Ghost Rider – Spirit of Vengeance

M’ama, non m’ama. M’ama, non m’ama. Lo dico, non lo dico. Ci vorrebbe una margherita grande come le palle che mi sono fatta a guardare Kyashan: la rinascita per riuscire a risolvere il dilemma, ma la verità è che è troppo facile sparare su questo film, molto più facile di quanto non fosse sparare sul […]

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M’ama, non m’ama. M’ama, non m’ama. Lo dico, non lo dico. Ci vorrebbe una margherita grande come le palle che mi sono fatta a guardare Kyashan: la rinascita per riuscire a risolvere il dilemma, ma la verità è che è troppo facile sparare su questo film, molto più facile di quanto non fosse sparare sul primo. Il primo appoggiava una grande fetta della sua trama sulle origini di Ghost, aveva la storia d’amore, effettoni patinati, biker con la faccia cattiva e una regia piatta piatta e banale banale che non faceva male a nessuno. Solo un po’ a quella parte del corpo già lesionata dalla visione di suddetto Kyashan.
A questo Ghost Rider invece, forse nessuno dei numerosi detrattori era arrivato preparato. Forse tutti si aspettavano un seguito, cosa che questo film non è. Probabilmente in pochi avevano fatto i compiti, preparandosi con cose come Crank. Perché? Perché tutto in questo film è sopra le righe, a cominciare proprio dalla regia di Neveldine & Taylor, che firmano una pellicola perfettamente in linea con i loro canoni estetici: uso sconsiderato e atipico del bullet-time e dello stop motion, primi piani rincorsi e schiaffati a schermo pieno come una testata sulle gengive, inseguimenti sottolineati da un uso selvaggio dell’obiettivo chiuso e dello sfondo sfocato, bruschi cambi di atmosfera e prospettiva. Anche la sceneggiatura, se vogliamo rispetta i canoni del dinamico duo: uno spunto iniziale balordo spinge il nostro eroe attraverso un’avventura lineare e tirata come quella di un videogame, attraverso scontri con mostri di livello medio e personaggi dalla comicità surreale, che sembrano usciti da My Name is Earl. Abbastanza per definirlo un cattivo film? Magicamente no, e mi sento molto sola nell’affermarlo: Spirit of Vengeance, se confrontato con il suo predecessore, non è un cattivo film.
Certo, la trama (?) è lineare come una fucilata, non potendosi più appoggiare alla mitologia delle origini, e verso il finale alcuni espedienti narrativi fanno acqua da ogni parte (o forse dovrei dire che urinano fiamme ed espettorano proiettili) come ad esempio – warning: spoiler ahead – il motivo per cui a Johnny viene ridato il rider.
Certo, i personaggi sono… beh, parliamone: c’è un bullo belloccio di periferia che neanche il fratello illegittimo di Happy Town, che muore solo per ricevere il più terribile di tutti i poteri, cioè quello del biondo patinato. C’è Tardos Mors che fa il diavolo, ma un diavolo sfigato che quando è sulla terra deve persino guidarsi il van da solo. C’è il prete alcolizzato nero con la passione per le motociclette e le armi di grosso calibro. C’è la bella gitana che ha concepito con il diavolo (e trattandosi di quel diavolo, complimenti per lo stomaco). C’è lo ieratico monaco con lo spadone e il viso coperto di tatuaggi, il nostro adoratissimo e mai deludente (?) Christopher Lambert. C’è il figlio di Satana. Cos’altro si può chiedere? Ah, sì, c’è anche Nicholas Cage. E qui mi tocca aprire una parentesi, perché effettivamente quell’annunciato sforzo di rendere un Blaze diverso, ormai consumato dalla maledizione e ai margini della follia… beh, mentirei se dicessi che non si sia notato. Nicholas Cage, cui viene sempre difficile recitare senza un cappello, prova e riesce a rendere un personaggio psicopatico, esaurito, ben oltre il limite della follia, con le sue urla e le sue risate maniacali, le sue lunghissime e sofferte trasformazioni cui fa da supporto una grafica digitale palesemente sotto budget rispetto al primo ma, per questo, ancora più apprezzabile. Perché io ho amato i suv demoniaci e le scavatrici in fiamme tanto quanto ho amato questo teschio scuro, di fumo più che di fiamma, e il suo emergere dal viso di Cage come a mostrarci che è sempre stato lì, come in un quadro di Munch. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che, con un rider le cui cavalcature mutano in quel modo, il diavolo avrebbe fatto meglio a stringere il suo patto con un pilota di Boeing, ma questi sono dettagli. Tornando al film, devo confessare che ho apprezzato anche un altro elemento, da molti additato come segnale di un esaurimento di budget: gli intermezzi animati. Oscuri, dipinti a tinte fosche, e poi animati con una non-animazione come negli inizi di capitolo di Dragon Age 2 (sì, dai, prima o poi parlo anche di quello, e del primo, magari quando esce il terzo), trovo che facciano splendidamente il loro lavoro, aggiungendo quello che mancava e spostando il focus da un’ambientazione genericamente europea che francamente avrebbe lasciato un po’ spaesato lo spettatore europeo. Ho apprezzato meno, invece, il lieto fine ecologista in cui Ghost abbandona il gasolio e si dà al metano. E no, miei cari: Danny non c’entra niente. Son cose.

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