John Carter (e quell’inesplicabile problema di Marte)

Finalmente, finalmente, finalmente. Ci sono volute le stelle allineate, l’intervento di potenze ultraterrene e la sala mignon di un piccolo cinema milanese ma alla fine anch’io, dopo che tutti o quasi ne hanno parlato, sono riuscita a farmi portare a vedere John Carter. Un film che oserei quasi definire controverso, su cui le opinioni sono […]

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Finalmente, finalmente, finalmente. Ci sono volute le stelle allineate, l’intervento di potenze ultraterrene e la sala mignon di un piccolo cinema milanese ma alla fine anch’io, dopo che tutti o quasi ne hanno parlato, sono riuscita a farmi portare a vedere John Carter. Un film che oserei quasi definire controverso, su cui le opinioni sono geometricamente bipartite tra chi l’ha odiato e chi ne è uscito adorandolo. In particolare, mi aveva scoraggiato non poco la recensione di Paul Cornell, che sul suo blog il 16 marzo scorso scriveva:

«‘John Carter’ joins a dishonourable group of movies that include Tim Burton‘s ‘Planet of the Apes’ and ‘Alice in Wonderland’: films that were released before they were finished.»

Sconfortanti a dir poco erano le voci di epocali salti narrativi (primo fra tutti la celebrata fuga della principessa Dejah da Helium), insensati tagli agli schemi originali (e c’è chi ha veramente sofferto per l’assenza di tutto il lungo complesso meccanismo di avvicinamento tra Carter e il cane, che non sentivo critiche del genere dai tempi di Io sono leggenda), grafica digitale creata con lo sputo (c’è chi non ha gradito le scene di lui che saltella nel deserto come Georgie che corre felice sul prato, ma sono gli stessi cui era piaciuto il primo Hulk, quindi valli a capire). D’altro canto, per quanto di parte, c’era la recensione di Peter David (molto di parte, e per questo non completamente confortante) che il 9 marzo ne parlava solo bene, da appassionato. E io, per citare il tormentone di un vecchio crossover Marvel, da che parte sto? Beh, sedetevi ben comodi, allacciate la cintura di sicurezza e controllate la chiusura del tavolino, perché a me questo film è piaciuto. E non poco, aggiungerei. M’è piaciuta l’estetica, fedele senza pudori al patrimonio figurativo legato ai libri, dalle illustrazioni di copertina agli innumerevoli adattamenti a fumetti di cui già ho parlato e su cui non mi è possibile dilungarmi oltre, sfacciatamente incurante del rischio (verificatosi) che qualche incauto senza memoria storica sbadigli un “già visto” di fronte agli spettacolari voli sulle sabbie rosse di Marte. M’è piaciuto il casting, azzeccato al millimetro, dallo smargiasso Taylor Kitsch nei panni del nostro paladino (già appezzato come unica cosa decente di Wolverine: Origins, se ben ricordate) a Dominic West nei panni del “cattivo manipolato” (ma talmente faccia da culo che con la scenetta del “sono tuo, uccidimi” francamente avrebbe fregato chiunque), da Mark Strong che sembra fatto apposta per la parte (ma che riesce a fornire comunque un’interpretazione signifìcativamente differente dal Lord Blackwood del primo Sherlock Holmes o dal Sinestro dell’inutilissimo Lanterna Verde) fino all’ammiraglio James Purfoy, talmente paraculo ma talmente paraculo che io nei panni di Deja Thoris avrei sposato lui. Senza esitazione alcuna. Certo, anche il cast ha le sue piccolissime pecche. Innanzitutto è difficile apprezzare la prova di Willem Dafoe nei panni di Tars Tarkas, sotto a tutto quel trucco digitale verde, o è veramente complicato esprimere un giudizio su Lynn Collins, affossata da quel doppiaggio infame che la fa sembrare più inutile della principessa inutile di Prince of Persia. Ci sarà da rivederlo in inglese. Ma nonostante questo, mi è piaciuto. E, sono giunta alla conclusione dopo aver letto il leggibile di opinioni in rete, mi è piaciuto probabilmente perché non ho commesso il gravissimo errore di rileggere i libri prima di andarlo a vedere. La gente arriva carica di aspettative, come tanti piccoli cosplayer alla prima della Minaccia Fantasma, e poi si lamenta che il film li ha traditi. Ma questo film non è la Minaccia Fantasma: questo è un buon film, che saprà stupire gli occhi di chi è ancora in grado di stupirsi, e divertire lo spirito di chi ha ancora voglia di divertirsi. È un film che non solo ci racconta la storia di John Carter, veterano della guerra di secessione, ma ci racconta la genesi dei sogni, i sogni di un’epoca, la nostra: lasciatevi quindi rapire e stupire, senza preconcetti, lasciatevi cullare e riscoprire, con gli occhi incantati di un alieno, che quella potrebbe essere l’ispirazione per Leia, e quella l’ispirazione per Lockjaw, mentre in quel pianeta che muore io ci vedo tante ma tante Cronache Marziane di Bradbury. E, indovinate, sono tutti prodotti successivi, che si sono abbeverati alle sabbie rosse di Barsoom e che Andrew Stanton non rifiuta di citare, nello sciocco tentativo di fare qualcosa di originale, ma decide di indicare e abbracciare quei riferimenti, per far scoprire e riscoprire i collegamenti nascosti o che semplicemente avevamo dimenticato. E lasciatevi stupire, per la miseria, e smettetela di lagnarvi. O, almeno, se proprio volete lagnarvi, lagnatevi dell’inutilissimo dialogo nell’Enterprise, ma non del cane, non dei combattimenti, non dell’umorismo, e, per l’amor del cielo, non del fatto che Marte manchi nel titolo. Ho parlato.

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6 Comments

  1. James Purfoy fa sempre la sua figura. Peccato che essendo uno dei flop più grossi della storia del cinema, sia parla di ben 200 milioni di dollari, non vedremo i sequel… probabilmente…

    Sono contento che ti sia piaciuto! :D

  2. Mi dispiace che sia risultato un flop, davvero, meritava di più (e onestamente non capisco perché alla gente non piaccia), ma credo si stia bene – se non meglio – anche senza sequel…

  3. L’ho trovato piacevole e mi è restata la curiosità di vederlo in inglese (tra le altre cose per confermare che ho davvero sentito un personaggio chiedere “datemi una luce chiara” e verificare quale fosse la frase originale)

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