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Hansel e Gretel e la sveglia intempestiva

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Dopo Cappuccetto Rosso Sangue e Biancaneve e il Cacciatore, ecco che Hollywood continua la sua operazione Fraktured (ricordate? le versioni sui generis di fiabe note, che facevano da intermezzo ai cartoni nel Rocky e Bullwinkle Show), coinvolgendo questa volta Occhio di Falco e una delle tante attrici di Hollywood colpite dalla sindrome di Portman, quella terribile malattia che impedisce loro di chiudere la bocca. Ad affiancarli, niente di meno che Jean Grey, Lucifero e una schiera di streghe svedesi, in un filmone fatto di rocambolesche corse nella foresta, mostriciattoli di gomma e gigantesche balestre a ripetizione. Un film in cui Pihla Viitala mostra le chiappe, come pare sia suo uso e costume, e abbiamo tutto in uno lo sceriffo coglione, il ragazzino che vuole combattere, Lara Croft con il fratello che le dorme sotto al letto (e nessuna sorpresa che il suddetto si perda via alla prima ora d’aria che gli capita di ottenere), la strega buona e un misterioso mistero sulle origini dei nostri eroi. Un film scritto e diretto dal regista di quel filmaccio in cui i ragazzini scongelavano i nazisti zombi, per intendersi, sul quale IMDB giustamente ci mette in guardia avvertendoci che “People who liked this also liked Black Sheep – Pecore assassine“. «Ho imparato due cose», dice Hansel all’inizio del film, dopo un prologo che tiene ad assicurarsi la comprensione di chiunque, anche di chi abbia vissuto la propria vita murato in una cassapanca, e per questo ci racconta la fiaba da capo, per filo e per segno. Avrebbe dovuto impararne tre. Le prime due? Irrilevanti. La terza? Un must. Se sei diabetico e fai un lavoro di mano, figlio mio, punta l’allarme per l’insulina a cinque o dieci minuti prima di rovesciare gli occhi all’indietro e crollare per terra. Un film, quindi, che ha anche una morale. Cosa chiedere di più?

expo 2015 – il padiglione Italia

Sono stati resi pubblici da pochi giorni i risultati del concorso che ha visto la vittoria del Nemesi Studio di Roma per la realizzazione del padiglione italiano all’ormai imminente expo del 2015. Sull’ottimo sito Europa Concorsi è possibile visionare gli altri progetti classificati, che sembrano avere in comune la forma parallelepipeda e l’utilizzo di una seconda pelle più o meno traslucida. Dal padiglione di Mario Bellini che allude all’albero della vita e lavorava su cardo e decumano con una corte interna ripresa dalla tradizione abitativa milanese, gli hortus interni e i fronti in linea con il contributo scenografico di Dante Ferretti.

    

Dal progetto di Giugiaro, che interpreta l’albero in senso più letterale e si fa al ritmo e alla conformazione del pioppo per un padiglione porticato, sviluppato come una piazza, ma materiali decisamente meno orientati ad un legame visivo con la natura: facciata integrata in vetro, struttura metallica, maxischermi.

  


Molto più interessante, in un certo senso, il progetto di riconversione del padiglione.


  

Terzo classificato è il progetto di Matteo Fantoni, che in un certo senso ricorda il padiglione danese di Shanghai: una piazza circolare interna al padiglione, uno specchio d’acqua che compenetra l’edificio andando a creare un laghetto interno, una struttura a nastro di sapore guggenheimiano intorno.

  

Secondo è il bellissimo progetto di Miralles Tagliabue, non un albero della vita in senso universale ma uno specifico, molto locale albero della vita italiana, strutture ottimizzate per una costruzione senza sprechi ed una splendida piazza centrale con cupola.

  

Quanto al progetto vincitore, si può sbirciare qualche render e leggere un po’ di opinioni qui, qui e qui. Le parole che vengono utilizzate per descriverlo sono efficienza, ambizione, indipendenza energetica. Esteticamente, è un lavoro difficile da giudicare, con il poco materiale a disposizione: sei piani di altezza per 12.800 mq con spazi espositivi, piazza coperta, uffici, sale conferenze e riunioni, bar e un ristorante panoramico. Non è ben chiaro in cosa consista il panorama, considerato che il sito dell’expo è, immancabilmente, la ridente cittadina di Rho.

Musei d’impresa a palazzo della ragione

Tra le cose che ci rimangono dal Salone di quest’anno, la mostra dei musei d’impresa a Palazzo della Ragione.  La mostra, inaugurata l’11 aprile e che chiude la prima settimana di maggio, è intitolata Che storie! e racconta i musei d’impresa, associazione promossa da Assolombarda e Confindustria che raggruppa sotto un unico cartello i musei di aziende che hanno fatto la storia del prodotto in Italia, da Barilla a Pirelli, da Ferrari a Rubelli, da Alessi a Kartell. L’esposizione di articola in quattro sezioni:
- la storia e la memoria, sull’importanza di musei e archivi d’impresa;
- il mito e la passione, che tra macchine del caffè, Vespa e Ferrari raccontano come il pezzo di design diventa oggetto di culto e parte dell’immaginario collettivo internazionale;
- la scoperta e la meraviglia, dedicata ai retroscena dei nostri oggetti quotidiani, dalla catena produttiva attraverso quella distributiva fino alle nostre case;
- identità e innovazione, sul rapporto tra memoria e ricerca, tra musei d’impresa e innovazione.

 11 aprile-12 maggio 2013
CHE STORIE!
Oggetti, miti e memorie dai musei e dagli archivi d’impresa
@ Palazzo della Ragione (piazza Mercanti 1) – Milano
Lunedì: 14.30 – 19.30
Da martedì a domenica: 09.30 – 19.30
Giovedì: 09.30 – 22.30

 

Angelo Mangiarotti in corso Como

Una delle esposizioni che ci rimangono dal Salone del Mobile, all’incantevole galleria Carla Sozzani in corso Como 10, la retrospettiva dedicata alla produzione di Angelo Mangiarotti rimarrà aperta fino al 28 aprile. Modellini di architettura, lampade, arredi, sculture, fotografie, disegni e carte da parati per chi lo ama e per chi lo odia e per chi, come me, apprezza solo una parte della sua produzione. Gli oggetti esposti provengono dalle collezioni di Agape (tavolini e lavabi in pietra), Artemide, Colle Vilca, Klein & More (l’orologio da tavolo, per dirne uno), Mepra, Unifor e Vistosi, per cui ha realizzato il celebre, iconico lampadario Giogali composto di ganci di cristallo.

    

Galleria Carla Sozzani
corso Como 10
20154 Milano
tel. +39 02 653531
lunedì – aperto dalle 15:30 alle 19:30
martedì, venerdì, sabato e domenica – aperto dalle 10:30 alle 19:30
mercoledì e giovedì – aperto dalle 10:30 alle 21:00

Jean Nouvel e il suo ufficio

Sicuramente una delle installazioni più meritevoli di questa edizione, se non la più meritevole. Jean Nouvel si installa al salone ufficio e immagina, astrae, lavora per scenari sul concetto di spazio per lavorare, declinandolo nei modi del vivere contemporaneo. Tre scenari per altrettanti modi di vivere l’ufficio: “l’ufficio in un vecchio appartamento”, “lavorare a casa” e “il capannone: nuovi spazi per lavorare”.

“L’ufficio in un vecchio appartamento” è forse il più affascinante di questi percorsi e immagina lo scenario di un classico appartamento in centro, con tagli tradizionali e vecchie finiture, allestito nel rispetto degli spazi originali e nello spirito di chi sceglie uno spazio simile per insediarvi il proprio posto di lavoro. Gli arredi sono quindi comodi e piacevoli, scelti come sarebbero scelti gli arredi di casa: un grande tavolo T334 di Tecno con sedie Ps142 nella sala riunioni, sistema Unifor con sedie di Vitra per l’open space, divani Brooklyn di Poltrona Frau per l’ufficio direzionale, e ancora pouff Kuadra di Kastel e una grande libreria di Marc Sadler (la Big per Caimi) nella sala d’aspetto, su cui si impilano scatole e scatole di credits, una cucina Dada e una profusione di accessori di Bruno Munari e Enzo Mari per Danese.

 

   

Il secondo compartimento ha titolo “lavorare a casa” e presenta uno spazio contenuto, soppalcato, polifunzionale, dove il quotidiano e il privato si mescolano con il lavoro e la rappresentanza. Una grande libreria disegnata dallo stesso Jean Nouvel per Molteni suddivide gli spazi di lavoro da quelli di incontro e brainstorming che, nella sfera privata, diventano salotto. Un tavolo con sedie Audrey di Piero Lissoni per Kartell, accanto alla cucina Varenna, mentre il soppalco, virtualmente invisibile e praticamente irraggiungibile, sfoggia (?) un letto Flou e sovrasta uno spazio di lavoro claustrofobico, per schiavi moderni, con sedie e tavolo Kartell e una netta predilezione per corpi illuminanti Flos.

 
   

Il terzo e ultimo scenario, prima di passare ai laboratori, è ambientato in un capannone con sottotitolo “nuovi spazi per lavorare”: uno spazio alto, inumano, rivestito in lamiera grecata, in cui viene ipotizzato l’ufficio di marketing per un’azienda motociclistica (per la gioia di Ducati) ed in cui, inaspettatamente come un incidente di percorso o un’imposizione contro la volontà del progettista, irrompe il colore. Un’infilata di sedie di Maartin Van Severen per Vitra e seriose poltrone operative vengono affiancate alle cassettiere colorate di Vitra, a divisori blu e gialli, a mobili contenitore arancioni. Sul soppalco si intravede la storica libreria Polvara di Kartell, un calciobalilla, un maxischermo e accessori fitness di Technogym.

  

Agli scenari, seguono i progetti: quattro piccole stanze tematiche che si aprono con un corner dedicato ad altrettanti designer che si raccontano, raccontano il proprio studio e il proprio punto di vista sul concetto di ufficio e, incidentalmente, allestiscono il proprio angolo di stanza. Ron Arad, vestito di quadrati e cubi, Michele de Lucchi con i suoi codici naturali e il suo adorato legno dei pezzi presi dalla sua Produzione Privata, un Marc Newson giallissimo e Philippe Starck, straordinariamente classico e di rosso vestito con la sua mr Impossible per Kartell, il tavolo Top Top e la stravagante Gold Lounge Gun di Flos.

  

   

  

Il secondo laboratorio, “dal razionale all’umano”, è una splendida delizia: una leggerissima parete in vetro sviluppata dallo stesso Jean Nouvel con Tecno scorre a dividere spazi lignei, quasi nautici, di fronte ad uno scenografico spettacolare specchio. Un tripudio di luci Flos tra cui la Kelvin LED, la Glo-ball e la Miss Sissi.

 

  

Chiudevano la rassegna, i due laboratori “progettare il proprio spazio”, una catasta di mobili componibili in uno spazio scuro sullo sfondo di una grande parete luminosa, e il “laboratorio di luce”, con in esposizione sistemi lineari innovativi per la luce diffusa. Imperdibile anche l’ultima stanza, “l’attualità dei maestri”, un’autentica esposizione di pezzi storici da ufficio, da Mies van der Rohe a Frank Lloyd Wright, da Jean Prouvé agli Eames, da Gio Ponti a Ettore Sottsass fino a Gaetano Pesce.

Flash dalla fiera – Missoni home

Sarà anche un’operazione discutibile, sarà anche lezioso, sarà che sto invecchiando, ma quest’anno lo stand, proprio dietro a Kartell, bagna il naso a Kartell proprio sul terreno delle allusioni alla moda. Un’ambiente raffinato ed accogliente, quasi un’alcova orientale fatta di una pelle in tendaggio leggero, complice la rinuncia al pavimento rigato e spigato in favore di un elegante parquet sbiancato. La composizione di imbottiti è misurata, l’uso dei tappeti uniti e decorati è coerente con i pezzi, le lampade sono incantevoli, il gioco di tavolini è ben riuscito.

Missoni Home
hall 20stand A11 B08

Flash dalla fiera – Moroso

 

Allestimento di Patricia Urquiola in rete metallica ingentilita dal passaggio diagonale di fettucce in tessuto sui colori già visti nell’installazione di via Pontaccio. Esposizione dei nuovi prodotti tra cui il divano Doodle, in pelle splendidamente lavorata, dell’estroso Oasis e dell’isola bikini, che immersa nel suo contesto acquista tutto un nuovo charme.

Moroso
hall 16stand C29 D30 (colpito)

As I went home on Thursday night

As I went home on Wednesday night

Gino Sarfatti @ showroom Flos (c.so Monforte). Disgraziatamente penalizzata in favore del consueto sovraffollato parDy, una piccola riproposizione della splendida mostra di riedizioni vista l’anno scorso.  Il tubo laccato della n°1063, l’ombrellino della n°548, l’arco appeso della n°2129. Una vera rassegna di delizie.

Bouroullec‘s Ready Made Curtain @ showroom Kvadrat (c.so Monforte). Dopo la mezza delusione dell’installazione BMW, R&E ci propongono un sistema di tende geniale, semplice, intuitivo e finalmente elegante, qualcosa di talmente semplice eppure geniale, di tradizionale eppure high-tech: un cavo d’acciaio, delle pinze minimaliste, un divertente giunto in legno modellato come un giocattolo.

Collettiva A Japan Style interior + garden c/o Centro d’arte e cultura giapponese (vicolo Ciovasso). Nell’incantevole piccolo centro in un vicolo tra Brera, Montenapoleone e via Manzoni, una collettiva di lampade e oggetti di giovani designer giapponesi in bilico tra interno ed esterno: la lampada-proiettore kakejiku di Rikyu Sen, che allude alle pergamene appese della tradizione shintoista, l’installazione the art of paper cutting for a Japanese light di Eriko Tamai, che si ispira al kirikami (l’arte, appunto, di ritagliare la carta) con il suo pezzo di illuminazione da terra chiamato Sawa Sawa, le splendide lampade a stelo Pixie Light di Yoshihiro Kisaki, che terminano con un cubo nel cui cristallo, alla maniera del padiglione britannico per l’expo di Shanghai, sono conservati piccoli elementi della flora giapponese. Ma anche le deliziose ceramiche di Showo Kawahara e Kazuo Miyagawa per il brand Kattu, realizzate con tecniche tradizionali e le splendide stoviglie di Eiko Fukagawa, che accolgono all’ingresso.

Ecliss Milano & Oikos + Paola Lenti @ Chiostri dell’Umanitaria (Via Francesco Daverio, 7). Un’incantevole installazione che riscrive completamente i giardini dei chiostri con i pezzi di Paola Lenti: pedane in legno, vasche d’acqua in cristallo, cabane di colori accesi e padiglioni sui toni del giallo, del rosa acceso o del più audace rosso, tessuti da esterno a trama grossa e intrecci naturali. Imperdibile.

Kasthall goes Graffiti

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