"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

The Green Woman

Il fumetto si apre nella Green Woman, una locanda dominata dalla figura drammatica di una polena, in cui il nostro protagonista Fielding Bandolier sta rimuginando e fumando, ripensando a quel bastardo del suo amico scrittore che avrebbe voluto lui morisse alla fine del rimanzo sulla sua vita, e alle molte identità che ba assunto nel tempo. Tra gli pseudonimi, tra i tanti nomi di FB, quello di Frank Belknap, è probabilmente un’eco del grandissimo Frank Belknap Long, scrittore horror americano della stessa pasta di H.P. Lovecraft, con cui ha anche collaborato. Se non lo conoscete e vi piacciono le poesie di Poe, vi consiglio la raccolta di poemi In Mayan Splendor, un piccolo gioiello di esotismo weird. Se non lo conoscete e amate Lovecraft, vi consiglio la raccolta di racconti The Hounds of Tindalos. Se non lo conoscete e non volete conoscerlo, ma siete appassionati di Lovecraft, potete leggervi la sua biografia Dreamer on the Nightside, sempre ad opera di Belknap Long. Se invece è solo il fumetto a interessarvi, ho qualcosa anche per voi: durante l’età d’oro del fumetto americano, ha scritto in Adventurers into the Unknown, Superman, Congo Bill, Lanterna Verde e Capitan Marvel.
Ma torniamo a The Green Woman e allo “evilest motherfucker in the jungle”, FB. La struttura circolare del racconto, per quanto in primis piuttosto confusa, ci accompagna in una vicenda noir dalle tinte horror e intreccia le storie di questo veterano serial killer, vittima delle voci che lo spingono ad agire seguendo uno schema che lo riporta a giovani donne asiatiche come la moglie che ha dovuto uccidere in Cambogia, del suo copycat irlandese e del poliziotto americano con il volto da buono e il nome da cowboy, che gli dà la caccia. Sullo sfondo rimane la polena, la locanda, e il pub The Black Galleon da cui è stata strappata, acquattati in attesa di scattare e colpire, allo stomaco, con una possibile spiegazione e l’annunciata assenza di un lieto fine.
Tutto sommato un ottimo prodotto, se riuscite a superare il primo confuso quarto del volume, in cui si riconfermano le caratteristiche che già ci avevano fatto amare la scrittura di Peter Straub, con e senza Stephen King al suo fianco. Suo degno compagno d’avventure in questo caso è John Bolton il cui stile denso e pittorico, per l’occasione meno fotorealista che in altri casi, si sposa piuttosto bene con un racconto cupo, intriso di ispirazioni cinematigrafiche. Non mi è chiaro invece quanto sia esteso il contributo di Michael Easton, che ricorderei più per le sue poesie Eighteen Straight Whiskeys che per la sua carriera televisiva.

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