Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile…

Mi piacerebbe tanto vedere, un giorno, questa città «là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente, e poi ritorna terra, e non è più occidente». Da Liberazione di oggi: Attraversare Istanbul, tra mosaici cristiani e versi del Corano Marco Aime Il viaggio, qualunque viaggio, è “attraverso”. Essere “tra” è forse […]

Istanbul


Mi piacerebbe tanto vedere, un giorno, questa città «là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al
niente, e poi ritorna terra, e non è più occidente».

Da Liberazione di oggi:

Attraversare Istanbul, tra mosaici cristiani e versi del Corano

Marco Aime
Il viaggio, qualunque viaggio, è “attraverso”. Essere “tra” è forse il vero senso del viaggiare. Oggi l’aereo ha trasformato il viaggio, lo spostamento in un tempo vuoto di emozioni, un non-momento. Quasi non c’è percezione dello spostamento, del movimento. E’ invece il transitare, lentamente, a darci l’idea di una terra. L’attraversarla, magari a piedi, come scrive Cesare Pavese ne La bella estate: «A piedi avrei detto a Pieretto, vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro». Il movimento acuisce i sensi, la percezione, ci costringe a uscire da quella nostra condizione spazio-temporale di sedentari che riteniamo naturale e che naturale invece non è. E poi l’incontro con gli altri, anche questo “tra”. Perché per il viaggiatore, come per l’antropologo, il dialogo con l’altro si svolge sempre in una sorta di terra di nessuno che sta in mezzo alle due culture di appartenenza. In quella zona non delimitata, tra il “già” e il “non ancora”, dove i pensieri e i gesti trovano spazi comuni di comprensione, dove le differenze non entrano a disturbare un dialogo che è spesso più facile di quanto pensiamo. Ma si sa, poi c’è sempre qualcuno che traccia un confine, che ti impone di uscire da quella zona di non conflitto e ti obbliga a schierarti. «La gente – scrive Ryszard Kapucinski – non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, cerca di sfuggire o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia non fa che imbattercisi, trovarle e sentirle ovunque». Il viaggio, diceva Camus, è come una scienza più grande e grave, che ci riporta a noi stessi. «Se hai vissuto in giro hai perduto quel senso dell’assolutezza e della santità delle abitudini dei tuoi compatrioti, che una volta ti rendeva felice in mezzo a loro. Hai visto che esistono moltissime patriae nel mondo e che ciascuna di esse è piena di persone eccellenti per le quali le peculiarità locali sono la sola cosa che non è più o meno barbara» gli rispondeva Henry James. Il viaggio, lo spaesamento, l’incontro con l’altro finiscono per trasformare l’individuo e la sua percezione, perché il viaggiatore si abitua a confrontare, a cercare somiglianze e punti di differenza: il viaggio crea il comparativista e il relativista. Perché, come suggerisce Claudio Magris: «viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte». Il problema è che oggi i “viaggiatori” sono gli altri, non noi. Noi rimaniamo a casa nostra. Sono gli altri a essere stranieri e noi giudichiamo, perché siamo più forti, ci difendiamo da paure spesso indotte o comunque non causate solamente dalla diversità culturale. Quando incontriamo uno straniero, o meglio quando uno straniero arriva a casa nostra, sia camminando per le nostre vie, sia attraverso gli schermi della televisione, di lui vediamo il volto: è tutto ciò che conosciamo di quella persona. Quel volto ci pone inevitabilmente interrogativi, su di noi e sugli altri. Nel dicembre 2002 ero a Istanbul. Osservando dall’alto della collina di Sultanahmet la striscia grigia del Bosforo mi sono tornate in mente le parole del “Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio” della canzone di Francesco Guccini, Bisanzio. «Me ne andavo l’altra sera quasi inconsciamente, giù al porto Bosforeion là dove si perde, la terra dentro al mare, fino quasi al niente e poi ritorna terra e non è più Occidente». Che importa a questo mare essere azzurro o verde? Appunto. Europa, Asia, che importa? Tutte le guide turistiche e i libri sulla città enfatizzano il confine tra i due continenti, e il Bosforo assurge a simbolo di linea d’acqua tra due mondi, due civiltà, due culture. Di qua l’ellenica Europa, poi divenuta Occidente; di là il mondo ottomano, quello delle delizie degli harem e delle affilate scimitarre di sultani assetati di sangue cristiano. Eppure a Istanbul – già Costantinopoli, già Bisanzio – delle astrazioni dei geografi e degli storici, impegnati a separare continenti, e delle fantasie dei romantici esotici nulla importa. Esiste, uguale a se stessa, sulle due sponde. Nessuno deve aver detto ai suoi abitanti che vivono a cavallo di un orizzonte generato dagli occidentali, specialisti nel creare confini. Chiamarla Santa Sofia o Aya Sofya non fa differenza. Lo splendido edificio che domina la collina di Sultanahmet venne fatto costruire da Giustiniano in nome della Divina Sapienza nel 537, e fino al 1453, quando passò agli Ottomani, rimase la più grande chiesa della cristianità; poi divenne una moschea e tale restò fino al 1935. Oggi è un museo. L’impressione che si prova a visitare questa maestosa costruzione è ingannevole. Mosaici cristiani e versi del Corano sembrano inseguirsi; linee armoniose e contrafforti aitanti si confondono in un gioco di contraddizioni stilistiche, in un susseguirsi di affermazioni e negazioni architettoniche. Era il simbolo della cristianità, ma non è stata distrutta dai musulmani: anzi, furono proprio i fedeli di Allah a costruire i rinforzi che ne hanno impedito il crollo. Ecco perché, al razionale Filemazio, Bisanzio appare come «un simbolo insondabile, crudele e ambiguo, come questa vita. Bisanzio è un mondo che non mi è consueto». Anche a noi non è consueto pensare alla cultura come a quell’edificio: un sovrapporsi e un intrecciarsi di storie, idee, gusti, identità, sogni, scienze. E’ più facile pensare a linee nette che segnano confini precisi, frontiere che ci piace credere come naturali e pertanto difficili da cancellare. «Le frontiere? – ha affermato il grande viaggiatore norvegese Thor Heyerdhal – Esistono eccome. Nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli uomini».

Marco Aime incontrerà il pubblico nel corso del dibattito “Passaggio in Africa” in programma per domenica 19 alle ore 16.30 presso il Centro Incontri della Provincia (info: www.scrittorincitta.it)

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