"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

Werewolves: the movie

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Avete presente quel vecchio gioco di società per millemila persone, in cui un gruppo interpreta i licantropi ed uccide la notte – mentre i giocatori normali rimangono ad occhi chiusi – e di giorno, da bravi villici incazzati, si vota un membro a caso della società civile da bruciare sul rogo sperando di mettere fine alla minaccia? Ebbene, tempo fa qualcuno ha pensato di trarne un film. Si chiamava Red Riding Hood, Cappuccetto Rosso, ma in italiano la solita creatività dei traduttori aveva deciso di chiamarlo Cappuccetto Rosso Sangue. Orbene, ieri sera l’ho riguardato tentando di capire se mi fosse piaciuto o meno. Credo di aver deciso. O forse no.

Innanzitutto, il film ha una fotografia splendida, sontuosa, ed è diretto dalla texana Catherine Hardwicke, la scenografa di Three Kings e ahimé regista anche del primo Twilight, che sceglie una zona non meglio identificata d’Europa Centrale in un momento storico non meglio identificato e imprime alla sua storia un sapore assolutamente fiabesco, di storia quasi archetipica. Storia? Ho detto storia? Beh, forse non avrei dovuto, perché la storia – qui – è abbastanza… un pochino… relativamente… beh, diciamo che nel complesso è abbastanza irrilevante: una giovane figlia di taglialegna – l’insopportabile Amanda Seyfried – è innamorata del bel tenebroso taglialegna bruno Shiloh Fernandez ma è promessa in sposa al biondo Max Irons (il differente colore di capelli aiuta anche lo spettatore più idiota a non confonderseli). Ora, tra suo padre ubriacone (Billy Burke), sua madre adultera (Virginia Madsen) e sua sorella cretina (Jen Halley) non è che ci sia molto da stare allegri, quindi naturalmente la ragazza decide di fuggire con il suo bel taglialegna. Un piano geniale, se non fosse che i due vivono in villaggio da sempre schiacciato sotto l’ombra del lupo mannaro e che proprio in questi giorni ricorre la luna di sangue, un particolare allineamento astronomico che tinge il cielo di rosso e che rende possibile per un lupo mannaro creare propri simili. Ovviamente a rimetterci le penne è la sorella cretina. Altrettanto ovviamente i villici si lanciano a caccia. Altrettanto ovviamente uccidono il lupo sbagliato ed a rimetterci la pelle è il padre del promesso sposo, Michael Shanks, che nella morte potrà forse trovare scampo dalla straordinaria giovialità di sua moglie (Christine Willes, già Gladys nel delizioso Reaper). Come avrete notato, a parte quest’ultima eccellente eccezione non sto citando altri film in cui i suddetti erano presenti, perché… beh, si tratta della quasi totalità del cast di Twilight. Ma stranamente recitano. Davvero.
In ogni caso, è a questo punto che entra in scena la più grande occasione (sprecata) dell’intero film: il cacciatore di licantropi, l’eminentissimo padre Solomon, che viaggia accompagnato da un gigantesco elefante di bronzo e da un battaglione di armigeri di colore, oltre che dalle due inconsolabili figlie cui proprio un licantropo avrebbe strappato la madre. Gary Oldman, insomma, l’intramontabile. Un sant’uomo, come vorrebbe Lukas Haas, prete del villaggio e già Nash in Inception? Uno sbruffone inutile, come sostiene il borgomastro Michael Hogan? Oppure un grandissimo, colossale cialtrone che si metterà in fuga nonappena si renderà conto che questa volta i villici hanno davvero un lupo mannaro, come buona parte del pubblico si trova a sperare? Ahimé. Si tratta solo di un invasato. La delusione è troppo forte. A nulla vale la scena di festa al villaggio, durante la quale – come nel gioco – tutti i sospettati si dileguano. A nulla serve, perché padre Solomon è serio e altrettanto serio è il lupo mannaro, anche se lo sceneggiatore non può davvero essere serio quando inscena tra la protagonista e la nonna Julie Christie l’intramontabile dialogo “nonnina che denti grandi che hai”.

Ora, non fraintendetemi. Al film rimangono le splendide scenografie di Thomas E. Sanders, che del resto è stato scenografo di molti dei miei film preferiti, dal Dracula di Coppola passando per il Maverick con Mel Gibson, da Mission Impossibile 2 fino a pellicole che non ho particolarmente amato ma il cui valore estetico è indiscusso, da Hook a Braveheart fino ad Apocalypto e Timeline, di cui era “consulente estetico”. Gli rimangono i costumi senza tempo di Cindy Evans, che sceglie un look finto-medievale da cosplayer scarso non molto lontano dal suo lavoro in Mezzanotte nel giardino del bene e del male ma che (bene o male, appunto) funziona. Gli rimangono le architetture di Don Macaulay, che già aveva lavorato al controverso ed a mio parere splendido Catwoman di Pitof.
Gli rimane, in fondo, anche una buona conoscenza del mito che sta maneggiando, e qualche distorta citazione alla Fratelli Grimm che può far sorridere (come le pietre cucite nella pancia del lupo mannaro)

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