Francesco Guccini è stato una figura importantissima per la mia crescita e per il mio sviluppo personale. Sono cresciuta in una casa in cui il rapporto con la musica è stato quantomai particolare, almeno durante la mia infanzia, e l’avevo scoperto grazie all’intervento di due figure almeno altrettanto importanti: mio zio Elvio da un lato, fratello di mio padre e grande appassionato, e un lontano parente — Giampiero — che all’epoca del nostro incontro era giornalista all’Unità.
La prima volta che l’ho visto suonare, che ci crediate o no, è stata molti anni dopo alla chiesa Gesuita di San Fedele a Milano, un’occasione in cui lui da solo, chitarra alla mano, aveva suonato alcuni pezzi in conversazione con il suo inusuale ospite. Non ricordo esattamente l’anno, ma ricordo che aveva parlato di un suo nuovo progetto, una serie di ritratti, e aveva anticipato qualche strofa del pezzo che poi sarebbe diventato Odysseus nell’album intitolato proprio “Ritratti”. Prima del 2004, quindi.
Grande poeta, vate da osteria, occasionale romanziere (con risultati altalenanti ma che è sempre possibile approcciare con affetto). Al di là della Locomotiva, testo fondamentale di ribellione proletaria, occupa un pezzo del mio cuore l’Avvelenata (perché anch’io, se avessi previsto tutto questo, forse… beh, ok, forse non farei proprio lo stesso, ma ci siamo capiti) ma le mie canzoni preferite rimangono Shomèr ma mi-llailah? (così raramente eseguita dal vivo) e Bisanzio.
Oggi ci lascia, con un’eredità importante da preservare: quella di sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte.
Addio, maestro, e grazie. ✊💔





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