenografico di Dante Ferretti.

    

Dal progetto di Giugiaro, che interpreta l’albero in senso più letterale e si fa al ritmo e alla conformazione del pioppo per un padiglione porticato, sviluppato come una piazza, ma materiali decisamente meno orientati ad un legame visivo con la natura: facciata integrata in vetro, struttura metallica, maxischermi.

  


Molto più interessante, in un certo senso, il progetto di riconversione del padiglione.


  

Terzo classificato è il progetto di Matteo Fantoni, che in un certo senso ricorda il padiglione danese di Shanghai: una piazza circolare interna al padiglione, uno specchio d’acqua che compenetra l’edificio andando a creare un laghetto interno, una struttura a nastro di sapore guggenheimiano intorno.

  

Secondo è il bellissimo progetto di Miralles Tagliabue, non un albero della vita in senso universale ma uno specifico, molto locale albero della vita italiana, strutture ottimizzate per una costruzione senza sprechi ed una splendida piazza centrale con cupola.

  

Quanto al progetto vincitore, si può sbirciare qualche render e leggere un po’ di opinioni qui, qui e qui. Le parole che vengono utilizzate per descriverlo sono efficienza, ambizione, indipendenza energetica. Esteticamente, è un lavoro difficile da giudicare, con il poco materiale a disposizione: sei piani di altezza per 12.800 mq con spazi espositivi, piazza coperta, uffici, sale conferenze e riunioni, bar e un ristorante panoramico. Non è ben chiaro in cosa consista il panorama, considerato che il sito dell’expo è, immancabilmente, la ridente cittadina di Rho.

Musei d’impresa a palazzo della ragione

Tra le cose che ci rimangono dal Salone di quest’anno, la mostra dei musei d’impresa a Palazzo della Ragione.  La mostra, inaugurata l’11 aprile e che chiude la prima settimana di maggio, è intitolata Che storie! e racconta i musei d’impresa, associazione promossa da Assolombarda e Confindustria che raggruppa sotto un unico cartello i musei di aziende che hanno fatto la storia del prodotto in Italia, da Barilla a Pirelli, da Ferrari a Rubelli, da Alessi a Kartell. L’esposizione di articola in quattro sezioni:
- la storia e la memoria, sull’importanza di musei e archivi d’impresa;
- il mito e la passione, che tra macchine del caffè, Vespa e Ferrari raccontano come il pezzo di design diventa oggetto di culto e parte dell’immaginario collettivo internazionale;
- la scoperta e la meraviglia, dedicata ai retroscena dei nostri oggetti quotidiani, dalla catena produttiva attraverso quella distributiva fino alle nostre case;
- identità e innovazione, sul rapporto tra memoria e ricerca, tra musei d’impresa e innovazione.

 11 aprile-12 maggio 2013
CHE STORIE!
Oggetti, miti e memorie dai musei e dagli archivi d’impresa
@ Palazzo della Ragione (piazza Mercanti 1) – Milano
Lunedì: 14.30 – 19.30
Da martedì a domenica: 09.30 – 19.30
Giovedì: 09.30 – 22.30

 

Angelo Mangiarotti in corso Como

Una delle esposizioni che ci rimangono dal Salone del Mobile, all’incantevole galleria Carla Sozzani in corso Como 10, la retrospettiva dedicata alla produzione di Angelo Mangiarotti rimarrà aperta fino al 28 aprile. Modellini di architettura, lampade, arredi, sculture, fotografie, disegni e carte da parati per chi lo ama e per chi lo odia e per chi, come me, apprezza solo una parte della sua produzione. Gli oggetti esposti provengono dalle collezioni di Agape (tavolini e lavabi in pietra), Artemide, Colle Vilca, Klein & More (l’orologio da tavolo, per dirne uno), Mepra, Unifor e Vistosi, per cui ha realizzato il celebre, iconico lampadario Giogali composto di ganci di cristallo.

    

Galleria Carla Sozzani
corso Como 10
20154 Milano
tel. +39 02 653531
lunedì – aperto dalle 15:30 alle 19:30
martedì, venerdì, sabato e domenica – aperto dalle 10:30 alle 19:30
mercoledì e giovedì – aperto dalle 10:30 alle 21:00