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Concussion

Concussion

It’s easy to make comparisons, when it comes to sport movies. Expecially if you’ve got somebody who made you watch ’em all. So, let’s start with some comparisons. You can knock yourself out here, if you wish: I’m just gonna make a few of them.

Concussion is not anything like the movies we’ve recently seen about football. It’s not Draft Day and it’s not The Replacements, and it falls so far from When the Game Stands Tall that it almost looks to be about an entirely different sport altogether. It’s not a movie that looks at American football from within, as Any Given Sunday was, and although I thought Will Smith wasn’t as bad as The Guardian recently painted him to be, this movie’s key points certainly are not outstanding performances. Alec Baldwin gives a decent performance but sometimes he looks so bored by the movie itself he can’t seem to be able to hide it. Gugu Mbatha-Raw is almost a pain to watch. And the mere fact that Bitsie Tulloch is in the movie lowers the acting standard by at least four points.
Still, there are some pretty good exceptions. David Morse is heartbreaking as legendary Steelers/Chiefs centre Mike WebsterRichard T. Jones comes through with a very passionate performance as Eagles/Cardinals Safety Andre WatersAdewale Akinnuoye-Agbaje is pretty good as Bears/Giants/Cardinals Safety Dave Duerson, although I can see why his parents are a little bit angry.

Concussion is not a movie about a sport: it’s a movie about a clinical condition and powerful lobbies trying to deny it. If you’re curious about the whole story, I suggest you read what Dr. Bennet Omalu himself (the real one) recently had to say about the movie in his interview to the Los Angeles Times. Concussion, if anything, is more similar to movies like The Insider, and believe me that this comparison didn’t come to my mind by itself.

I’m not anti-football. If as an adult you know, ‘If I play football, there’s a risk I’ll suffer brain damage,’ and you still make up your mind to play, I would be one of the first to stand up and defend your right and freedom to play. It’s like smoking. If we tell you smoking will cause lung cancer and heart disease and you still as an adult make up your mind to smoke, I will defend your right to smoke if you want to. This is a free country.

– dr. Omalu (the real one) in the above mentioned interview

Even in the movie, there’s an ongoing parallel being made between playing football and smoking.
Now, I’m not a heavy smoker but I am a smoker, and I live with an amateaur football player (who smokes more than me, and happens to play in the same role as Mike Webster), therefore I might be a little clouded in my judgement, but I find a little bit riddikulus (yeah, the boggard-banishing spell) to compare a vice and playing a sport. Unless you happen to agree with me that all agonistic sports are harmful for your health and you should just reach for another beer, but I don’t think you do, now, do you?
And there were so many ways to explore American football, the way it deals with violence, the NFL lobby.

People play with injuries the whole time, for instance. They do it because they are proud, or because they love too much what they do, or because they know that if they stay out of field once they’ll be regarded as weak and they’ll loose their spot. This doesn’t just happen in American Football. It happens when it comes to work, or romance. It’s our animal nature compelling us not to appear as weak. Our human nature should balance it, but it doesn’t always do it, and you need relief valves to let out steam, so that you can be balanced when it really matters. American Football players (and I mean professional players) are that valve. They are the relief valves of a whole Country. One might argue that if you take down football you release all that violence that gets sublimated on the field every given Sunday.

Still, what happens in the movie is a banalization of the sport and, what’s worst, it totally overlooks the important change dr. Omalu was able to achieve by denouncing CTE (chronic traumatic encephalopathy).
Tougher rules on contact. Better helmets. A whole new level of awareness about concussion, almost bordering on paranoia.
None of this comes through, and you’re left with the overall creeping impression tha football is what it’s described to be: a violent sarabande where people are trying to legally kill each other. And that’s so wrong, on so many levels. By lowering the level of discussion, by banalizing what’s dangerous (and what’s positive and formative) in this sport, you loose any chance of being significant. That’s a shame.

Still, some pretty good sequences give Peter Landesman credit, if not for the writing, at least for direction.

Protected: L’anno della verità

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That’s quite a speech

..

Da Revit a Illustrator: una storia di sofferenza

Non sono animalista. Non sono pacifista. Non sono ambientalista.
Mangio carne quotidianamente, ho un’auto a benzina (che tuttavia uso con parsimonia) e compro uova di galline allevate a terra solo perché trovo sia giusto dare un riconoscimento economico adeguato all’imprenditoria dell’allevatore che ha scelto la strada meno comoda.
Non che io voglia parlare di questo, intendiamoci, ma era necessario che io lo premettessi, prima di continuare: non sono ciò che potreste definire un cuore tenero.
Sono tuttavia contraria alla discriminazione, alla violenza gratuita e alla sofferenza del mio prossimo, questo sì. Sempre.
E avendo assistito negli ultimi anni a tanta, tanta sofferenza, mi sento particolarmente vicina a una fascia professionale discriminata, quindi lasciate che oggi io prenda le difese di una categoria cui non appartengo. Quest’oggi voglio parlarvi dei grafici (graphic designer, alcuni di loro, pena una mortale offesa), e in particolare di tutti quei grafici che si trovano a valle di un workflow che passa (o nasce) da Revit. Gente che soffre quotidianamente senza che nessuno se ne occupi.

How to Be a Graphic Designer without Losing Your Soul (New Expanded Edition)_ Ad

Ok, quasi nessuno…


 

1. Liberate i grafici
Prima di addentrarmi nel discorso, lasciate che sgombri il campo da un primo equivoco: questo è un sincero articolo di difesa e, nonostante il tono goliardico, credo che i grafici siano una categoria cruciale per il nostro lavoro. Sono esperti di comunicazione in modi che noi nemmeno immaginiamo, vedono cose che noi nemmeno riusciamo a concepire, sono in grado di trasformare una vista di pianta (comprensibile solo a un architetto) in qualcosa di vivo, comunicativo, espressivo, affascinante per il cliente.
Tuttavia.
Tuttavia spesso, come capita per le cose belle, alcuni ne abusano.
I grafici sono un’arma potente, una bomba atomica, un cannone al plasma. E non si può usare un cannone al plasma per andare a caccia di farfalle. È dannatamente costoso e, francamente, un filino esagerato. Non si può chiedere ai grafici di ritoccarci le tavole, tutte le tavole, tutte le volte. E in tutta onestà… beh, avvicinatevi, che vi confido un segreto. Siete vicini, sì? Ok, eccolo. Se le vostre tavole di Revit sono brutte la colpa non è di Revit. La colpa è vostra o del vostro BIM coordinator. Ecco, l’ho detto. Revit non fa delle brutte tavole. Revit fa delle brutte tavole se non siete capaci di modellare, di impaginare, di impostare i view template. E non prendetevela con i vostri grafici se voi non siete capaci di fare delle buone tavole perché poi, per forza, il vostro processo BIM costerà un patrimonio ingiustificabile.
Detto ciò, non negherò che Revit abbia i suoi limiti. Rispetto al cannone al plasma, diciamo che Revit non è la Beretta che vogliono farci credere ma arriva il momento di fermarsi, prima o poi, anche volendo salvaguardare la maneggevolezza del modello e la sanità mentale del vostro BIM coordinator (ciò che ne rimane, quantomeno). Quindi può succedere che a un certo punto, quando entrano in gioco particolari effetti o quando il profilo del progetto lo richiede, la palla debba passare per forza dal team Revit al team Illustrator, dagli architetti ai grafici.

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.


 

2. Fermate il massacro (imparate a stampare)
Come per tante brutte malattie contagiose, molta sofferenza potrebbe essere evitata semplicemente adottando qualche banale accorgimento. Tanto per cominciare, si potrebbe iniziare con l’imparare a stampare in formato vettoriale (un simpatico insieme di linee e campiture che, almeno in teoria, possono essere maneggiate dai nostri amici grafici) anziché in formato raster (un molto meno simpatico ammasso di campiture piatte in bassa risoluzione che i nostri grafici possono, al massimo, stampare nella fotocopiatrice e usare come base per la carta pesta).
Ora, per stampare un pdf in formato vettoriale è sufficiente – almeno in teoria – scegliere la giusta opzione nella finestra di Setup.

print vector

Ovviamente non è tutto.

Fino a questo punto, niente di difficile. Basta scegliere l’opzione giusta e Revit esporterà un pdf amichevole e maneggevole per i nostri amici grafici, giusto?
Sbagliato.
Tragicamente sbagliato.


 

– Cosa rende raster una tavola –

Esistono alcune tecniche, alcuni particolari sili di visualizzazione, che Revit non riesce a calcolare in termini vettoriali. Incidentalmente sono anche i più onerosi in termini di calcolo, quindi è bene conoscerli anche se non si ha nulla a che fare con un dipartimento grafico di poveri disgraziati che devono aprire (e lavorare) i nostri elaborati. Revit ci fa la cortesia di segnalarcele quando proviamo a stampare in vettoriale qualcosa di incompatibile e lo fa con un messaggio di errore che, per una volta, dice esattamente le cose come stanno.

vector print error

Ora, il miglior amico dell’uomo sarà anche il cane, non dico di no, ma certamente il peggior nemico del BIM coordinator è la casella evidenziata nello screenshot. I progettisti tendono a selezionarla, sempre, la prima volta che compare l’errore. Perché in fondo a chi importa vedere un messaggio di errore se si può non vederlo? E quindi vi troverete a giocare a indovina chi, dopo la prima volta, ad aprire ogni volta i pdf domandandovi “sarà vettoriale, questa volta?”. Già, perché se esiste un modo per ripristinare la visualizzazione di quei messaggi nascosti, io non l’ho ancora trovato. Esisteva in AutoCad, me lo ricordo bene, ma in Revit… qualcuno ha mai scoperto dove si trovi? Offresi birra.
In ogni caso, è bene memorizzare l’errore perché potreste non vederlo mai più.

Fondamentalmente Revit vi sta facendo un elenco (non completo) degli elementi che rendono impossibile una stampa vettoriale e si tratta di:
ombre (riportate e ambientali);
shading, ovvero qualunque visualizzazione da hidden lines in giù;
nuvole di punti;
sketchy lines (eh già, cari amici di SketchUp);
gradienti (problema comune anche ad AutoCad, se ben ricordate).

1.2.3 - shadows vs shading

Revit non esporta in formato vettoriale né le ombre dirette (controllate sotto “Cast Shadows”) né quelle ambientali (controllate sotto “Show Ambient Shadows”).

A questo elenco bisogna aggiungere le immagini raster, naturalmente.
E le trasparenze? Gli halftone? Se bazzicate questo tipo di problemi da abbastanza tempo, ricorderete che una volta anche le trasparenze e le mezzetinte causavano mal di testa nell’esportazione vettoriale, sia da Revit che da AutoCad. Beh, il problema è stato risolto, da qualche parte tra le versioni 2014 e la 2016. Liberi tutti quindi: le vostre trasparenze saranno vettoriali.

Ma dovrete comunque rinunciare a tutta una serie di elementi interessanti e potenzialmente non rimpiazzabili, prime fra tutti le ombre. E le ombre sono uno dei regali più belli di Revit. Le ombre di Revit sono gratis, non richiedono ore di proiezioni ortogonali e possono essere cambiate con pochi clic. Come rinunciarvi? Difficilmente giustificabile.

Ancora meno giustificabile è rinunciare ai retini colorati.
Avete presente, no?
L’unico modo per avere un retino su sfondo colorato, in Revit, è settare Surface Pattern e Shading di un materiale, fare i dovuti scongiuri e mettersi in Consistent Colors. Ebbene, se si vuole ottenere un pdf vettoriale è necessario adottare misure alternative.

Non posso rivelare quali siano i miei trucchi in merito. Posso però consigliare di allargare il proprio orizzonte e guardare ai trucchi utilizzati nel cinema o nell’animazione digitale, dove spesso ci si trova nella necessità di isolare facilmente parti di immagine da altre.

Non so onestamente come altro dirvelo...

Non so onestamente come altro dirvelo… (e grazie a Digital Synopsis per l’immagine, a dir poco perfetta)

Non sapete se il vostro pdf sia vettoriale o raster? Avete difficoltà a rendervene conto? Vi rimane qualche dubbio? Non siete pratici di pdf? Esportate un dwg. Senza alcun messaggio di errore (purtroppo), verrà esportato solo ciò che Revit riesce a calcolare come raster, e tutto il resto verrà ignorato.
Questo è l’angolo delle cattive notizie.
Nel caso non lo sapeste, non è possibile esportare in cad le ombre.
Dolente.

Per ulteriori approfondimenti, qui trovate qualche suggerimento dall’università del Minnesota.


3. Cosa accade dove non arriviamo a vedere

La maggior parte di noi, una volta esportati i propri pdf, chiude il pc e se ne va.
Se ha esportato raster, se ne va di soppiatto, sperando di non essere fermato sulla soglia da uno dei grafici in berserker.
Se ha esportato vettoriale, se ne va con la coscienza pulita di chi ha fatto tutto ciò che poteva al meglio delle proprie possibilità.
Questa è la storia di ciò che accade quando i grafici aprono le nostre esportazioni, per quanto vettoriali.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Tanto per cominciare, guardiamoci in faccia: i nostri pdf fanno schifo.

Sì, questo è lo screenshot di un pdf vettoriale. Sì, è una casetta. Sì, agli occhi del revitista sembra un pdf decoroso.

Sì, questo è lo screenshot di un pdf vettoriale. Sì, è una casetta. Sì, agli occhi del revitista sembra un pdf decoroso.

E non è colpa di nessuno, davvero.
Possiamo aver seguito tutte le regole del bravo BIM coordinator, possiamo aver impostato le viste in modo che siano completamente vettoriali, possiamo aver stampato con l’Acrobat Pro da 50.000 $ a licenza, e comunque… proviamo ad aprirne uno in Illustrator, se abbiamo il coraggio. Selezioniamo una superficie (una delle finestre sulla destra dello screenshot, per esempio). E rabbrividiamo.

Quei puntini azzurri indicano dove il tracciato si interrompe.

Quei puntini azzurri indicano dove il tracciato si spezza.

State rabbrividendo già? Sentite già le imprecazioni del vostro dipartimento grafico? Io le sento.
Ciò che da noi nasceva come linea retta, in Illustrator è diventata, senza alcun motivo, una linea spezzata.
E no, non è colpa dell’antialising (quella funzione che consente di ammorbidire le linee, a carissimo prezzo in termini di calcolo): il risultato è lo stesso, che l’antialising sia attivo o meno.
Ma la scoperta migliore non è stata questa, che già sarebbe sufficiente a farci odiare dai nostri grafici.
Se provate a interrogare uno dei vetri, scoprirete che è una specie di gruppo. Fate doppio click. E provate a cancellare il perimetro del pannello.

.export - prima -> export - dopo.

Ora, non so se l’immagine è abbastanza chiara (penso di no). E credo che qualcosa nel vostro subconscio abbia già insinuato il germe della negazione, un po’ come è successo a me la prima volta che mi è stato dimostrato questo comportamento.

Immaginate che Revit sia il vostro imbianchino.
Immaginate di avere una parete di mattoni a vista e, per motivi vostri, di voler dipingere un quadrato bianco di 20×20 cm, proprio al centro.
Chiamate il vostro imbianchino di fiducia.
Poi andate a fare la spesa per lasciarlo lavorare. È solo un quadrato di 20×20 ma si sa come sono questi imbianchini.
Quando rientrate, scoprite che il vostro imbianchino ha deciso che fosse più efficiente dipingere l’intera parete e poi carteggiare via la parte in eccesso.
Il vostro imbianchino è un pazzo psicopatico.
Ecco.
Lo è anche Revit.

Per qualche motivo, sconosciuto anche ai più saggi, le campiture sono un rettangolo abbondante con maschera di ritaglio (sì, la linea spezzata che vedevamo poco fa).
Ora, a parte l’evidente follia della cosa. A parte che ora ho capito come mai ci vogliono quaranta minuti per stampare i prospetti di un grattacielo. A parte tutto, questo ha una conseguenza pesantissima sull’equilibrio psicofisico dei nostri grafici. Avete presente quando diciamo loro “beh, se non vi piace il colore del vetro selezionate tutti gli azzurri e cambiatevelo da soli”? Ecco. Non protestano perché sono capricciosi. Protestano perché ogni vetro è un dannato gruppo formato dalla campitura e dalla sua relativa maschera di ritaglio.

maschera di ritaglio

Giuro, è una una maschera di ritaglio. Non ci volevo credere nemmeno io.

Certamente possono selezionare tutti gli oggetti simili per colore di riempimento, e poi modificare il colore con un singolo colpo del mouse come ci aspettiamo che accada. Si può fare, davvero. Anche l’imbianchino può dipingere tutta una parete con lo spazzolino da denti e poi carteggiare via quello che non serve.

vetro giallo

Si può fare, vedete?

Ciò che dovrebbero fare i nostri grafici per rendere decoroso quel file, in realtà, è di rilasciare tutte le maschere di ritaglio, cancellare le campiture, trasformare la maschera di ritaglio in un tracciato che abbia un senso e poi riempirlo nuovamente con il colore che preferiscono. Dovrebbero fondamentalmente rifare il nostro lavoro. Nessuna sorpresa che siano un pochino nervosi.

nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.


4. Piccole soluzioni a grandi problemi

La solita piantagrane, direte. Sempre a dire ciò che non va.
Ok, ho una soluzione da proporvi, ma sappiate che non vi piacerà.
Se volete passare ai vostri grafici un vettoriale pulito, con linee rette che siano linee rette e campiture che non siano stese da un pazzo psicopatico cui regalano la vernice, la soluzione è una sola: passare dal dwg.

Ora, la cosa non vi piacerà per svariati motivi.
Intanto, esportare in dwg mantenendo una qualità grafica coerente con ciò che vediamo a schermo è un piccolo bagno di sangue fatto di filtri, override, subcategories e modificatori di layer.
Secondariamente, Illustrator non ama i cad 3d. Esportare una vista come quella della mia casetta (mia per modo di dire, naturalmente) sarebbe impossibile: occorre stamparla in un formato piatto, passando ad esempio per il plotter dxb. Il flusso di lavoro diventa quindi: Revit -> export dwg -> Autocad -> plot to dxb -> import dxb in AutoCad -> save as -> importazione in Illustrator.
Lo so, lo so.
Fa male solo a leggerlo.

La verità è che al momento è inevitabile avere pdf imperfetti quando vettoriali, e milioni di versioni raster della stessa vista che i nostri grafici dovranno ritagliare e montare insieme.
Tenetelo in considerazione quando calcolate i tempi di produzione di una presentazione.
Tenetelo presente quando stilate il budget di un progetto.
E, se vi tollerano intorno, restate vicino ai vostri grafici mentre fanno a pezzi e riassemblano i vostri pdf. Vi prometto che scoprirete mille nuovi motivi che giustificano il peso delle vostre viste in Revit.

The Bare Necessities

Ok, I’ll admit I was curious. Curious mainly because my last memory of this kind of animation in a movie was The Chronicles of Narnia and… let’s say it’s not a very fond memory. And though I loved the book to bits, I have never been such a fan of the cartoon from an animation point of view, mainly because it looked like Robin Hood without arrows. Anyway, my curiosity grew after hearing this, such a sexy twist to Kaa I just had to go and see the movie for myself.

Was I disappointed?

Well, my expectations were very low, but I must say that I was impressed by certain aspects, and at the highest level.

1. Direction
You might get the impression of watching a documentary clip, from time to time, but a good one. One of those documentaries that give you goosebumps. It’s as if someone took The Jungle Book (Disney) and gave it Tarzan‘s direction (still Disney): sceneries are majestic, rhytm is well balanced between a very fast pace and those rare pauses it takes, both intimate and imbibed with unparalleled grandeur. Jon Favreau goes Ironman on us, with explosions and blazing fire, stampedes out of The Lion King and monkey kings out of King Kong. It looks like a movie he thoroughly enjoyed doing, thus it’s highly enjoyable to watch.

..

2. Soundtrack
The original Jungle Book had an amazing, revolutionary soundtrack and it was almost impossible to top it off by walking on the same path. There are of course hints and reprises: the python song being one (unfortunately only in the end credits), The Bare Necessities being the most famous, Kind Louie’s song being the less succesful. Unsurprisingly, the original, one and only Richard M. Sherman had a part in re-writing and re-arranging the original tracks for the movie. But if you think you’ll have a nostalgic quotationist soundtrack, you’ll be surprised. John Debney does, here, an incredible job of delicacy.

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3. Animals
Well, of course. Just let me explain what I liked about it, and then you can say if I’m eight years old (’cause I probably am).
I never like CGI animals. They always turn out somehow off. They turn out, to quote what Empire has said about The Revenant‘s grizzly, a mix between the demon Pazuzu and uncle Pastuzo. Not good. Not good at all.
Talking animals, on top of everything, are just the worst. You have these poor beasts moving their lips to try to spell sounds nature clearly hasn’t provided them to spell, ’cause if she did… well, let’s say I could have whole new conversations with my neighbour’s cat. So no, I never like them and they scare me just as much as children on screen (more on that later).
Tecniques used on these animals seemed somehow an improvement.
Not that they found a way to have them talk in a convincing way: they just realized it’s not possible, and decided not to. So, when animals’ voices are heard, you either have them thinking (90% of the time with Bagheera) or facing elsewhere (70% of the time with Akela) or growling words through their fangs (100% of the time with Shere Khan). And it works, it works wonderfully.
Also, I appreciated the natural proportions not being completely respected. The tiger is huge as it’s supposed to be, the bear slightly smaller and less intimidating (of course) and wolves are almost a domestic size. The metaphorical value that those animals held in the book almost comes through, and it certainly holds more value in this movie that it did in the original buffoonesque cartoon.

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4. The kid
Don’t get me wrong, I dislike kids. On screen and not on screen. Still, Neel Sethi was managed in such a way that he didn’t turn out to be annoying, even to me, and that was quite an accomplishment.

5. Differences
Well, of course there are differences. And it doesn’t make sense to compare book and movie: the most interesting differences you can get by comparing movie and cartoon. It’s clear, once again, that in Disney’s opinion we got more delicate, and somewhat more stupid. Hence, it’s not enough that the tiger hates humans for a race reason: he has to hate humans for a personal reasons (he was disfigured by man’s fire) and reasons has to be so personal it wasn’t enough to have just any human to disfigure him. Hence, everything has to be explained or hinted to from the beginning. Hence, the bittersweet finale you got in the cartoon gets twisted around. Mowgli doesn’t have to grow up, he doesn’t have to embrace his true self and turn his back to the jungle, but he can stay with his fellow animals. Now I’m sure this is what the audience want. Still, I can’t shake this feeling that some of the original poetry got lost, became conveniently happy. Disney used to prepare you, somehow, for when you had to stop caring just about the bare necessities, for when you had to leave the jungle. I don’t know what will happen when this generation will be told that they have to do it as well. Probably they’ll look up, and asks us why. And I wonder if they’ll hate us because we never told them that before.

NBS National BIM Report 2016

L’NBS National BIM Report di quest’anno arriva in un momento storico, per la Gran Bretagna: da poco superata la celebre data del 4 aprile, oltre la quale qualunque appalto pubblico deve essere realizzato in BIM collaborativo, il cosiddetto level 2, ci si guarda indietro e si guarda avanti, facendo il punto sullo stato dell’industria nazionale e sulle prospettive della professione. E si decide di farlo innanzitutto con una serie di contributi teorici preliminari tra cui è bene citare, almeno, quelli di Anne Kemp e Mark Bew. E se la prima sembra già proiettata verso quel paradiso dell’Internet of Things che è l’Integrated Digitally-Enabled Environment (sì, un altro acronimo con cui giocare), il secondo ci parla di un futuro più prossimo, quello che si appoggia al nuovo framework e al nuovo sito di riferimento.

Hosted and developed by the British Standards Institution (BSI),
the site will continue to evolve from launch,
providing a common and clear point of reference for BIM documentation, standards and guidance
created in partnership with the BIM Task Group.

These documents will continue to be available
free of charge
in order to encourage all businesses
however large or small
to take part.

E non mi stancherò mai di sottolineare quanto l’esistenza (e la disponibilità) di questo framework sia stato determinante nello sviluppo del BIM in Gran Bretagna. Template, modelli, documenti e standard di riferimento accessibili e gratuiti sono qualcosa di cui in Italia abbiamo disperatamente e urgentemente bisogno.

Tuttavia, e senza voler nulla togliere a Mark Bew, ho trovato più interessante il contributo di Adam Matthews, presidente dell’European BIM Task Group, perché ci offre uno scenario più ampio su cui ragionare.

NBS - EU BIM task group map 2016

i Paesi rappresentati all’interno dell’European BIM Task Group (sempre in risposta a chi sostiene che l’Italia sia l’ultima)

Europe is now host
to the greatest regional concentration
of government-led BIM programmes in the world.
Finland and Norway were first to set standards,
followed by procurement policies
from the UK, Netherlands and Italy.

A partire da un ragionamento sullo stato dell’arte in Europa, la riflessione che Matthews ci propone parte dal BIM ma si rivela molto più ampia e coinvolge innanzitutto la magnitudo che l’industria delle costruzioni detiene rispetto ad altre industrie, in termini di spese, di investimenti, di consumi delle risorse naturali e di inquinamento. Un’industria enorme e potenzialmente distruttiva, quindi, che per decenni ha vissuto della propria stessa inefficienza e che rischia di diventare non più sostenibile alla luce di piccole questioni quali l’aumento del debito pubblico e le crescenti spese legate al mantenimento di una popolazione la cui età media è in costante aumento. Come se questo non bastasse, l’industria delle costruzioni è tra i settori meno digitalizzati, seconda solo all’industria del petrolio. Un’industria il cui 30% dei costi viene sprecato in attività non produttive (almeno secondo il National Audit Office britannico).

NBS - underinvestments in technology - accenture - 2014

lo studio di Accenture posiziona l’industria delle costruzioni al penultimo posto quanto a digitalizzazione

E’ alla luce di questi e altri tragici valori che opera l’European BIM Task Group, il cui obiettivo è quello di sviluppare un handbook che descriva le pratiche comuni e i principi del “BIM all’Europea”. Un argomento sul quale ci sarebbe da aprire un capitolo di discussione a parte.

The handbook will describe common practices and principles for three areas:
– Procurement procedures for tendering and contracting;
– Technical considerations for the collection, processing and use of information;
– Skills and role development principles.


 

Una buona parte di questo National BIM Report è anche occupato dalla celebre Tavola Periodica del BIM, un elaborato grafico che grazie alla sua freschezza e immediatezza ha rapidamente fatto il giro della rete stimolando altri elaborati di simile fattura (ma, spesso, non di altrettanta accuratezza: si veda ad esempio il grafico spagnolo che traccia il livello di competenza per i ruoli della professione e, da BIM coordinator, il modo ancor m’offende).

La tavola si divide in nove gruppi:
– strategia;
– fondamenta;
– collaborazione;
– processo;
– persone;
– tecnologia;
– standard;
– strumenti;
– risorse.
Sottostà a questi gruppi un ulteriore gruppo costituito dalle fasi del Digital Plan of Work.

BIM periodic table

La giovanissima ma ormai celebre tavola periodica del BIM


Bando alle ciance, arriviamo ai numeri

Il primo dato significativo, come si confà a qualunque survey serio, riguarda i partecipanti al sondaggio, e i numeri ci parlano di una grande predominanza di architetti e tecnici dell’architettura londinesi, seguiti da un 7% di BIM manager.

The number of BIM Managers who took part is notable.
Six years ago, when we first ran this survey, the role barely existed.
The representation is indicative of how embedded BIM has become.

Il dato che mi piacerebbe ricevere, ma non conto di poter mai riuscire a ottenere, è se si tratti di BIM manager che davvero ricoprono il ruolo, o semplicemente di BIM-something che essendo gli unici professionisti a lavorare in BIM assumono automaticamente il ruolo di manager.

Rispetto all’anno scorso, quel calo di consapevolezza che fece tanto parlare (a sproposito) risulta ribaltato: la percentuale di coloro che conoscono e praticano il BIM è tornata al 54%, mentre quella di coloro che lo conoscono e lo evitano cala di sei punti, pur non tornando esattamente ai minimi storici del 2013. Cala impercettibilmente anche la percentuale degli ignari. Il che fa sempre ben sperare. Certamente la campagna di comunicazione nazionale ha dato, nel 2011, i suoi migliori frutti.

BIM awareness and usage 2010-2015

L’inversione di tendenza sul dato più chiacchierato dell’anno scorso è accompagnata da un aumento percentuale di coloro che si dichiarano abbastanza fiduciosi delle proprie conoscenze in fatto di BIM.

 

Continua a permanere la sensazione che il BIM non sia sufficientemente standardizzato (65%), e la “tradizione orale” rimane la fonte preferita di informazioni rispetto alle pur ottime risorse ufficiali: il 71% preferisce rivolgersi ai propri colleghi e 57% ad altri professionisti del settore non all’interno della loro organizzazione (e non so se la situazione possa suonare familiare a certi compagni di birre BIM). Sono dati allineati a quelli dell’anno scorso. Grazie al cielo solo il 33% e il 25% dichiarano di rivolgersi volentieri a venditori e rivenditori di software CAD, una percentuale che spero di veder diminuire ulteriormente per il bene che porto alla Gran Bretagna.

 


 

Preferenze di software e core business

A proposito di CAD, Revit rimane in testa nella classifica di popolarità del software, seguito a ruota da ArchiCAD e Vectorworks. Grosse soddisfazioni da Allplan (ma anche SketchUp non scherza con il suo timido 1% di utilizzo).

NBS - indice di popolarità del software

I valori sono parzialmente giustificati dal core business degli intervistati e dalle loro attività predominanti: la produzione di disegni 2d (e auguri a farli con SketchUp) e la progettazione collaborativa (e auguri a farlo con Allplan). Molto più interessante tuttavia è la percentuale di coloro che usano il BIM rispetto alla tipologia di progettazione affrontata. Oltre a un dato ovvio circa l’utilizzo per progetti nel settore pubblico (e con un obbligo a livello nazionale non mi aspetto dati molto diversi), non mi ha stupito vedere la percentuale più bassa legata ad attività su restauro e conservazione: è il settore che fa ancora maggiormente fatica a comprendere il BIM, principalmente perché il BIM sta facendo pochissimo sforzo per comprendere quel settore. Un dibattito cui noi italiani potremmo e dovremmo portare un importante contributo.

BIM and project types _ ITA

E, rimanendo in argomento di contributi importanti, continua a farsi sentire con prepotenza la voce di tutti coloro che richiedono ai produttori di fornire ai progettisti degli oggetti BIM di qualità adeguata (argomento di cui recentemente si è parlato e si sta parlando anche in Italia). Al contrario dell’anno scorso, non è presente alcun dato relativo a dove gli intervistati si procurino i loro oggetti attualmente, ma scommetterei che l’approccio do-it-yourself sia ancora quello vincente.

 


 

Going Level 2: ma davvero?

Il dato più significativo in assoluto, almeno per quanto mi riguarda, rimane tuttavia il seguente.

.NBS - maximum BIM levelNBS - maximum BIM level - last year.

Che il 30% degli intervistati si dichiari BIM ma abbia raggiunto al massimo il level 1 (ovvero non abbia mai lavorato in ambiente collaborativo nemmeno una volta nella vita) è abbastanza preoccupante. Ancora più preoccupante se lo si confronta con i dati degli anni precedenti. Se dal 2013 al 2014 si avvertiva una sensibile diminuzione di “non BIM”, quest’anno i valori sono dannatamente stazionari e parlano di una mancanza di crescita in maturità. Un’interpretazione possibile è che la Gran Bretagna fosse già al massimo della propria maturità possibile, il che ci porta verso uno scenario in cui l’industria è equamente ripartita tra BIM collaborativo e non BIM. Un’altra possibile interpretazione ci parla di una crescita più lenta del previsto, che unita all’abbassamento dell’asticella nella definizione di level 2 da parte dei britannici, non si può considerare troppo un successo per il nostro settore.

The industry is clear that the Government will see
through on its mandate,
but perhaps the construction industry
is not entirely ready for it.

Il dato va anche incrociato con le precedenti risposte circa l’attività principale svolta nell’ultimo anno: un mercato che ancora vede il 79% impegnato nella produzione di disegni 2d e solo il 16% ha consegnato un modello destinato alla manutenzione dell’edificio. Molto alta tuttavia la percentuale di utilizzo di IFC (molto probabilmente nella collaborazione interdisciplinare), mentre rimane bassa la popolarità del COBie e la cosa continua a non sorprendere. Mancano tuttavia ancora dati circa l’effettivo utilizzo di questi modelli durante la manutenzione, e quello scarso 2% di intervistati che appartiene al mondo dei developer e dei facility manager non è di certo in grado di avere un’incidenza significativa sulle risposte. Abbiamo bisogno di dati in questa direzione se speriamo di consolidare davvero il conseguimento del level 2 e, ammesso che sia davvero una buona idea, iniziare a muoverci verso il level 3.

In generale, in una data importante come questa, devo dichiararmi delusa dal report di quest’anno. Molte testimonianze e pochi dati, che si è scelto di non confrontare con quelli degli anni precedenti. Confidiamo nel prossimo anno per fornirci dati più organici. So, you’ll forgive a little bit of English whilst I close this summary. Dear NBS, this is what I would like to read in next years report.

1. more data regarding what’s intended by level 2, ’cause I often get the feeling that we don’t agree anymore on this: are we still talking about collaborative BIM carried out through different practice-segregated models or not? If not, what are we talking about?

2. more data regarding how is the industry moving towards or apart from owners and facility managers: we know that we don’t like COBie and we know that we don’t have sufficient legal framework to support our new way of working, but are we doing something to close the gap, and how are we doing it?

3. it’s always interesting to know that only 37% of people did use a BIM model from the very start to the very end of the project, but it’s worthless if we don’t know the span of their process (are they doing design, detailing or construction?) and it would be even more interesting to know where are other people picking up or dropping the BIM model.

So, here it was. Only three of them. Do you think you can make me happy? I promise I’ll be good, next year.

 

 

Rams – Tigers: 70 – 0

Oh my oh my, that was painful to watch…

Milan Design Week 2016

This year, the great Sarabande that is our Milan Design Week took me by surprise, in the middle of a huge and important project I couldn’t (and wouldn’t) dodge. I haven’t missed a Salone since 2009, when I cought the Orthomyxovirus (and if you know me, you probably already heard the stories). This year I did. Again. So you won’t read me writing about the fair: I have no clue.

I haven’t seen much of the Fuorisalone as well, but what I saw I must say I enjoyed. A lot. Because of good company, mostly, and partly because I really need good company and beautiful things when I’m in distress. Therefore, I’ll admit that I might have overreacted to certain things, and if you didn’t enjoy what I did, just consider the state of mind I was into.

Long story short, there you go. My personal top something for this year design week.

1. Sou Fujimoto with COS: The Forest of Light

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I really liked this installation, partly because it held place in a location I was profoundly attached to as a kid: former movie theatre Arti. It wasn’t the only design-fashion collaboration I saw (and liked) this year, and I feel like the design week is getting more and more contaminated by the fashion week.
Spotlights on a high ceiling, with vertical narrow beams, turned on and off at the delicate rhytm of a soft music, and it was very natural for people to roam and dance around, in that delicate oniric atmosphere.
“These lights pulsate and constantly undergo transience of state and flow. People meander through this forest, as if lured by the charm of the light. Light and people interact with one another, its existence defining the transition of the other.”
Charming, and beautiful.

2. An evening at Marni Ballhaus

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Another installation by another fashion house gave us the gift of a beautiful Colombian evening with dances and coreographies. I was unfamiliar with the cumbia, the traditional Colombian dance. Full circular skirts were reinvented with iconic Marni fabrics, along with the knotted scarves used by male dancers, and were hanged in some sort of entrance cage, at the centre of which live music was playing. It’s always amazing to see how music and colour (and alcohol) can bring people together.

3. Elle Decor at Palazzo Bovara

When something is happening in corso Venezia, you simply must go and see it. Expecially if you haven’t yet been inside one of the beautiful palaces. You can’t really have a full understanding of what Milan has been about for the past four centuries if you haven’t been there.
So, I was really happy to know that Elle Decor was hosting an exibition at Palazzo Bovara, one of the most beautiful establishment in the street.
And the exhibition, Soft Home, really was worthy of its setting. With its subtitle being Housing and Digital Experience, it was yet another proof of how you can’t disconnect design from technology nowadays. Marvellous glass doors telling you the weather in Amsterdam went together with a mirror asking you to smile and breathe for a good cause. Domotics and tables you could play on like amplified drums. Internet of Things as if there’s no tomorrow. And if Elle Decor does it, you can say it’s really trending.

4. Interni in Statale

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Always cool and charming, even if this year it was a little bit underwhelming, the “Open Borders” exhibition counted few good pieces like MAD architects’ invisible border, or Stefano Boeri’s Radura (not exiting during daylight, but really charming at the evening with Japanese ladies roaming around in beautiful kimonos). Parisotto & Formenton’s installation was also interesting, even if quite difficoult to understand in its setting: their “stanza del vuoto” was a mimick of a Milan in black and white, the recreation and reinterpretation of a setting in “La Notte” with the most beautiful Monica Vitti.
I was most deluded by “La Casetta del Viandante”, a group of design shelters by De Lucchi, Ferreri, Giovannoni and Santachiara, which looked a little bit like the poorer version of last year’s installation at Brera’s Orto Botanico. Too bad.

5. Audi City Lab in Torre Velasca

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It’s always amazing how many mixed feelings you can get towards this iconic building. Lots of people idolize it. An equal amount really really hate it. Personally, I walk below it every day and I never stopped to consider it. It just was, if you get what I mean, and I’m afraid that’s a very Milanese way of looking at things. Nevertheless, I stopped and stopped for good when I was Velasca’s facade painted with red light and the Audi logo.

6. Lexus – An Encounter with Anticipation

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I have always been a fan of Formafantasma. I think they are very gifted, and they are able to communicate with delicacy lots of extremely complicated concepts. This installation was no exception. In three different steps, they recreated a difficoult relationship between industrial design and automotive.
– Vedere l’invisibile (Seeing the invisible, room 1) was all about care and detail;
– Dare forma all’intangibile (Shaping the intangible, room 2) was a beautiful restyling of LF-FC interiors;
– Percepire l’impercettibile (Percept the imperceptible, room 3), the most interesting and fascinating part, was a series of kynetic sculptures powered with hydrogen.

7. Tecno – Connections, Connectors & Connectivity

Migliore + Servetto connects the two “tollbooths” (caselli) with a net of red wires spreading for 1 km across the square. And, of course, there was Internet of Things (drink up).

8. Moleskine, trying to digitalize our doodles

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I’ve been using one of these on construction site while I was in Amsterdam, and it wasn’t that bad but wasn’t that good either. The smart writing set was interesting to try out, though it’s still a bit bulky and leaves you with the impression of writing like an ancient Chinese calligrapher. Which is very nice for a concept but very bad for everyday life. Still, I’m happy to see technology going this way: I’m all for hand sketching, expecially in the conceptual phase, but I wouldn’t mind a smart tool to digitalize it all in real time.

 

Specs writers and BIM

The Relationship Diagram

It’s no mystery that all I often need is just a kind word, a cup of coffee or (depending on the hour) a pint of beer. It’s not that difficoult. I don’t think it’s difficoult. People who stick around when I’m in distress, when I’m no fun, are usually whom I call my friends. Sometimes you can really find friends in strange places. Now, part of you already saw a relationship diagram, and if you already saw it, you’re probably in quadrant IV (or I never got around to show it to you). Everybody else is free to ask.