"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

hBIM Summer School: e voi cosa fate a fine estate?

Succede sempre, nelle prime ore di un workshop di modellazione informativa: uno studente che conosce bene Revit — famiglie, fasi, worksharing, tutto l’armamentario — si trova davanti al muro di unn edificio storico, storto in sezione, trapezoidale in pianta, e per un attimo non sa da che parte cominciare. Non perché non sappia modellare quel muro, ma perché non sa leggere cosa accade al suo interno: la geometria che si vede oggi è il risultato di un crollo e di una costruzione? Sono due muri uno addossato all’altro? Oppure si tratta davvero di una parete, con materiale interno approssimabile a omogeneo, che ha quella sezione? E se poi la superficie porta tracce di un intonaco più antico sotto quello visibile, ecco che possiamo trovarci con quindici modalità di modellazione diverse per ciascuna delle quindici persone in aula.

È tutto normale. Quel momento di esitazione, quella mezz’ora di dubbio esistenziale, è la prova che sta succedendo qualcosa di significativo: la separazione tra sapere usare il software e saper usare il software per restituire un’interpretazione dell’edificio. Ed è esattamente questa separazione — non la difficoltà tecnica del software — il vero contenuto che un corso di hBIM dovrebbe insegnare.

hBIM — Heritage/Historic Building Information Modelling — è l’applicazione dei processi e degli strumenti di modellazione informativa e di gestione delle informazioni al patrimonio edilizio esistente, in particolare storico: non si riferisce a software particolari, ma indica un approccio diverso, che invece di accompagnare un edificio dalla progettazione alla costruzione parte da un manufatto già stratificato nel tempo, e deve rappresentarne insieme la geometria attuale, le trasformazioni subite e i vincoli di conservazione, a seconda degli specifici obiettivi e usi identificati per il modello.

La Summer School Heritage BIM di Virvelle, di cui quest’anno ho l’onore di far parte come lecturer, sposa questa filosofia.

Il corso si tiene a Salerno a fine estate, dal 31 agosto al 5 settembre: sei giornate, 44 ore di formazione, in presenza. Il percorso è organizzato per accompagnare i partecipanti lungo l’intero workflow di digitalizzazione del patrimonio storico, in quattro moduli progressivi:

  1. le tecniche di rilievo digitale (fotogrammetria close-range e da drone, TLS, MLS, SLAM, con elaborazioni in Agisoft Metashape Professional e Autodesk ReCap Pro);
  2. l’acquisizione e la gestione della nuvola di punti (allineamento, georeferenziazione, pulizia e classificazione, con ReCap Pro e CloudCompare);
  3. la modellazione avanzata in hBIM vera e propria, in Autodesk Revit, su elementi storici complessi, famiglie parametriche avanzate e componenti adattivi;
  4. la valorizzazione e divulgazione del patrimonio, dal concept alla prototipazione di contenuti digitali e immersivi.

Le lezioni d’aula si tengono nella sede Virvelle di Salerno; il rilievo si svolge sul campo, alla Villa Romana di Baronissi, nella Valle dell’Irno. Il corso è rivolto ad architetti, ingegneri, professionisti AEC, ricercatori e studenti. Il requisito d’ingresso, unico ma non banale, è una conoscenza intermedia di Autodesk Revit.

Ma perché devo già conoscere Revit in un corso che insegna a usare Revit?

Grazie per la domanda.

Potrei rispondervi anche solo facendovi vedere un pezzo della villa…

Il prerequisito: essere abili per diventare maestri

Conoscere il software significa sapere come costruisce una parete, una famiglia, una fase. Non dice nulla su cosa quella parete debba rappresentare quando il suo referente non è un progetto ma un reperto.

La differenza si vede tutta nel passaggio dal rilievo alla modellazione. Chi ha imparato Revit su progetti di nuova costruzione tende, per abitudine consolidata, a classificare prima di interpretare: vede una superficie muraria e la cerca dentro una libreria di tipi esistenti, magari adattandone i parametri. Un edificio storico, però, offre raramente la corrispondenza con un tipo già pronto. Offre una superficie che va prima letta — è originale, è un rifacimento, è un consolidamento successivo, sono tutte e tre le cose in punti diversi dello stesso metro quadrato — e solo dopo, eventualmente, classificata all’interno di una tassonomia che non rispetta quella di una PBS tradizionale. Il rischio, per chi arriva da anni di BIM “di progetto”, è di saltare quel passaggio di lettura perché lo strumento non lo richiede esplicitamente: il software non si blocca se gli si assegna un tipo sbagliato. Restituisce comunque un modello che sembra corretto.

Ecco perché il prerequisito del corso non è un traguardo, ma un punto di partenza sicuro da cui cominciare, per una settimana, a disimparare qualcosa.

Per raggiungre la destinazione, dovremo “sgomitolare” il gomitolo delle vostre conoscenze e utilizzare quel filo per costruire collegamenti inaspettati.

Un caso reale: due edifici nello stesso muro

La Villa Romana di Baronissi, dove si svolge il rilievo sul campo, è un esempio perfetto di questo problema. L’edificio nasce come villa rustica di età tardo-repubblicana (dai Gracchi a Cesare, per intenderci), ampliata nel I secolo d.C.: intorno a un grande criptoportico quadrangolare (circa 34,80 × 33,30 metri), aperto ad ovest con arcate sul giardino, le murature sono in opus reticulatum con cubilia di tufo locale. È un impianto che risponde a una logica costruttiva, strutturale e distributiva.

Poi, nel corso del XV secolo, quegli stessi ambienti — un tempo servili, affacciati sul criptoportico — vengono trasformati in cappelle gentilizie e affrescati: santi, la Vergine, l’Arcangelo Gabriele, un ciclo dedicato a San Giovanni. Uno di questi affreschi porta perfino firma e data: Giovanni da Fiesole, 1424.

Che dovrebbe essere questo

Quello che interessa, dal punto di vista didattico, non è la stratificazione storica in sé — per quanto affascinante — ma cosa impone a chi deve restituirla in un modello informativo. Sullo stesso metro quadrato di parete convivono due regimi di conoscenza completamente diversi: la geometria muraria romana, che si presta a una lettura strutturale e tipologica (spessori, ammorsature, moduli distributivi del criptoportico), e la superficie pittorica quattrocentesca sovrapposta, che risponde invece a una logica iconografica e devozionale, dove ciò che conta non è il muro ma la sua chimica in ottica di conservazione. Non sono due strati che si sommano in ordine: sono due sistemi di classificazione diversi applicati alla stessa porzione fisica di edificio, e un modello che tratti la parete come un solo oggetto — “muro, tipo X” — cancella esattamente la distinzione che dà valore storico al sito.

Non è un problema che si risolve leggendo un manuale prima di arrivare in sito. Si risolve stando davanti al criptoportico, decidendo lì, con la nuvola di punti aperta e la Soprintendenza da qualche parte nel cuore, quale sistema di attributi applicare a quale porzione di quale ambiente. È esattamente il tipo di decisione che nessun corso di Revit “puro” prepara a prendere, ed è esattamente il motivo per cui il rilievo su un sito vero, e non su un caso studio didattico costruito ad hoc, fa la differenza.

Il punto non è modellare la volta: chiunque sa modellare questa volta. Il punto è capire cosa la modellazione di questa volta deve trasmettere per gli specifici obiettivi legati alla conservazione e valorizzazione del patrimonio storico.

Non solo modellazione

C’è una ragione precisa per cui il corso non si limita al terzo modulo — quello della modellazione hBIM vera e propria — ma lo precede con rilievo e gestione della nuvola di punti, e lo fa seguire dalla valorizzazione digitale. Non è solo completezza di programma: è la scommessa che il patrimonio storico si impari a gestire end-to-end, o non si impari affatto.

Chi entra in Revit già con la nuvola di punti pulita da altri, riceve un dato che sembra oggettivo. Non lo è: ogni scelta fatta a monte — dove posizionare gli scanner, quali zone privilegiare nella scansione, come decimare e filtrare il rumore, quali punti scartare come outlier — è già un’interpretazione, ed è un’interpretazione che chi modella dopo non ha fatto propria, e quindi non può davvero giudicare.

Fare tutto il workflow in prima persona, nella stessa settimana, sullo stesso edificio, significa portarsi dietro la memoria di quelle decisioni fino al momento in cui contano davvero: quando si decide come segmentare il criptoportico, quali soglie di deviazione tollerare rispetto alla nuvola, quali elementi trattare come oggetti unici (non ho detto “Model in Place”: l’avete pensato voi) e quali come istanze di una famiglia. È la differenza tra ricevere un’eredità e averla costruita con le proprie mani, e solo nel secondo caso si sa davvero cosa quell’eredità vale, e dove abbia i suoi limiti.

L’ultimo modulo, quello di valorizzazione e divulgazione, chiude il cerchio in un modo che spesso viene trascurato nei corsi più tecnici: un modello che nessuno può raccontare, a un pubblico che non sia specialistico, ha comunque fallito una parte del suo scopo. Il patrimonio storico non esiste solo per essere rilevato correttamente: esiste per essere compreso da chi lo visita, lo finanzia, lo tutela, o anche solo lo sostiene con il proprio amore. Un workflow che si ferma alla modellazione tecnica, senza mai arrivare a chiedersi come restituire quel lavoro a un pubblico più ampio, lascia fuori dall’aula il compito più difficile: comunicare perché tutto questo lavoro serva.


Ci vediamo in aula

Se fate parte di quel gruppo di professionisti — architetti, ingegneri, restauratori, ricercatori — che si occupano o vogliono cominciare a occuparsi seriamente di patrimonio storico, questo è il tipo di formazione che raramente si trova impacchettato così: rilievo, gestione dato, modellazione avanzata e valorizzazione, in un’unica settimana, su un caso reale e non su un esercizio da manuale.

Il mio intervento è previsto intorno al 2-3 settembre, nel cuore del percorso, proprio a cavallo tra la fase di rilievo sul campo e l’ingresso in modellazione, il momento in cui le domande di cui vi ho parlato smettono di essere teoria e diventano scelte da prendere davanti a un muro vero.

I posti per la Summer School Heritage BIM di Virvelle sono limitati dalla natura stessa del corso, che prevede un rapporto stretto tra docenti e partecipanti, gruppi di lavoro sul campo alla Villa Romana di Baronissi, laboratori pratici che richiedono attenzione individuale. Se pensate che faccia al caso vostro, le iscrizioni chiudono a breve.

Tutte le informazioni e il modulo di iscrizione:
virvelle.com/corso/summer-school-heritage-bim

Hills Like White Elephants

I don’t think Ernest Hemingway needs any introduction, but his Death in the Afternoon maybe does: it’s a 1932 non-fiction book about Spanish bullfighting, and it’s part cultural study, part travel writing, and part reflection on courage, fear, death, and art. It’s not for the

Read More »
Summertime

Mapping the Furrow

Seamus Heaney was a major Irish poet, born in 1939 in County Derry, Northern Ireland, and winner of the Nobel Prize in Literature in 1995. He’s especially known for writing about rural life, memory, language, and Irish history. Death of a Naturalist is both the

Read More »
books and literature

Keanu Reeves & China Miéville: The Book of Elsewhere

It would be a vast understatement to say that this book was a surprise. Not being familiar with the comics (so unfamiliar, in fact, that I didn’t even know they existed), the first impact with the main storyline was “ok, what the hell am I

Read More »
Share on LinkedIn
Throw on Reddit
Roll on Tumblr
Mail it
No Comments

Post A Comment

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

RELATED POSTS

Hills Like White Elephants

I don’t think Ernest Hemingway needs any introduction, but his Death in the Afternoon maybe does: it’s a 1932 non-fiction book about Spanish bullfighting, and it’s part cultural study, part travel writing, and part reflection on courage, fear, death, and art. It’s not for the

Read More

Mapping the Furrow

Seamus Heaney was a major Irish poet, born in 1939 in County Derry, Northern Ireland, and winner of the Nobel Prize in Literature in 1995. He’s especially known for writing about rural life, memory, language, and Irish history. Death of a Naturalist is both the

Read More