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Europa e BIM: la situazione degli altri stati membri

Dopo alcune false partenze, il prossimo 18 aprile verrà approvato il decreto legislativo per il recepimento di svariate direttive europee tra cui la famigerata 2014/24/EU sugli appalti pubblici, che introduce l’obbligo di utilizzare il Building Information Modeling. Non si sta parlando d’altro. Il decreto abrogherà tutte quelle parti del D.lgs. 163/2006 (il Codice Appalti, per gli amici) in contrasto con le direttive europee e in questi giorni non si sente che un ritornello: finalmente l’Italia si mette in pari con il resto dei Paesi, l’Italia è sempre l’ultima. Alzi la mano chi non ha sentito frasi come queste almeno una volta nell’ultima settimana.

Ho deciso quindi che era il caso di armarmi di santa pazienza per restituirvi un’idea precisa a riguardo. Siamo veramente così indietro? Sarà poi vero?

 


 

BIM norms in europe_20160213

mappa aggiornata al 13 febbraio 2016 (gli aggiornamenti riguardano Portogallo, Russia, Lituania, Ungheria, Polonia, Russia)

Il quadro della situazione

1. La maggior parte dei Paesi che aveva normative e standard in materia BIM, li ha comunque riveduti tra il 2012 e il 2014, o li sta rivedendo oggi. Questo dovrebbe fornire un indizio a tutti coloro che sostengono si faccia BIM da vent’anni (anche se i più audaci si spingono addirittura a dire trenta): stiamo assistendo a un fenomeno nuovo per tutti e se è vero che il BIM nasce tanto tempo fa in una galassia lontana lontana, il concetto si è evoluto. Il BIM di oggi non è più quello di cui si parlava anni fa.

2. All’estero difficilmente si parte da una normativa, ma la normativa è punto d’arrivo di un processo che viene promosso dallo Stato tramite le Università, trova la risposta nella committenza (pubblica e non), raccoglie esperienza e poi ritorna, allo Stato, arricchito di tutto ciò che occorre a stilare delle linee guida, delle best practice, degli standard nazionali. Delle sei nazioni in cui il BIM è davvero reso obbligatorio da un mandato nazionale, e si parla comunque solo di opere pubbliche, quattro sono europee: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Regno Unito. Di queste, solo Finlandia e Norvegia richiedono l’utilizzo del BIM per tutti gli appalti pubblici, senza restrizione di modalità e importo dei lavori.

3. Gli strumenti maggiormente utilizzati all’estero per introdurre il BIM si possono così riassumere:
– creazione di una piattaforma digitale (accade in Germania, ma anche in Italia);
– creazione di task group sul modello del BIM task group britannico (accade nel Rego Unito, ma anche in Italia);
– studio degli esempi esteri (accade in Spagna e in Irlanda);
– adozione tramite progetto pilota (accade in Francia);
– creazione di best practice, linee guida e standard nazionali, con particolare accento sul framework legale (accade nella maggior parte dei Paesi del nord Europa).

Non credete a questa diagnosi? Non credete alla mappa? Ok. Ecco di seguito gli Stati Membri dell’Unione Europea (e qualche rilevante Paese non membro dell’UE) con relativi veloci ritratti circa la situazione normativa riguardo al BIM. Dovendo scegliere un ordine, ho scelto di ordinarli per valore dell’industria delle costruzioni, in rigoroso ordine decrescente. Per la cronaca, l’Italia sarebbe stata quarta, in questo elenco, con un valore dell’industria pari a 163 miliardi di euro.

La materia è vasta e complessa, il mondo è bello perché è vario e tutto quanto il resto. Se ho perso di vista quindi qualche documento o qualche norma estera che ritenete fondamentale a farsi un quadro della situazione, o se sono stata ingenerosa con i progressi di qualche Nazione, per favore segnalatemelo e sarò ben lieta di aggiornare periodicamente questo articolo. La situazione è in rapidissimo movimento, quindi mi aspetto che le informazioni qui contenute diventino obsolete molto molto in fretta.

 


 

Germania (valore: 285 miliardi). Nel 2012, il Ministero Federale per i Trasporti, le Costruzioni e l’Urbanismo (BMVBS) ha commissionato un progetto di ricerca durato un anno, ovvero dal 1 Dicembre 2012 al 30 Novembre 2013, intitolato ZukunftBAU, Costruire il Futuro. L’iniziativa è anche nota come  “Future Building” o, più semplicemente, come la BIM-Guide for Germany. Si tratta di un agile documento in sei pagine che fotografa la situazione attuale rispetto a quella degli altri Paesi e fornisce alcuni input circa i principi generali e gli obiettivi del metodo. Il documento è scaricabile qui.

.BIM-Guide-Germany (1) BIM-Guide-Germany (2).

Nel gennaio 2015, in occasione del BAU di Monaco, il ministro Alexander Dobrindt ha annunciato il lancio di una piattaforma digitale per le costruzioni (Plattform Digitales Bauen). Obiettivo della piattaforma è raccogliere esperienze e contributi con in modo da delineare una strategia nazionale per l’adozione del BIM a partire dai casi studio, specie dopo gli incidenti di budget e tempistica di opere come l’aeroporto Berlino-Brandeburgo (8 miliardi di euro spesi contro 2.2 stimati, chiusura lavori prevista per il 2007), la stazione ferroviaria cosiddetta Stuttgart 21 (il cui costo potrebbe arrivare a €18.7 miliardi da una spesa preventivata che non avrebbe dovuto essere superiore a 4.5), la Elbphilharmonie di Amburgo (che avrebbe dovuto essere completata nel 2010 ed è fuori budget di circa 195 milioni di euro), e l’elenco dei progetti in perdita potrebbe continuare ancora a lungo. Ad oggi, una direttiva federale o nazionale sugli appalti pubblici in BIM non è ancora stata varata. Le ultime notizie parlano di fine 2020 per un mandato sulle infrastrutture.

GERMANIA_Stufenplan Digitales Planen und Bauen

Normativa: no (prevista per fine 2020).
Linee guida: no.
Approccio: ricerca preliminare di taglio accademico, piattaforma digitale, creazione di una strategia nazionale attraverso i casi studio. In perfetta sintonia con il proverbiale approccio pragmatico tedesco, la Germania parte da ciò che è stato fatto per trarne una teoria valida per tutti.


Francia (valore: 200 miliardi). In concomitanza con l’annuncio di Dobrindt, nel gennaio 2015 la Francia ha approvato il finanziamento di €20 milioni per un piano di transizione digitale. L’iniziativa si pone sullo stesso livello del BIM task group britannico, è guidata da Jerome Mast e costituisce risposta al lavoro di ricerca di sei mesi portato avanti da Bertrand Delcambre e consegnato al governo nel Dicembre 2014. E se la Germania sembra puntare sulle infrastrutture, l’obiettivo francese è di costruire in BIM circa 500,000 abitazioni entro fine 2017: da quel punto, forte di questo precedente, il metodo dovrebbe diventare obbligatorio per tutte le opere pubbliche. Da notare che, nonostante non esista un vero obbligo, da un paio di anni molti appalti francesi richiedono già l’utilizzo del BIM, sia per la progettazione che per la gestione del cantiere. Il rapporto originale di Delcambre è scaricabile qui: circa una sessantina di pagine in cui si affrontano i principali argomenti di base tra cui i livelli di collaborazione (qui sotto), la gestione del patrimonio, i rapporti tra progettista e impresa.

rapport_mission_numerique_batiment (1)

Normativa: no (prevista per fine 2017).
Linee guida: no.
Approccio: ricerca preliminare di taglio accademico, affermazione istituzionale del metodo tramite progetto pilota.


 

Regno Unito (valore: 177 miliardi). Terzo, ma naturalmente primo per completezza e per mia personale preferenza, il Regno Unito è vero e proprio traino europeo. Risale al 2015 il BIM Protocol v2.1 (il documento viene costantemente aggiornato) e ormai sapete tutto circa le varie parti che compongono il PAS 1192 (o, per lo meno, dovreste). Anche nel Regno Unito, il processo è iniziato con una ricerca, un progetto pilota costituito dall’edilizia scolastica, e un piano di implementazione cui ha fatto seguito l’introduzione normativa. Esiste un BIM Protocol specifico per Bentley e uno specifico per Autodesk Revit con tanto di model validation checklist, oltre che uno per Archicad e uno per Vectorworks, mentre in Italia siamo preoccupati anche solo a nominare un software come se questo compromettesse la filiera tutta (e come se fosse davvero possibile fare BIM senza i software), un template di BIM Execution Plan e una model matrix. L’elenco completo dei documenti è reperibile qui. Ho fornito qui, invece, l’elenco dei documenti relativi a British Standard e PAS 1192.

.PAS 1192 _ 5d investimentiPAS 1192 _ 4d tempoPAS 1192 _ fruitori.

Normativa: sì.
Linee guida: se non sono linee guida quelle, nessuno le ha.
Approccio: ricerca preliminare di taglio accademico e affermazione istituzionale del metodo tramite progetto pilota, forte accelerazione per fare da traino al Paese.


 

Spagna (valore: 63 miliardi). Ospite del BIM Summit Europeo, cui ormai manca pochissimo, la Spagna è sicuramente uno dei terreni più fertili dal punto di vista intellettuale ma lo è altrettanto dal punto di vista dell’implementazione? Ho già espresso il mio punto di vista parlando del programma del summit e sono ansiosa di vedere se la Nazione è al passo con i propositi di arrivare a un’implementazione parziale per il 2018 (strutture e infrastrutture pubbliche di nuova costruzione con budget superiore a 2 milioni di euro). Nel frattempo sì, ci vediamo a Barcellona.

Logo-2016-2

Normativa: no.
Linee guida: vedremo.
Approccio: mappatura del Paese, introduzione normativa graduale.

 


 

Olanda (valore: 60 miliardi). Risale al 1 febbraio 2013 la cosiddetta RGD BIM Norm, un documento di 30 pagine in cui si parla di BIM soprattutto in relazione al Facility Management: il BIM è considerato obbligatorio nei contratti di tipo DBFMO (Design-Build-Finance-Mantain-Operate) ma un piano per la sua obbligatorietà negli appalti pubblici è ancora in lavorazione. Il documento è scaricabile qui, ma questa pagina contiene altri documenti satellite che potrebbero risultare interessanti. Se sapete l’olandese, ovviamente. Nel 2012, il ministro dell’interno (RGD) ha richiesto l’utilizzo del BIM per la manutenzione e la gestione di grandi edifici di proprietà statale. A me sembra un po’ come se qualcuno che non sa cucinare (come me) si ponesse come primo obiettivo quello di fare il soufflé. Probabilmente mi sbaglio. Vi prego ditemi che mi sbaglio.

2016-02-01 12_15_02-rgd-bim-norm-2013.pdf

Normativa: sì ma solo per il Facility Management.
Linee guida: sì.
Approccio: mappatura del Paese, introduzione normativa graduale.


 

Svizzera (valore: 53 miliardi). Benché non faccia parte dell’Unione Europea in senso stretto, valeva la pena includerla nell’elenco se non altro per prossimità geografica. E nonostante si sia sempre propensi a credere che la Svizzera sia anni luce avanti rispetto all’Italia, l’annuncio di uno tra i primi progetti in cui il BIM verrà utilizzato in modo collaborativo risale al giugno 2015. Nessuna traccia di linee guida, mandati, protocolli nazionali. E’ dell’università italiana l’iniziativa di un corso che parli di BIM.

LimmiViva-Hosptial-Credit-Sightline-Group

Normativa: no.
Linee guida: no.
Approccio: tentativo.


 

Norvegia (valore: 46 miliardi). Considerato tra le prime ad aver adottato il BIM a livello nazionale, il governo di Oslo ha varato un primo mandato nel 2005 (anche se le prime prese di posizione in favore del BIM risalvoo al 2000) e l’ha poi riveduto nel 2013 traducendolo in quello che è attualmente noto come il Statsbygg BIM Manual 1.2.1 (il trucco per pronunciarlo è sdrucciolare con nonchalance sulla prima parola). Con questo documento, la Norwegian Defence Estates Agency e gli enti ospedalieri richiedono l’utilizzo del BIM nei loro progetti entro quest’anno, il 2016. Non ho reperito informazioni di aggiornamento circa questa risoluzione e non so se il governo norvegese si consideri nella tabella di marcia per questo suo progetto. Certo è che gli standard norvegesi hanno un taglio molto simile a quello di un Employer Information Requirements e si pongono dalla parte del committente nel definire BIM requirements, suddivisi per disciplina, e formati di output. Sono scaricabili qui.

2016-02-03 19_01_25-StatsbyggBIM-manual-ver1-2-1eng-2013-12-17.pdf

Normativa: sì.
Linee guida: sì.
Approccio: specifiche statali che guardano alla committenza, focus sulle opere pubbliche.

 


Polonia (valore: 44 miliardi) e Repubblica Ceca (valore: 16 miliardi). Se dobbiamo credere a un’indagine congiunta delle Università di Varsavia, Cracovia e Brno, la consapevolezza nazionale circa il BIM è piuttosto alta (81%) ma mi permetto di esprimere scetticismo circa un’indagine che ha coinvolto 43 partecipanti su una popolazione totale di rispettivamente 40 e 10 milioni. Il focus nazionale sembra essere tuttavia l’implementazione nel settore privato, più che in quello pubblico, con aumento di consapevolezza e maggior cultura. Principale ostacolo sembra tutt’ora essere una preferenza per l’output bidimensionale.

2016-02-03 20_40_56-CCC2015_79_Juszczyk.pdf

 

Da segnalare in Polonia (grazie professor Ciribini) la Izba Projektowania Budowlanego, ovvero la Camera di Costruzione e Progettazione, molto attiva nel processo di recepimento della direttiva europea. Al punto 4.8 della loro serie di note alla bozza della nuova legge sugli appalti pubblici, ad esempio, si parla di BIM: le richieste principali vertono sulla necessità di evitare che l’introduzione dell’obbligo generi irregolarità concorrenziali, sulla realizzazione un piano dettagliato di sviluppo e, in particolare, su uno stanziamento di fondi per l’implementazione di qui al 2020, oltre che sulla regionalizzazione del metodo britannico. L’approvazione della nuova norma appalti è prevista entro la fine di quest’anno.

Normativa: no.
Linee guida: no.
Approccio: specifiche statali che guardano alla committenza, focus sulle opere pubbliche.


Belgio (valore: 39 miliardi). Nell’ottobre 2015, la Vrije Universiteit di Bruxelles ha pubblicato un agile libercolo di 60 pagine con una discutibilissima copertina ma interessanti contenuti. Si tratta di un “generic protocol”, una guida destinata a tutte le parti in causa nell’industria delle costruzioni, sviluppata da un BIM task group promosso dall’associazione dei contractor, con la partecipazione di Ordine degli Architetti (G30) e degli ingegneri (ORI), che propone alcune strategie a livello metodologico e organizzativo. L’approccio generale può essere definito cauto: ad ogni ruolo per ogni disciplina si propone l’affiancamento della propria controparte BIM, e lo scenario proposto è fondamentalmente un Level 2 con modelli federati in fase di consegna. Il documento è scaricabile qui. Anche in questo caso, non costituisce normativa.

.2016-02-01 11_47_56-the-guide-to-bim (2).pdf 2016-02-01 11_47_56-the-guide-to-bim (3).pdf 2016-02-01 11_47_56-the-guide-to-bim (3).pdf.

Normativa: no.
Linee guida: sì.
Approccio: ricerca preliminare di taglio accademico, sviluppo di linee guida per l’industria nazionale


Svezia (valore: 34 miliardi). La E4FS 2012:0076, o BIM-strategy del 2012, richiede che le revisioni e l’approvazione del cliente vengano condotte tramite modelli tridimensionali coordinati a un livello di base, ma possono essere supportati da materiale bidimensionale. Esiste tuttavia un documento aggiuntivo, l’OpenBIM’s contract appendix, che si pone l’obiettivo di incentivare l’utilizzo di BIM a livello collaborativo tramite la semplificazione in primis degli ostacoli legali.

2016-02-03 20_52_06-Rogier Jongeling - Asta 2014 NUF Presentation.pdf

Normativa: sì.
Linee guida: sì.
Approccio: documentazione-guida per facilitare la penetrazione del metod0


 

Austria (valore: 32 miliardi). Senza troppa fanfara, l’Austria propone il proprio set di standard dal 2015 e lo fa tramite documenti sviluppati sulla falsa riga dei PAS britannici: non costituiscono quindi normativa, ma linea guida. Si tratta del pacchetto ÖNORM A6241 suddiviso in ÖNORM A 6241-1 per il Level 2ÖNORM A 6241-2 per il Level 3. I documenti relativi sono scaricabili qui e anche in questo caso, com’è accaduto per la revisione dei British Standard, la maggior parte dei pacchetti di download è ancora CAD-centrica (ctb, dwg). I documenti relativi al BIM sono acquistabili per le modiche cifre di 182,40€ (la ÖNORM A 6241-1: 2015 07 01) e 161,60€ (la ÖNORM A 6241-2: 2015 07 01). Gli standard sono stati oggetti di discussione durante un BIM summit a Vienna nel luglio 2015 (il programma qui) e sono attualmente considerati in vigore. Nonostante si citi spesso l’Austria tra i Paesi in cui il BIM è obbligatorio per gli appalti pubblici, l’informazione non è corretta: si tratta di un metodo più o meno affermato, ma comunque non obbligatorio (grazie a Loredana Cavalieri per la conferma).

austrian-standards-annual-report-2014-50-638

Normativa: no.
Linee guida: sì.
Approccio: sviluppo di standard nazionali


Finlandia (valore: 29 miliardi). Nonostante venga spesso citata tra i pionieri del BIM, e nonostante il Senato abbia avuto un ruolo predominante nel traino del settore verso la digitalizzazione rendendo obbligatorio il BIM per i progetti pubblici già nel 2008, i New Common BIM Requirements (COBIM per gli amici) sono stati rivisti durante questo primo periodo di test, e successivamente rilasciati nel 2012. Il loro obiettivo è estendere l’utilizzo del BIM all’intero ciclo di vita dell’edificio, ma il ritratto tracciato da BuildingSMART Finlandia pochi anni fa ci parla di un mercato tutt’altro che sviluppato, dove il settore è trainato dalle grandi imprese costruttrici ma progettisti, enti private e investitori dimostrano ancora scarsa sensibilità al tema. I New Common BIM Requirements sono scaricabili qui nella loro versione inglese e si compongono di tredici parti:
1. Principi generali
2. Modelazione delle condizioni di partenza
3. Progettazione architettonica
4. MEP
5. Progettazione strutturale
6. Garanzia di qualità
7. Quantity take-off
8. Utilizzo dei modelli per la visualizzazione
9. Utilizzo dei modelli per i calcoli MEP
10. Utilizzo dei modelli per l’analisi energetiche
11. Gestione di un progetto BIM
12. Utilizzo dei modelli nel Facility Management
13. Utilizzo dei modelli nelle fasi di costruzione
I documenti contengono indicazioni che variano dall’ovvio (per modellare un muro occorre utilizzare lo strumento “muro”, pagina 9 della parte 1) al meno ovvio, con indicazioni specifiche circa il BIM per l’esistente, per il MEP, per il Quantity Take-off. Consiglio in particolare il modulo 6 sulla Quality Assurance. Anche in questo caso, sono i cosiddetti “state clients” a fare da traino, principalmente la State Property Services Agency e la Senate Properties.

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Normativa: sì.
Linee guida: sì.
Approccio: promozione della committenza pubblica, creazione di standard e linee guida


 

Danimarca (valore: 27 miliardi). Tra i Paesi in cui il ragionamento sul BIM è maggiormente sviluppato, la Danimarca porta avanti la propria sperimentazione dal 2001 con la fondazione della Danish Digital Building Initiative (o DIBS) poi tradotto in atto pratico nel 2007. Il 1 aprile 2013 (pesce) viene emesso l’Executive Order No. 118 (meglio noto come Danish BIM Mandate) in cui viene richiesto l’utilizzo di Information & Communication Technology (con consegna di IFC sì, ma vengono accettati anche i formati nativi) per appalti pubblici al di sopra dei 700.000 € e per progetti a partecipazione/finanziamento pubblico che superino i 2,7 milioni. I sette punti del mandato vengono comunemente così riassunti:
1. Coordinamento ICT;
2. Gestione dei modelli digitali durante la loro realizzazione;
3. Creazione di una rete digitale di collaborazione e comunicazione durante lo sviluppo e la realizzazione del progetto;
4. Utilizzo dei modelli digitali anche dopo la consegna del progetto;
5. Quantity Takeoff e appalti digitali;
6. Consegna digitale della documentazione di progetto;
7. Ispezioni digitali.
Ormai lanciata verso il Level 3, quella danese è sicuramente una delle scene più mature. Il BIM viene richiesto principalmente dai cosiddetti “state client”, enti come la Palaces & Properties Agency, la Danish University Property Agency e la Defence Construction Service.
Il cosiddetto BIPS 3D Working Method è scaricabile qui, dove peraltro è possibile consultare una serie piuttosto corposa di casi studio. Tutti rigorosamente in danese.

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Normativa: sì.
Linee guida: sì.
Approccio: piattaforma digitale, creazione di una strategia nazionale attraverso i casi studio


 

Irlanda (valore: 9 miliardi). E’ recentissima la notizia che anche l’Irlanda ha varato un proprio piano di implementazione, una roadmap che dovrebbe portare all’introduzione del BIM entro un paio di anni. A seguito di un’indagine condotta a livello nazionale sulle 100 maggiori aziende del settore, e i cui risultati si sono rivelati estremamente positivi, la strada irlandese per l’implementazione del BIM si divide in tre parti:
– la formazione di un National BIM Steering Committee, il prossimo marzo, inizialmente composto da tre figure (ma da allargarsi poi a una sorta di “concilio dei nove”);
– il lancio di un progetto di ricerca chiamato BIM Innovation Capability Programme (BICP) atto ad analizzare e monitorare le esperienze estere anche tramite una serie di workshop con le università e da alcuni progetti pilota;
– la creazione di un “client group” di supporto, composto da multinazionali come Facebook, Intel e Microsoft, e di un “contracts and procurement group” che dovrebbe occuparsi di ricercare la parte legale perché, come dichiara Alan Hore nella sua intervista a BIM+, “presently our contracts don’t work with BIM”.

Normativa: no.
Linee guida: no.
Approccio: indagine nazionale, formazione di task group, revisione del framework a partire dagli aspetti legali.


Portogallo (valore: 15 miliardi). Eccezione virtuosa per quanto riguarda le piattaforme digitali, il Portogallo obbliga l’eProcurement dal Novembre 2009, almeno per gli appalti pubblici. Sono numerosissime le piattaforme digitali certificate e riconosciute dal governo, tutte a pagamento, ed è in lavorazione da anni la realizzazione di una piattaforma per il procurement integrato e la gestione del processo costruttivo. Questa piattaforma è chiamata PLAGE (pessima idea per un Paese con bellissime spiagge: provare google per credere), e sarebbe la prima ad essere effettivamente BIM-based. Consiglio, a questo proposito, il paper “BIM-Based E-Procurement: An Innovative Approach to Construction E-Procurement” di António Aguiar Costa e António Grilo.
In questo senso, l’introduzione del BIM è partito da una solida base di digitalizzazione degli appalti, precedente e indipendente da esso. Un approccio decisamente interessante.

Ungheria (valore: 9 miliardi). Patria di Graphisoft (Archicad), l’Ungheria sembra avere una scena vivace ma poco organica, con diversi promotori privati che spingono da più parti per l’adozione del BIM. Riguardo all’assenza di un piano di implementazione nazionale, ringrazio (nuovamente) il professor Ciribini per la correzione: risale all’anno scorso il mandato per la creazione di una norma nazionale, che si poneva come ottimistico limite il 31 dicembre 2015. Si parla quindi di piattaforma digitale e di creazione di un’infrastruttura IT per la gestione degli appalti. Un interessante documento sulle possibilità del BIM in Ungheria è scaricabile qui.

Slovacchia (valore: 4 miliardi).


Cipro. Per la sorpresa dei meno informati, Cipro ha da tempo aggiunto il BIM tra gli argomenti della sua biennale European Conference on Product and Process Modelling (ECPPM perché il mio settore non può fare a meno degli acronimi): la call for papers di questa edizione cita esplicitamente argomenti come Multi-Model and distributed Data Management, BIM Implementation and Deployment, Building Performance Simulation. Con l’industria delle costruzioni che continua a contrarsi (sono passati da oltre 40,000 impiegati a meno di 28,000 dal 2014), possiamo aspettarci che il contributo di Limassol al dibattito sul BIM sia principalmente intellettuale. Il convegno si terrà dal 9 all’11 settembre. La scadenza per spedire i propri abstract, se a qualcuno interessa, è stata posticipata di un mese, dal 15 gennaio al 15 febbraio.

2016-02-03 19_56_31-WIMS'14 Call for Papers;

 

Bulgaria. Chi pensava che avrei escluso stati “minori” dal mio elenco evidentemente mi conosce molto poco. Da un punto di vista accademico, il dibattito sul BIM in Bulgaria sembra ancora acerbo: il professor Boyan Georgiev dell’Università di Architettura Civile, Ingegneria e Geotecnica di Sofia è promotore del metodo ma, a sua stessa detta in una recente intervista, l’argomento è ancora pressoché sconosciuto sul territorio nazionale. A portare avanti la battaglia insieme a lui, coBuilder Bulgaria e Nemetschek. Siamo solidali con la sua missione di creare un BIM task group nazionale.

Islanda. Citata spesso tra i primi Paesi ad adottare il BIM, l’Islanda ha fondato il suo implementation committee nel 2007 ma l’introduzione del metodo è stata decisamente lenta (si veda a proposito un paper di Sigurjón Guttormsson che fotografa la situazione al 2011). La causa di questa lentissima implementazione viene individuata, oltre che nella crisi del settore, anche nella mancanza di progetti pilota che abbiano davvero sfruttato le potenzialità del metodo. Si potrebbe quasi dire che l’Islanda sia ferma al Level 1, con nessuna intenzione di progredire.

Grecia. Non ancora implementata in alcuna direzione, né quanto a standard né quanto a normativa, la Grecia ha una posizione curiosa sull’argomento, con teorie formate circa quanto sia sbagliato insegnare BIM durante i processi di formazione degli architetti.

“In general, my opinion is that BIM should not be introduced in architectural training. I believe that because it has integrated designing tools, most of which have certain libraries that offer certain architectural aspects such as openings and a general design pattern. In my view this could be an inhibitory factor in architectural composition.”
(Mathaios Papavassiliou in un’intervista del 2011)

Estonia (aggiornamento, grazie all’approfondito documento di tesi di Marzia Bolpagni, citato in bibliografia). Nel giugno 2013, l’azienda di Real Estate Riigi Kinnisvara ha fatto importanti passi per l’introduzione del BIM nel Paese, stilando il Riigi Kinnisvara AS Mudelprojekteerimise juhend 2013, una serie di documenti di specifiche tra cui un documento sugli standard di modellazione e le modalità di condivisione (in stile PAS) e una serie di tabelle, rigorosamente in Estone. Un elenco completo di tutti i documenti è reperibile qui. Consiglio in particolare di dare un’occhiata agli “schemi esplicativi” dei processi collaborativi.

.2016-02-09 11_21_16-Microsoft Word - RKAS mudelprojekteerimise juhend_ver_20130131.doc 2016-02-09 11_40_43-Microsoft Word - RKAS mudelprojekteerimise juhend_ver_20130131.doc 2016-02-09 11_41_44-Microsoft Word - RKAS mudelprojekteerimise juhend_ver_20130131.doc.

Non mi è pervenuta notizia di alcuna strategia nazionale di implementazione.

Lituania. (aggiornamento grazie ai preziosissimi contributi bibliografici di Darius Migilinskas). Probabilmente sull’onda delle influenze ricevute dalla vicina Scandinavia, il Paese è attivo nella ricerca sul BIM dal 2002, quando lo stanziamento di fondi privati alla ricerca ha consentito di formare un task group di studiosi che iniziassero a portare avanti simulazioni e progetti pilota con quello che allora era considerato Building Information Modeling. I risultati di questo gruppo sono stati simili a quelli ottenuti in altri Paesi, e che hanno portato alla teorizzazione di una transizione dal Level 1 al BIM come oggi viene considerato, con i suoi connotati collaborativi. Da allora, la Lituania ha portato avanti la ricerca (in questa presentazione è possibile sfogliare alcuni dei progetti pilota realizzati in BIM) e l’università di Vilnius offre numerosi corsi di laurea centrati sulla digitalizzazione del costruito e sulla progettazione parametrica. Sempre a Vilnius si tiene, dal 27 Aprile al 30 Maggio, la quinta edizione della Skaitmenine Statyba, la conferenza sulla digitalizzazione.
Attualmente il task group sta continuando sulla strada per l’introduzione dell’obbligo normativo sugli appalti pubblici, dopo l’emanazione di standard e linee guida BIM. E’ attesa per questo mese la pubblicazione dei template per il BIM Execution Plan e per l’Employer Information Requirements.


 

Croazia. Non pervenuta.

Lettonia. Non pervenuta.

Lussemburgo. Non pervenuto.

Malta. Non pervenuta.

Romania. Non pervenuta.

Slovenia. Non pervenuta.


 

In calce, la Russia non era contemplata nel mio elenco ma questo ha causato malcontento, quindi includiamola pure.
Dopo una serie di fertili dibattiti trainati dal contributo accademico di personalità come il professor Vladimir Talapov, architetto e matematico autore di decine e decine di trattati sul BIM, nel marzo 2014 il Presidential Expert Council russo ha reso pubblica la decisione di imbarcarsi in un’introduzione normativa del BIM per gli appalti pubblici. Da allora sono stati realizzati 25 progetti pilota il cui lesson learned è stato compilato lo scorso novembre: si attendono sviluppi entro i prossimi due anni, anche se nessuno si è sbilanciato a promettere una data. Nel frattempo, continua l’implementazione a livello universitario per creare percorsi di studi che formino i nuovi professionisti e il governo si è imbarcato in un’impresa non dissimile al nostro progetto InnovAnce: un sistema di classificazione unificato a livello nazionale che codifichi oltre 70,000 prodotti, prefabbricati e materiali da costruzione (fonte: BIM+).
Chiedo scusa agli amici russi: non avevo certamente intenzione di escluderli dal discorso (soprattutto considerato che, a quanto vedo, siamo davvero sulla stessa barca).

 


Per ulteriori approfondimenti:

– McGraw Hill Construction SmartMarket Report, 2014;
McGraw Hill Business Value of BIM for Owners, 2014;
– una selezione di BIM guidelines a cura di Natspec;
Emmanuel di Giacomo, “BIM, trends from all around the world” in occasione del 1° European BIM Summit di Barcellona, 13 febbraio 2015;
Ella Poon, “Worldwide BIM policies and strategies“;
Marzia Bolpagni, “The implementation of BIM within the public procurement: A model-based approach for the construction industry“, 2014.

Inoltre, il professor Ciribini dell’Università di Brescia parlerà di questo argomento il prossimo 17 febbraio a Genova, al convegno dell’Ance.

 

Il CES 2016 (per sentito dire)

L’International Consumer Electronics Show di Las Vegas, per gli amici CES, quest’anno ha avuto una risonanza enorme. Quattro giorni (dal 6 al 9 gennaio) in cui non abbiamo sentito che parlare di droni, smart houses, stampa 3d e altre amene amenità. La sua onda lunga non si è ancora esaurita. Così, nonostante fossi in altre faccende affaccendata, approfitto della gentilezza di un amico che ha avuto la fortuna di andarci, e scandagliando le diciotto tonnellate di materiale che mi ha rovesciato in google drive, riesco a farmi un’idea più o meno precisa di ciò che la tecnologia ci sta riservando quest’anno. Emozionata? Stupita? Eccitata? Beh, una cosa per volta…

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Ringraziamo Raffaele Castagno per la preziosissima ricerca, per le fotografie e per i racconti. Il suo articolo, in inglese, è disponibile qui.


I filoni principali

Se chiedete a chi c’è stato e se leggete i resoconti di chi dice di esserci stato, le principali tendenze di questo CES sembrano essere cinque:
1. Droni;
2. Stampa 3d;
3. i cosiddetti wearables, principalmente per realtà virtuale e realtà aumentata;
4. Internet of Things;
5. Automotive, connected cars, DeLorean e altre auto del futuro.

E se state pensando Tutto qui?, state pensando la stessa cosa che ho pensato io. Sono tecnologie che ci sembrano vecchie. Alcune di queste vengono discusse e utilizzate da decenni. Altri invece, come la Internet of Things, sono concetti vecchi cui abbiamo trovato un vestito nuovo (vestito che, per inciso, ultimamente è quasi più popolare di quello addosso a Sarah Hyland nei Golden Globe). Credo però che la chiave non sia nell’innovazione ma nella diffusione e nell’accessibilità delle tecnologie, nell’applicazione (potenziale) sul quotidiano. Finalmente.

O forse no?

PS: per non deludere chi potrebbe arrivare alla fine dell’articolo con false aspettative, non parlerò di automotive.


– I droni –

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no, non loro (purtroppo)

L’intera idea dietro alla diffusione dei droni è che puoi buttare per aria qualcosa che faccia quello che prima dovevi fare con un elicottero, con un paracadute o con tuo cugino sulle spalle. Ora, per quanto mi riguarda, appoggio l’idea. Intanto perché soffro di vertigini. E secondariamente perché io sono mingherlina e mio cugino pesa una tonnellata. Stiamo naturalmente parlando solo dei droni volanti, i cosiddetti UAV (Unmanned Aerial Vehicles), lasciando per un momento da parte i robottini che spazzano il pavimento o quelli che vi fanno il caffè (ma solo se gli sorridete, a dimostrazione che l’integrazione tra uomo e robot ha ancora molta strada da fare).
In Italia, stiamo attraversando un momento un po’ particolare, abbastanza frequente quando si tratta di nuove tecnologie. Una fase che potremmo definire l’era di Philip Dick, quella in cui le nuove tecnologie sono accolte con solare ottimismo. E, se non mi credete, consultate il nuovo regolamento Enac e fatevi due risate: la sperimentazione tecnologica, di questi tempi, è una sorta di atto carbonaro.
Negli Stati Uniti, invece, la situazione è leggermente migliore. Alcune risposte stanno arrivando alla richiesta di rendere più sicuro l’utilizzo di questi piccoli amici volanti, e la più originale presentata al CES sembra essere la Fleye, amichevolmente soprannominata l’insalatiera. Lanciata su kickstarter come “World safest Drone”, ha raccolto il consenso di oltre 700 investitori raggiungendo un livello di oltre 300.000 €. Si tratta di un drone compatto, racchiuso in una struttura protettiva, di grandezza e peso assimilabili a quelle di un pallone da calcio. Forse la cosa non tranquillizzerebbe l’Enac. Probabilmente non riuscirebbe a tranquillizzare nemmeno Xkcd. Si tratta tuttavia di un ulteriore importante passo per rendere più amichevoli queste tecnologie agli occhi del grande pubblico, e sappiamo bene che senza successo di pubblico nessuna tecnologia può decollare. Chiedendo umilmente perdono per l’orribile gioco di parole.

Xkcd: le nuove tecnologie generano ansia nel grande pubblico

 

Per quanto riguarda il mio settore, ovvero l’utilizzo dei droni per il rilievo, il problema tuttavia non è mai stato relativo né alle dimensioni né (salvo disastri) alla sicurezza degli stessi: i problemi sono principalmente di stabilità e di strumentazione a bordo (i primi tranquillamente superabili grazie ai secondi). In questo senso, la novità più interessante del CES sembra essere l’eXom di SenseFly. Pensato esattamente per il rilievo di edifici, è dotato di GPS, videocamera, sensori ultrasonici, scudi termici e alabarda spaziale. Viene integrato con il mapper di Pix4d. Nonostante sia già atteso con trepidazione dopo l’annuncio su numerose testate specialistiche, il prodotto non è ancora disponibile. Potrebbe trovarsi sulla letterina di tutti noi il prossimo Natale. Agli indecisi suggerisco di dare un’occhiata all’ottimo whitepaper.

Ehang 184

Il premio “neanche se mi paghi” va invece al nuovissimo Ehang 184, il drone che è in grado di trasportare autonomamente un passeggero senza alcuna richiesta di pilotaggio. In linea teorica, il suddetto passeggero non deve far altro che immettere su un tablet la destinazione desiderata e premere “decollo”. Ottimo per riportarvi a casa dopo una notte brava, quindi, ma ho letto troppi Urania per fidarmi davvero. Viaggia a circa 28 m/s, si può alzare fino a 3 metri e mezzo, ha un’autonomia di 23 minuti e porta fino a 100 chili. Costerà tra i $200,000 e i $300,000. Un po’ tanto, per mandarci la nonna a fare la spesa. Non potrebbe nemmeno comprare le bottiglie dell’acqua.

..

Il premio “migliore amico dell’uomo solo” va a Lily, di cui avrete senz’altro sentito parlare: Lily è il drone che ti segue mentre scii (e non ha da ridire sul tuo modo di impostare gli slalom quando siete arrivati a fondo valle). Vincitrice del CES 2016 Innovation Award, ha il merito di essere fondamentalmente una videocamera mascherata da drone. Pesa 1.3 kg (un disastro per la normativa italiana che pone a 1.2 kg un vincolo oltre il quale l’utilizzo dei droni, già complesso, minaccia di diventare a dir poco ingestibile). Registra a 1080p60, è impermeabile, costa “appena” $800. E per convincerla a seguirvi in giro dovete semplicemente indossare un bracciale, quindi è decisamente più semplice di una fidanzata, cosa che il nome femminile sembra decisamente voler suggerire.

 


– Stampa 3d –

Sono un’entusiasta, intendiamoci. Entusiasta in generale ed entusiasta di questa tecnologia. E l’entusiasmo non può che confermarsi vedendo la tecnologia applicata a protesi come arti artificiali (che onestamente mi rifiuto di considerare wereables come invece ho visto fare ad alcune testate specialistiche). Non posso fare a meno di avere l’impressione, tuttavia, che l’applicazione della stampa 3d ricada quasi esclusivamente in due ambiti diametralmente opposti: quello della medicina e quello della fuffa. Non vi parlerò della fuffa (stampanti che stampano Dalek, cibo o vestitini discutibili per ragazze giapponesi). Per quanto riguarda la prototipazione rapida, il mio settore d’interesse, trovo ancora un grande accento sulla varietà dei materiali ma pochissima attenzione a quello che è il principale ostacolo nel workflow, ovvero la preparazione rapida di un modello che non nasce per essere stampato.

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La nostra era della sperimentazione non si è ancora spinta a pieno in quella direzione (reggetevi forte perché potrebbe essere il prossimo regalo che faccio a qualcuno di voi). Nel caso me ne venisse voglia, si parla molto bene della DaVinci di XYZ Printing. Piccola, compatta, esterno che piace agli architetti. Sembra avere tutte le carte in regola per poter stampare bene e in fretta almeno i modellini nelle fasi concettuali del progetto. Mi accontenterei volentieri.

Inoltre, per i miei amici informatici là fuori, pare che sia finalmente disponibile sul mercato la famigerata Voxel8, la stampante che si vantava di poter stampare i circuiti elettronici.


 

– Wearables –

Vengono definiti wearable tutti quegli apparecchi tecnologici che richiedono di essere indossati. Lo scrivo soltanto perché mi è capitato che qualcuno parlasse di una camera immersiva come di una wearable e il suo cliente non era Godzilla.

Esistono wearables bioreattivi (quei dannatissimi braccialetti con cui le amiche possono farti vedere quanto hanno corso oggi, per esempio). A questo proposito, nonostante io non sia un’appassionata del genere, devo segnalare il braccialetto Lightwave recentemente proposto per i rave e utilizzato durante un interessante esperimento che registrava le risposte biometriche degli spettatori a Revenant.

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The Revenant e il grafico degli infarti

Per il nostro settore tuttavia sono decisamente più interessanti quei wearables destinati a realtà virtuale e realtà aumentata. Ora, non sono una grande fan della realtà virtuale immersiva, specie quando comporta una deprivazione sensoriale che non reputo del tutto sana. Ho inoltre i miei dubbi circa l’effettivo aiuto che potrebbero fornire al nostro settore tecnologie come gli Oculus Rift. Ha senso immergere il cliente nel modello dell’edificio, se questo non comporta riuscire a trasmettergli a pieno le sensazioni e le emozioni che l’edificio terminato potrà trasmettergli? E fidatevi, per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente un’immagine: bisogna lavorare anche e soprattutto sugli altri sensi, sui profumi e sui suoni, sulla temperatura della stanza, su piccole suggestioni ricevute dall’ambiente fisico. Andiamo quindi verso il concetto di camera immersiva, volendo, mentre le tecnologie di wearables basate sulla sola vista (Oculus Rift, PlayStation VR, HTC Vive) sono forse destinate a rimanere relegate nel mondo del videogiochi. Da leggere in questo senso, a mio parere, la mossa di Google Cardboard: puntando sulla realtà aumentata, più che su quella virtuale immersiva, Google sta fondamentalmente dicendo che i visori sono un giocattolo e chiunque può costruirsene uno con poco. Una mossa che condivido e appoggio.

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Google Cardboard: l’importanza è nell’immagine, ma la concorrenza cerca di vendere l’involucro

Per quanto riguarda invece la realtà aumentata, la scena è straordinariamente fertile e sono sempre stata molto ansiosa di seguirne gli sviluppi, sin da quella notte di primavera in cui si testarono i Google Glass dopo molti bicchieri di tanavà. E se l’esperimento dei Google Glass è stato felice fino a un certo punto, complice una certa immaturità della tecnologia, sono fiduciosa che questo non abbia bruciato l’espansione del settore. Ne è interessante indizio la comparsa al CES di Smart Firefighting Helmet e Smart Building Helmet di Daqri, che promettono di aggiungere alla realtà un layer di informazioni, e l’iniziativa di Fusar che promette un sistema per rendere “smart” ogni tipo di casco con visore.

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Smart Building Helmet: verso una realtà aumentatata che proietti sul cantiere il modello digitale dell’edificio (ne vedremo delle belle)

Agli appassionati di wearables, e principalmente ai fan di Misfit, consiglio la mostra Manus x Machina: Fashion in an Age of Technology, organizzata dal Costume Institute, che si terrà al Metropolitan Museum of Art di New York dal 5 maggio al 14 agosto.

 


– Internet of Things –

Nonostante il mio informatore Raffaele Castagno abbia già scritto molto e cose molto interessanti riguardo alla Internet of Things e ai possibili approcci di un utente, mi si permettano un paio di riflessioni “di settore”, specie considerato il grande accento che Autodesk sta recentemente ponendo sull’argomento.

..

Durante la scorsa convention di Milano nel ciclo The Future of Making Things, molto si è detto ma poco si è spiegato riguardo alle possibili applicazioni della Internet of Things nel settore delle costruzioni. Tanto per cominciare, non si parla di sensori né di domotica. I sensori si limitano a registrare un’informazione e trasmetterla all’utente, ma non intraprendono alcuna azione. La domotica invece attende l’input dell’utente per intraprendere le azioni del caso. Quando si parla di Internet of Things, si parla di smart house nel senso più fantascientifico del termine: una casa in cui tutta la strumentazione è interconnessa (si veda ad esempio la Nest Protect App, che collega rilevatori di fumo, termostati, videocamere e lampade) e agisce di concerto sulla base di uno stimolo. Qualcosa che Philip Dick avrebbe adorato, per intenderci (obbligatorio leggere racconti come “Some kind of life”, per parlare di Internet of Things).

Oltre ai sensori Nest, questo CES ci presenta alcune possibili e interessanti applicazioni della Internet of Things a un’abitazione finita, dalle strumentazioni mediche ai vasi per le piante (il Pot di Parrot, che legge automaticamente l’umidità nella terra e decide, sulla base della pianta, quando e quanto far irrigare all’impianto idraulico), per arrivare a Mother, Cookie e Peanut di Sense che… beh, è mia madre: una rete di piccoli sensori da seminare per casa in modo che vi ricordino di chiudere la porta, di prendere le medicine, di mettere la maglia di lana, di non starnutire quando vi nascondete e di non ridere quando mentite.

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Ma che dire a chi, come noi, in casa ci abita poco ma di case ne costruisce tante? La Internet of Things, checché ne dica Autodesk, sembra ancora avara di emozioni per l’industria delle costruzioni. Il caso del Consolidated Contractors Group è ancora un po’ troppo isolato perché si possa davvero parlare di una Internet of Things all’interno di realtà in cui nemmeno il digitale controllato dall’uomo è ancora sbarcato del tutto in cantiere. Da tenere sotto controllo sono aziende come MCube, produttrice dei Mems motion sensors (accelerometri, sensori magnetici e giroscopi).

E per chi desidera “sporcarsi le mani” con la Internet of Things, esiste The ThingBox project, un visual programming (sì, come Dynamo, dai) accessibile a tutti.


Questo è quanto: le mie impressioni (riportate) sul futuro prossimo della tecnologia. Invito chiunque abbia raccolto spunti interessanti, soprattutto relative al settore delle costruzioni, a contribuire alla raccolta. E speriamo che, entro l’anno prossimo, sempre più persone abbraccino lo slogan del CES: Innovation Betters the World.

Something I won’t forget so easily

Amsterdam on my middle finger

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I don’t usually write about fashion, I wasn’t even sure I had a category for that, but this calls for an exception.

Siberian goldsmith Ola Shekhtman apparently has been crafting a new ring while moving around the world: Paris, London, Washington (D.C.), Hong Kong, New York, San Francisco, Boston, Stockholm, Edinburgh, Charleston, Berlin.

Now, she doesn’t have all of my cities: I call for Jerusalem, of course, and Milan. In a while I might be needing Moscow and something in Taiwan, but that’s a different story. Still, I would be satisfied to wear Paris on my annularis (because it’s Paris). And hey, when somebody talks about construction sites without the proper knowledge I can always show them Amsterdam on my middle finger. Doing it without the ring is far less elegant.

 

So much to remember

European BIM Summit – Barcellona 2016

L’anno scorso a Barcellona la prima edizione dell’European BIM Summit produsse un interessante Manifesto per l’adozione del BIM in Catalogna. Si trattava di un documento cauto, che non mancò di far discutere, i cui punti salienti si possono riassumere in questo modo:
tra il 2015 e il 2016: accordarsi per un mandato sul BIM in Catalogna;
entro il 2017: mappare i più comuni protocolli per la creazione e la specifica di informazioni condivisibili tra le parti in modo da garantire la massima interoperabilità, in modo da portare all’adozione di standard quali l’IFC, i sistemi di classificazione e i processi produttivi digitali necessari a ogni fase del progetto, inclusa la manutenzione e l’integrazione nelle cosiddette smart cities;
entro il 2018: rendere obbligatorio che le strutture e infrastrutture pubbliche con budget superiore a 2mil € vengano realizzate con metodologia BIM nelle fasi dal design alla costruzione, restringendo il vincolo all’ambito delle nuove costruzioni;
entro il 2020: allargare lo spettro dei manufatti da realizzare in BIM, includendo tutte le opere pubbliche indipendentemente dal budget e compresi gli interventi sull’esistente, e allungare il margine d’incidenza sul ciclo di vita includendo anche la manutenzione e il facility management.

In febbraio, a un anno dalla realizzazione di questo manifesto, la Catalogna si trova a dover ridiscutere la propria posizione rispetto al BIM, e noi a dover riconsiderare il suo ruolo d’esempio tra i Paesi a noi affini. E alcune risposte verranno date tra poco più di un mese, nella seconda edizione dell’European BIM Summit che si terrà – sempre a Barcellona – il 18 e 19 febbraio. E mentre BuildingSMART Italia parlerà degli stessi temi alla Camera dei Deputati proprio il 18 febbraio, il summit catalano potrebbe essere una buona lente d’ingrandimento per studiare i progressi degli spagnoli prendendone il meglio.


 

I principali speaker (giovedì mattina)
Per la mattina e il pomeriggio di giovedì, data la grande quantità di ospiti e relatori, ho selezionato – in modo totalmente arbitrario – i 10 speaker che mi interessavano di più.
Le stelle non vogliono in alcun modo indicare il merito dei conferenzieri, ma solo il mio livello di interesse rispetto al loro intervento

1. Dominic Thasarathar. BIM Evangelist di Autodesk nel settore energetico, tra le altre cose si è occupato di ciclo di vita del progetto per Laing O’Rourke e qualcuno se lo ricorderà per averlo visto lo scorso aprile a Milano presso lo Smart Energy Forum tenutosi al Centro Svizzero. Se volete farvi un’idea circa le sue posizioni, vi consiglio l’articolo “3 Construction Industry Trends: A Golden Age of Profitability Beckons for Contractors”. I suoi focus sono quindi riassumibili in innovazione di processo (algoritmi, Infinite Computing, nuove tecniche costruttive), innovazioni nella domanda (con relativa integrazione tra Big Cities, Big Data e Social Media), innovazioni di prodotto (dagli smartphone alle Smart City).
★★★☆☆

2. Jesús Silva Fernández. Presidente di INECO dal 2014, vanta nel suo portfolio una serie di progetti estremamente interessanti tra cui la realizzazione del nuovo terminal dell’aereoporto di Abu Dabi (700,000 mq, previsto per il 2017) e il project management per l’espansione del Kuwait International Airport (la cui apertura è prevista per quest’anno). Sul territorio spagnolo, il progetto più interessante di INECO – e su cui probabilmente verterà la tavola rotonda che lo vede coinvolto – è la modernizzazione degli aereoporti e dello spazio aereo spagnolo, un progetto governativo che vede un intervento coordinato sull’esistente e allargato a tre branche: un piano sul Barajas di Madrid, il progetto di trasformare Barcellona in un hub per il mediterraneo e il piano di trasformazione per l’aereoporto di Malaga.
★★★★☆

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3. Francisco Diéguez Lorenzo. Direttore generale dell’ITeC (Instituto de Tecnología de la Construcción), ha contribuito alla creazione della roadmap per l’introduzione del BIM in Spagna, teorizzandone i quattro punti ovvero:
– la promozione di nuove tendenze nella gestione e nella collaborazione, tra cui il Global Project Management basato sul BIM;
– lo sviluppo di nuovi strumenti che contribuiscano ad una costruzione sostenibile;
– la promozione del restauro sulla nuova costruzione;
– il supporto all’innovazione tramite la collaborazione con aziende e istituzioni coinvolte negli ambiti di ricerca e sviluppo.
★★☆☆☆

4. Miguelangel Gea. Definito pioniere del BIM in Spagna e portato al summit come caso virtuoso, è stato a lungo titolare di uno studio di architettura prima di fondare la TotalBIM Consulting (evidentemente il proliferare delle società di consulenza non è un fenomeno che possiamo rivendicare come esclusivamente italiano). Si è occupato di progetti che vanno dal campo di pannelli solari alla piccola parrocchia con canonica, fino ai due giganteschi interventi di Extremadura, due gioielli rispettivamente da 135 ettari (il resort) e 1.570 m² (l’hotel con spa).
★★★★☆

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5. Ignacio Calvo Herrera. Direttore della branca di innovazione tecnologica di Acciona Infrastructures, gestisce circa 160 ricercatori suddivisi in cinque branche. Hanno circa 80 progetti in attivo tra cui numerosissime opere civili e la costruzione di diverse strutture di ricerca in Spagna tra cui il Palacio de la Música di Valencia, la ristrutturazione di Palazzo Sabatini nel complesso dell’Università di Castiglia e il Museo di Altamura.
★★★★☆

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6. Rafael Capdevila Becerra. Terzo e ultimo speaker nella selezione di casi studio “Little BIM, Big BIM, Civil BIM” insieme a Calvo e Gea, è il Capdevila in Bardají-Capdevila, ed è figura di spicco nel panorama intellettuale catalano nei campi dell’innovazione e dell’implementazione BIM soprattutto per quanto riguarda la costruzione e il management della stessa. A chi voglia farsi un’idea circa la sua attività, consiglio di seguire il blog che tiene su WordPress. In spagnolo, purtroppo. Ma del resto anch’io scrivo in italiano più o meno per gli stessi motivi.
★★☆☆☆

7. Souheil Soubra. Esperto di BIM e Information Technology legata al mondo delle costruzioni, con particolare attenzione a tecniche innovative tra cui gli ambienti di simulazione e di realtà aumentata, il Geographical Information management, la realtà virtuale. E’ direttore della branca di Information Technology al Centre Scientifique et Technique du Bâtiment e fa parte del piano di transizione francese per la digitalizzazione degli edifici. Tra i suoi scritti più interessanti, un paper sull’interoperabilità negli edifici socio-sanitari e il capitolo “The Need for Creativity Enhancing Design Tools” in Virtual Futures for Design, Construction & Procurement. Opinabile ma estremamente stimolante.
★★☆☆☆

8. Ilka May. Figura di spicco del panorama tedesco, nonché “quota rosa” della mattina di giovedì, è Managing Director dell’iniziativa tedesca Planen Bauen – autore del cosiddetto piano graduale per l’adozione del BIM in Germania – e Associate Director di Arup. el suo portfolio conta bellezze come il collegamento fisso della Fehmarnbelt (ovvero il famigerato tunnel sottomarino tra Scandinavia e Germania) e i lavori per le Olimpiadi di Londra del 2012.
★★★☆☆

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9. Mark Bew. Ultimo ma non ultimo della sezione dedicata allo stato dell’arte del BIM in Europa, è Chairman dell’UK Government BIM Task Group e il suo punto di vista è legge (letteralmente, in molti Paesi). Fare volentieri questi 1.000 km anche solo per sentir parlare lui.
★★★★★

10. Adam Matthews. Guest speaker per il Regno Unito, è interfaccia di Autodesk con i governi e si occupa, oltre al BIM, di cloud computing e advanced manufacturing. Fa parte del BIM Task Group e lavora in Autodesk dal 1999.
★★☆☆☆


 

I principali speaker (giovedì pomeriggio)

1. Bilal Succar. Parlerà di ambizioni e maturità del BIM e, per coloro che lo seguono, il suo intervento è un appuntamento molto atteso. Fondatore di BIMexcellence, efficace e generoso comunicatore, ci ha regalato alcuni dei più begli articoli non accademici sul BIM tra cui le linee guida per l’assessment.
★★★★★

2. Janet T. Beckett. Membro di spicco dei gruppi governativi britannici BIM4SMEBIM4Health, oltre che Board Member del Chartered Institution of Building Services Engineers, si occupa principalmente di HVAC e, negli ultimi anni, di low-carbon.
★★☆☆☆

3. Tomi Henttinen. Finlandese, fondatore di Gravicon Oy, ha lavorato a progetti come l’Helsinki Music Centre, l’Università di Turku nota anche come Micromedicum, il bellissimo ospedale di Espoo.
★★★☆☆

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4. Magnus Wage e Maria MestresGiovani rampanti divisi tra Spagna e Norvegia, sono titolari di uno studio a Madrid. Tra i progetti che mi sento di segnalare, il complesso residenziale a Vosstun e gli edifici a stecca di San Sadurní d’Anoia.
★★★★☆

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5. William T. Mannarelli. Si sta recentemente occupando del Nou Espai Barça Project, il nuovo stadio da 105,000 persone e 600 milioni di euro, in qualità di direttore dell’Àrea Patrimonial. Il progetto prevede, oltre al potenziamento dello stadio, la costruzione del nuovo Palau Blaugrana con spazi esterni, una pista da hockey, spazi commerciali annessi, parcheggi interrati e altre facilities. Allo Stadium Design Summit di Londra dello scorso 20 novembre, era stato dichiarato l’utilizzo di un 6dBIM, con tanto di integrazione del modello con il sistema di vendita dei biglietti. Inutile dire che sono molto curiosa di vederne un caso studio ben sviluppato.
★★★★☆

6. Isidro Navarro. Ricercatore, insegnante, esperto di nuove tecnologie, è stato membro del Google Glass Explorer Programm dal gennaio 2014 (e lo so, non ho potuto narrarvi le mie sperimentazioni con lo strumento, ma sono stata vincolata al segreto da uno dei miei fornitori ufficiali di grappa). Si occupa di realtà aumentata integrata con l’architettura ed è personalità di spicco dell’ambiente. Tra le sue pubblicazioni, potete dare una scorsa a numerosi paper tra cui:
– Augmented reality uses in educational research projects: the “Falcones Project”, a case study applying technology in the Humanities framework at high school level (qui);
– New Strategies Using Handheld Augmented Reality and Mobile Learning-teaching Methodologies, in Architecture and Building Engineering Degrees (qui);
– Implementation of Augmented Reality in “3.0 Learning” Methodology: Case Studies with Students of Architecture Degree (qui).
★★★☆☆

7. Francisco Martínez. Facility manager e pilota di droni (il che già dovrebbe essere sufficiente).
★★★☆☆

8. Viktor Nordstrom. Fondatore di Cl3ver, menzionata da Wired tra le startup europee più interessanti. Per chi non la conoscesse, Cl3ver è una piattaforma per presentazioni 3d interattive, specificamente pensata per l’industria delle costruzioni, che consente di integrare svariati tipi di modelli 3d con visualizzazioni intelligenti collegate alle informazioni delle geometrie. Qui sotto il video di presentazione.
★★★★☆

..

9. Iria Carreira. BIM Technician e Construction Manager, è attualmente BIM Coordinator dell’australiana Lendlease, che conta tra i suoi progetti anche lo stadio per i giochi invernali del 2006 di Torino.
★★☆☆☆

10. Brian Skripac. Americano, vice-presidente di CannonDesign e ha gestito, tra le altre cose, un ben documentato processo di costruzione in BIM per la Ohio State University (intendo proprio l’edificio). All’interno di BIM Forum, ha contribuito al gloriosissimo (e sempre sia lodato) manuale sui LOD.
★★★★☆

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I principali speaker (venerdì mattina)

1. Louis Demilecamps. Francese, presidente (fino all’anno scorso) di VINCI Construction France, ha inaugurato il 29 aprile scorso il grandioso stadio di Lione, oltre ad aver realizzato progetti come Trinity (per la bellezza di 140 metri di altezza, 32 piani,. 52 000 mq) e il nuovo stadio di Bordeaux.
★★★☆☆

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2. Miguel Ángel Heras. Digital transformer, speaker di professione, lavora per anni da Roca (sì, l’azienda di sanitari) e speriamo che nel settore “BIM Industry” possa portare qualcuno dei cosiddetti “manufacturer insights” di cui tanto si sente parlare e di cui tanto ci sarebbe bisogno. Insieme a lui nella tavola rotonda, Uwe Wassermann (Business Developer Director in Autodesk) e Stephen Hamil (Director of Design and Innovation per RIBA Enterprises).
★★☆☆☆

 


 

Il programma (highlights)

I punti di focus di questo BIMsummit sembrano essere, almeno a una prima occhiata, tre:
1. Lo stato dell’arte europeo. All’argomento verranno dedicati due interventi il giovedì mattina (“Spain. State of the art” alle 10:30 e “BIM Implementation in Europe. BIM Europe Today” alle 12:00), oltre a un ben meritato focus sul Regno Unito, con Adam Matthews (dalle 13:00 alle 14:00). Naturalmente mi spezza il cuore che l’Italia non sia presente, quando avrebbe avuto attori ben meritevoli di sedere a quel tavolo. Faremo di meglio l’anno prossimo.
2. I casi studio. Forse la parte più interessante, per quanto mi riguarda, si divide tra la mattina e il pomeriggio di giovedì, oltre a un misterioso intervento del venerdì mattina, con ospiti non meglio specificati.
3. Le nuove tecnologie. Facile parlare di futuro e tecnologie innovative, spesso a sproposito o in linea del tutto teorica, ma gli interventi di questo BIM summit sembrano essere ben tarati sulla praticità, e gestiti da chi ha realizzato progetti reali in situazioni reali.

Programma completo qui.


 

In più, se questi tre punti non vi bastano, c’è tutto il resto del programma (e tutto il resto della città).

Ci vediamo a Barcellona?

 


 

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Planet Earth is blue and there’s nothing I can do

Major Tom

 

 

10 anni di blog

happy birthday snoopy

Sherlock (Holmes) & the Abominable Bride

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Now, before I tell you about this episode, let me be clear about my position towards this show. I loved Season 1, right up to “The Great Game” (my least favourite of 2010) and I adored Season 2, right up to “The Reichenbach Fall” (definitely my least favourite of 2011). I thoroughly enjoyed Season 3 as well, though episode 1 was a little too self-absorbed for my taste and episode 3 was complete nonsensical. So yes, I seem to have a problem with last episodes or, to be completely honest, I think the authors do. They create beautiful one-shot stories, but they lack the time to build the hype they try to came through with, and when they tie the knot on the season’s main baddie all I can do is shrug. Therefore I wasn’t at all thrilled to see Andrew Scott‘s Moriarty returning (nothing againts the man himself: he is a terrific psychopath but I find his character to be terrifying inflated and overrated by its fandom). Still, I was intrigued to hear about this Abominable Bride Christmas Special, and like everyone else I was intrigued by his unexpected Victorian setting.

And yet make no mistakes, this Christmas Special is no spin-off but a proper episode, set right after Season 3 finale, His Last Vow. Sherlock is on a plane, set to his brotherly-arranged exile after taking off Charles Augustus Magnussen with a gun, when he is called back by Mycroft for yet another Country-level emergency. The authors take their time to remind us that, with a classic “recently on Sherlock” sequence, and also recap for us the very first scenes of the very first episode, only to repeat them in a Victorian setting, with the original actors playing their original characters. So far so good.

sherlock - the abominable bride patchworkThen the episode starts and it’s a damn good episode in itself. Beautiful writing of a marvellous gory Victorian drama, featuring a killer consumpted bride, her avenging ghost, a very clever use of both Amanda Abbington (always witty former/actual spy Mary Watson) and Louise Brealey, a dr Hopper who not only is still incredibly in character but also finds her own rightful and meaningful place in the story despite her brief presence on screen. Very good narrative inventions go hand in hand with an inspired directing by Jekyll‘s director Douglas Mackinnon. Among my personal favourite sequences, you have to count:
1) a reconstruction of the crime scene, with Holmes stopping the action as if with a remote control and the characters sitting in the middle of the action, living room and all;
2) the mind palace scene was one of the most beautiful in the original series and finds its own beautiful equivalent in this episode, with Holmes sitting on his living room floor and scraps of newspaper circling around him like electrons around an atom’s nucleus;
3) the Reichenbach Falls painting hanging in Mycroft’s office, with flowing water, and later on Sherlock’s confrontation with Moriarty on the falls themselves: though I never liked the original episode and I’m not fan-like fond of the character, it was a marvellous scene and somewhat came through with some of the psychological concepts the author tried (and failed) to convey in Season 2.

 

Now for my least favourite. I thought the first awakening scene, with Holmes running nonsensicaly to the cemetery to exume Emilia Ricoletti, was quite useless. At that point of the story, everyone understood what was really going on, and it would have been enough to have Sherlock wake up in the plane and then fall into trance again.

Also, this episode has been controversial for the choice to depict Suffragettes as KKK acolytes. Still, you have to be blind not to see and not to hear what the main character is saying in that scene, following what Mycroft said before about a “battle that needs to be lost”. Also, I am somewhat glad they took the drug addiction in the open: I thought they have been a little too shy about it in the original series and it was about time this became an actual topic. Other hints of fealty to Conan Doyle‘s original works can be found everywhere, and I loved to see how authors proved us that they have been doing their homework, and that they willingly decided to change some characters not because they didn’t know them but because they did. Great performances are given by everyone, returning and supporting characters alike. Cumberbatch and Freeman are like in a race to whom is the best and I find that this time the good old doctor comes out on top. Now I don’t really know if we are entitled to hope for an actual Season 4, but I do hope this series keeps being more like this and a little less like where it failed before.

Da SketchUp a Revit con Formit (e tanta tanta pazienza)

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, una popolazione di piccoli e teneri orsacchiotti viveva pacificamente su una luna boscosa chiamata SketchUp. Vivevano in pace, facendo quello che gli ewok sanno fare meglio: agghindavano di fiori le principesse, si nutrivano di carne umana e adoravano il loro androide dorato. Il loro workflow era più o meno il seguente:

  1. il capo Ewok organizzava il progetto dal punto di vista estetico e funzionale, verificando il brief del cliente e organizzando la “visione”;
  2. un Ewok #1, chiamato “ewok caddista” o “povero Ewok” si occupava di portare in Cad il layout, mentre un Ewok #2, detto “creativo” partiva dagli schizzi del capo Ewok per realizzare un visual 3d del progetto.

I poveri pacifici orsacchiotti erano infelici, ma non se ne rendevano conto (a parte povero ewok caddista, forse quello maggiormente consapevole all’interno del workflow). Disegnavano lo stesso progetto due volte per ogni versione, anche quando – cosa non frequentissima ma nemmeno troppo insolita – le figure di Ewok #1 e Ewok #2 coesistevano all’interno dello stesso orsacchiotto.

La relazione tra i due Ewok poteva essere tra le più varie, dall’amicizia d’infanzia alla faida fratricida, ma il risultato sarebbe stato sempre il medesimo: inevitabilmente si sarebbe arrivati a due versioni del progetto, una graziosa (quella di ewok creativo) e una corretta (quella di povero ewok caddista).

 

Ma la cosa non era destinata a durare, perché il MALVAGIO IMPERO GALATTICO stava per installare sulla felice luna boscosa un nuovo software chiamato Revit.

A questo punto dell’implementazione, di solito il malvagio impero procede (giustamente ma alquanto faticosamente) ad eradicare le cattive abitudini. Per qualche motivo, AutoCad trova inserimento nel workflow molto più facilmente di SketchUp. Ora, sgombriamo subito il campo da equivoci: personalmente ritengo che l’eradicazione totale dei due strumenti, almeno nelle prime fasi dell’implementazione, sia un passo necessario al successo dell’implementazione stessa. L’utilizzo dei vecchi strumenti viene visto come una scappatoia all’apprendimento di quelli nuovi, e spesso i vecchi strumenti vengono utilizzati in modo non integrato con il flusso di lavoro necessario al nuovo software (e alla nuova metodologia, se stiamo parlando non solo di Revit ma di BIM nel suo complesso). Il workflow quindi, già ingarbugliato in partenza, rischia di assumere rapidamente questo aspetto:

workflow - sketchup autocad bim monkey

E non so francamente da dove iniziare per descrivere quanto sia male adottare questo schema, in cui il capoprogetto continua a rapportarsi solo con gli attori di prima, che continuano a usare i software di prima, mentre l’onere di trasformare il tutto in un progetto BIM viene affidato a un’entità di rango inferiore, amichevolmente soprannominata BIM monkey. Il lavoro è moltiplicato per tre, e con esso le possibilità che il progetto finale non somigli nemmeno lontanamente a quello che si voleva ottenere (e incidentalmente a quello che ha visto il cliente, dato che spesso le presentazioni vengono estratte dal progetto in versione SketchUp).

Anziché lasciare intatto il nocciolo di lavoro iniziale, pensando di poter risolvere la cosa acquistando sul mercato nero una scimmia BIM a basso costo, la chiave di un’implementazione efficace consiste nel bombardamento a tappeto sui computer dei progettisti che devono iniziare a usare Revit fin dalle prime fasi del lavoro.

Esistono tuttavia almeno due scenari in cui persino il malvagio impero galattico, persino nella sua manifestazione più purista (che, ripeto, supporto e condivido), deve trovarsi a fare i conti con il modellatore che fu di Google:
1. i progetti in corso sono in SketchUp;
2. la libreria componenti è in SketchUp.

Mi occuperò del problema numero 1. Il problema numero 2 merita un discorso a parte.


 

1. Abbiamo un progetto già partito in SketchUp
(inserire sirene d’emergenza *qui*)

Ebbene sì, può succedere. Può succedere che un progetto sia già stato parzialmente sviluppato in SketchUp, o che sia stato sviluppato in questo modo il suo intorno, il suo involucro, il suo contesto. Il lato positivo è che il progettista ha già un approccio tridimensionale alla progettazione, e probabilmente non presenterà alcune delle resistenze più frequenti nei caddisti abituati a un approccio bidimensionale. Il lato negativo è che… beh, che parte del lavoro è già in SketchUp.

Il flusso di scelte che ci si trova a dover prendere in questi casi ha un aspetto del genere.

The_Scream

Ora, Revit consente di importare file di SketchUp già da qualche versione, tramite i comandi Import o Link Cad. Autodesk consiglia, per limitare i danni, di passare tramite una famiglia. Perché parlo di danni? Beh, ve lo dimostro subito. Non c’è trucco, non c’è inganno: lo dimostro partendo da file nuovi non preparati, signore e signori, non preparati, e se qualcuno dal pubblico vuole offrirsi volontario… ecco, Lei, signora, con il cappellino rosa. Mi vuole tenere questo file di SketchUp un momento, per favore? Grazie. E’ un modello del Chrysler Building, preso dalla 3d Wharehouse di Trimble SketchUp (sì, ora è Trimble, per tutti coloro che hanno vissuto gli ultimi due anni chiusi in una cassapanca). Ora, per amore della scienza e dato che il software lo consente, tenterò di inserire il file di SketchUp (non preparato, signore e signori, non preparato) all’interno di un nuovo progetto di Revit, realizzato a partire dal template architettonico. Questo è il risultato.

sketchup to revit - cannot open

Questo è probabilmente il risultato che otterrete tentando di importare un qualunque modello SketchUp di media complessità all’interno di un progetto di Revit.

Ora, tentiamo la strada suggerita da Autodesk e proviamo a importare il file skp all’interno di una famiglia. La pagina non specifica di quale famiglia dovrebbe trattarsi, per cui ripeto l’esperimento con una famiglia di categoria Entourage e con una famiglia di categoria Massa. Risultato? Dai che indovinate.

sketchup to revit - cannot open

Sempre per amore della scienza (signora, grazie, può tornare al Suo posto), tento anche di importare il modello skp in una famiglia in-place, dato che il workflow veniva consigliato da Autodesk fino a non molto tempo fa. Indovinate? Sì.

sketchup to revit - cannot open

Ultimo tentativo: provo ad aprire il modello di SketchUp dal suo software madre, esporto un CAD 3d (come dicevo l’eradicazione di AutoCad è faccenda complessa e articolata). SketchUp sembra felice di farlo.

sketchip export to cad - ok

Prego tutti di ricordare che la versione free di SketchUp, chiamata anche SketchUp Make, non consente di svolgere questa operazione più o meno dal secondo dopoguerra: per esportare verso la concorrenza è necessario acquistare la versione Pro alla modica cifra di $695.

Ma ricchi e potenti sono gli strumenti a nostra disposizione quindi apro il file in AutoCad, perché fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. AutoCad fa un po’ il diffidente, ma con qualche rassicurazione sembra contento di aprirlo.

open exported cad - warning

Ha l’aspetto del Chrysler Building, decisamente, e l’Audit si limita a mettere mano a tre blocchi. Naturalmente ho perso qualunque informazione relativa a materiali e mappe (sotto alla finestra di audit, due screenshot rispettivamente presi da SketchUp e da AutoCad)

autocad - audit

 

.chrysler building sketchup (1).jpgchrysler building - autocad.

Prendo quindi il mio tanto faticosamente sudato cad e lo importo in Revit. Ecco che finalmente riesco a vedere il mio edificio in tutto il suo splendore. Sembra di aver scalato l’Everest, ma non abbiamo ancora nemmeno iniziato a fare ciò che dobbiamo fare (= progettare).

chrysler building - revit

Da notare che la complessità del modello, o per lo meno l’illusione di una sua complessità, è data solamente dalle texture: le forme sono modellate in modo decisamente elementare (qui sotto, due screenshot presi direttamente da SketchUp). Nulla che non sarei riuscita a ottenere con una massa di Revit.

.chrysler building - shaded with texture chrysler building - shaded.

 

Con modelli SketchUp più complessi, è possibile che nemmeno il CAD riesca a salvarvi.

Diamo un’occhiata alle dimensioni dei file, prima di procedere. Non c’è trucco, non c’è inganno. Tutti i file hanno ricevuto un Purge selvaggio e contengono il solo Chrysler Building.

chrysler - file sizes

Come ci aspettiamo, un file rvt contenente un dwg esportato da un skp pesa circa quattro volte il file di partenza. Ecologicamente poco sostenibile. E naturalmente, prima che qualcuno lo proponga, il file importato non è esplodibile a meno di perdere l’intera geometria 3d.

Vada come vada, la rimodellazione del file SketchUp all’interno di Revit si rivela sempre la soluzione migliore e, spesso, l’unica praticabile. E per come la vedo io, anche se mi rendo conto che questa opinione rischia di essere impopolare tra i miei pari, il compito di ricostruire il progetto non deve gravare sul progettista, che è già abbastanza impegnato a imparare un nuovo metodo, imparare un nuovo software e incidentalmente, nel tempo libero, dovrebbe anche magari progettare. In aggiunta al carico, e in risposta a chi potrebbe suggerire di far svolgere la ricostruzione del contesto come esercitazione per apprendere il nuovo software, vi sono due fattori principali da considerare:
1) fare è gratificante, ma rifare è frustrante: assegnare un’esercitazione che richiede di ripetere del lavoro già fatto con un altro software non può che deprimere il team, e aggiungerà accoliti alla già nutrita fazione di coloro che vedono l’implementazione di Revit come tempo sottratto alla progettazione;
2) il progettista, soprattutto se alle prime armi con il software, deve poter iniziare il lavoro vero e proprio in un ambiente protetto, ordinato, che fornisca un esempio virtuoso di come dovrebbe essere impostato il file. Per questo non è mai una buona idea utilizzare i file di esercitazione come base per un lavoro che dovrà essere sviluppato e consegnato: è una buona ricetta per un disastro.
Per queste due ragioni primarie, e per una miriade di ragioni secondarie, la famigerata ricostruzione del file all’interno si Revit dovrebbe essere realizzata dal BIM Tutor o, in mancanza, dal BIM Coordinator. In un mondo ideale, non dovrebbe essere carico del BIM manager perché a questo punto dell’implementazione il BIM manager avrà ben altre gatte da pelare (vedere punto 2).

Da qualche mese a questa parte, un nuovo strumento si è affacciato sul mercato promettendo di risolvere problemi come questo. Lo strumento è Autodesk Formit 360, e si compone di due componenti: una piattaforma on-line e un add-in scaricabile per Revit 2015 e 2016. L’add-in si compone di quattro funzionalità principali, ma per il workflow che ci interessa ecco cosa viene proposto.

sketchup - formit - revit workflow

Ora, senza preconcetti e provando a mantenere la mente aperta, tentiamo l’operazione con quello stesso modello.

revit - formit addin - convert sketchup

Da Revit 2016, sotto il tab Add-In, scelgo la terza opzione, Convert SKP to Formit 360 Sketch e incrocio le dita. Mi appare una schermata con grafica anni ’80, forse così studiata per andare incontro al caddista che non è mai passato alla visualizzazione Drafting & Anniotation.

formit add interfaccia - revival anni 80

Faticosamente raggiungo la cartella in cui si trova il file SKP, propongo la stessa cartella come output e passo i successivi cinque minuti a fare ciò che ogni BIM Coordinator deve imparare a fare sin dai suoi primi passi: osservare pazientemente una rotella che gira. L’AddIn sembra soddisfatto di se stesso.

formit conversion - happy

Andando a vedere quello che è successo, troviamo che nella nostra cartella è comparso un nuovo misterioso file, chiamato come il file SKP, con estensione *.axm. Scelgo quindi il pulsante Formit 360 dalla barra di Revit e questo si rivela essere il mio primo errore (a parte aver scelto questo mestiere, intendo). Il mio browser preferito è Google Chrome, che non è il browser preferito di Autodesk (provate a iscrivervi alla certificazione ACI se non mi credete). La pagina si carica, l’app si popola di contenuti ma al momento di mettere carburante nel jetpack (letteralmente) qualcosa non va per il verso giusto e Chrome me lo comunica con la sua consueta grazia.

formit - chrome doesn't respond

Ma ormai è tanto tempo che stiamo insieme, io e Autodesk: so cosa vuole, e rovisto nel mio computer alla ricerca di Internet Explorer. Non so bene dove l’abbia messo. Forse è lì, insieme al maglione con la treccia che mi ha fatto mia madre per Natale del 1988. Lo trovo. Digito la ricerca nella barra degli indirizzi. Mi ricordo che Explorer non accetta le chiavi di ricerca nella barra degli indirizzi. Apro Google. Cerco Autodesk Formit. Vado alla pagina. Ed è proprio quando pensi di conoscere qualcuno che quello ti sorprende.

formit internet explorer

 

Tesoro, ti giuro, ero convinta che ti piacessero i broccoli!

Tento di nuovo Chrome e infine Firefox, che devo installare appositamente. Con la volpe in fiamme ho maggiore fortuna, ma ad un certo punto anche Chrome decide di aprire l’app. Scegliendo di importare un file all’interno dello spazio di lavoro Formit, l’App propone una scelta tra immagini e modelli 3d personalizzati, nel famigerato formato axm. L’importazione del Chrysler sembra essere andata per il verso giusto.

Chrysler - formit

A questo punto è possibile, tramite il comando Export, esportare localmente un file Formit 360 Sketch, ma questo passaggio è inutile: l’apertura in Formit in realtà serve semplicemente come verifica e, eventualmente, per apportare ulteriori modifiche. Se si desidera importare il file all’interno di Revit così come mamma Trimble l’ha fatto, è sufficiente scegliere dall’AddIn l’opzione Convert Formit 360 Sketch to RVT (sì, il file axm non è uno strano formato di interscambio ma è esattamente il formato di file letto e scritto da Formit).

La buona notizia è che il procedimento è relativamente breve, e si conclude con successo. La cattiva notizia è che anche in questo caso vengono perse le texture ma non si può avere tutto, giusto?

chrysler building - revit da formit

Il file ottenuto pesa circa 1Mb in più rispetto a quello che avevamo ottenuto importando il CAD, ma si compone di quattro diverse famiglie di massa (nominate in modo creativo, ma anche in questo caso cerchiamo di non essere troppo pignoli) ovvero:
– il Chrysler Building vero e proprio;
– una famiglia di massa contenente un paio di model line solitarie e pazze;
– una massa per la topografia;
– un’altra massa con la mesh della topografia.

A questo punto la tentazione è fortissima: mi metto in sezione, tiro una sessantina di livelli con interpiano di 4m, seleziono la massa del Chrysler e le chiedo di farmi dei pavimenti. Nulla accade.

.revit - chrysler building - prospetto revit - chrysler building - floors.

Ed è allora che mi sorge quel ragionevole dubbio che avrebbe dovuto aggredirmi prima.
Edito la famiglia.
E dopo aver superato una romantica visualizzazione con cieli azzurri e prati verdi, mi trovo di fronte alla cruda realtà dei fatti e al reale funzionamento di Formit.
Inutile aspettarsi una conversione delle geometrie, a quanto pare.
La famiglia, del peso nominale di circa 400 Kb, contiene una geometria importata simile a quella che avremmo potuto importare direttamente (se solo non avessimo ottenuto quella sequenza di errori), naturalmente non esplodibile. Dal punto di vista BIM, l’oggetto è intelligente come un sasso. A differenza del CAD, però, l’oggetto da Formit non viene importato già pulito: nel semplice test effettuato su questo apparentemente semplice modello, la sola famiglia del Building contiene 12 elementi ancora da purgare, tra annotazioni e stili. E a questo punto diventa chiaro anche il motivo dell’incremento in peso: anziché importare un singolo oggetto, ne vengono importati quattro in altrettante famiglie.

Conclusioni

– La buona notizia è che Formit offre una scorciatoia di rimbalzo per tutte quelle situazioni in cui Revit si rifiuta di importare direttamente il file SketchUp, e fornisce una ragionevole scomposizione dello SketchUp laddove si desideri mantenerne solo delle parti e non si sia in grado di pulire il modello direttamente nel suo software nativo.
– La cattiva notizia è che la rimodellazione da zero all’interno di Revit sembra essere ancora l’unica strada per ottenere geometrie pulite e leggere.

Per dovere di cronaca, bisogna invece dire che una geometria modellata nativamente in Formit e poi importata in Revit mantiene la propria dignità (qui sotto, accanto al Chrysler, un cubo dimostrativo). Si tratta comunque di famiglie poco intelligenti, non parametriche, modellate in totale spregio delle categorie e dei piani di riferimento. Continuo a pensare che sia più produttivo (e alla lunga decisamente più gratificante) insegnare un uso corretto delle masse concettuali. E su questa nota romantica, con il sole che tramonta dietro al Chrysler Building e i piccoli ewok che si recano a nanna, vi lascio alle vostre considerazioni. E buona implementazione a tutti.

revit - chrysler and cube