Mi sono avvicinata qualche tempo fa alla serie di gialli giapponesi che vedono come protagonista Kindaichi Kōsuke, scritti da Seishi Yokomizo ed editi in Italia da Sellerio, e devo dire che ho sentimenti contrastanti nei confronti della serie.
Da una parte, l’approccio al romanzo giallo è decisamente interessante: l’autore esplicitamente prova a conciliare la tradizione del giallo classico occidentale, da Agatha Christie a Conan Doyle, con una sensibilità squisitamente nipponica che vede l’intrecciarsi di onore e tradizioni, folklore e superstizioni, spesso al centro della vicenda e fondamentali per dipanarla. Nella sua rappresentazione di un mondo in bilico tra tradizione e modernità, le figure collaterali sono spesso indimenticabili per caratterizzazione e motivazioni.
L’anello più debole di queste narrazioni rimane, purtroppo il detective. La sua caratterizzazione di balbuziente trasandato, sempre vestito in modo tradizionale eppure pronto ad alzarsi la sottana per lanciarsi in bicicletta o sugli sci, è molto meno potente di come potrebbe sembrare in questa mia descrizione, e personalmente mi lascia insoddisfatta.
Detto ciò, applaudo l’idea che Sellerio traduca gialli provenienti da contesti non convenzionali (con tutto il rispetto, Rocco Schiavone mi avrebbe anche un po’ rotto i coglioni) e quindi continuo a comprarli.
L’ultima fatica di traduzione è quindi “Il detective Kindaichi e la filastrocca demoniaca”, titolo originale “Akuma no temariuta” (悪魔の手毬唄), che significa letteralmente qualcosa del tipo “La canzone del tamburello del diavolo”. Kindaichi non è più giovane come nei romanzi precedenti, l’ispettore Isokawa è esplicitamente descritto come anziano. È stato originariamente pubblicato a puntate sulla rivista ” Hoseki ” dal numero di agosto 1957 al numero di gennaio 1959 e si tratta quindi dell’ultimo anche cronologicamente (qui l’articolo con la cronologia dei racconti, che nelle pagine di Sellerio è quantomeno confusa).
A mio parere, è uno dei misteri più belli tra quelli tradotti fino ad ora, con la caratteristica miscela di elementi tradizionali e trucchi classici del romanzo giallo alla Conan Doyle, peraltro citato esplicitamente. L’idea di una serie di omicidi commessi a ritmo di una tradizionale canzone di paese è simile agli omicidi di “Gokumon Island”, ancora non tradotto in Italia, ma quelli erano basati su haiku mentre questi omicidi si basano su una canzone originale inventata dall’autore. L’idea, a quanto pare, gli venne leggendo “Il caso dell’omicidio del vescovo”, di S.S. Van Dine, ma aveva difficoltà a trovare una canzone tradizionale che si adattasse alla trama che aveva in mente. Si concesse di inventarne una solo dopo essersi imbattuto in “Dieci piccoli indiani”, dove Agatha Christie porta avanti proprio questa operazione.
I personaggi del romanzo sono tantissimi eppure molto ben distinti, caratterizzati a pennellate, e la trama si snoda in modo sufficientemente concreto da dare la soddisfazione di provare a indovinare il colpevole, ma non abbastanza da risultare completamente prevedibile.








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