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ISO 19650: il nuovo CDE

Il grande circo di ciò che pensavamo di sapere riguardo al BIM ma è in qualche modo diventato obsoleto grazie alla ISO 19650 è tornato in città: oggi, per il vostro divertimento, mi occupo di Common Data Environment, uno dei tasselli base della collaborazione. Apparentemente, non ha subito grossi sconvolgimenti rispetto a ciò che eravamo abituati […]

Il grande circo di ciò che pensavamo di sapere riguardo al BIM ma è in qualche modo diventato obsoleto grazie alla ISO 19650 è tornato in città: oggi, per il vostro divertimento, mi occupo di Common Data Environment, uno dei tasselli base della collaborazione. Apparentemente, non ha subito grossi sconvolgimenti rispetto a ciò che eravamo abituati a considerare. Se ci si prende un istante di più per leggere con attenzione quello che viene indicato dalla norma, tuttavia, ci si rende conto che le modifiche ci sono state e non da poco. Cerchiamo quindi di prenderci questo istante in più.

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Lo volete un palloncino?

1. La strada fino ad ora

Il primo testo di riferimento per il Common Data Environment era il BS 1192 che, come ho già scritto, è stato mandato in pensione dalla ISO. Nello standard britannico il Common Data Environment veniva elencato tra i cinque cardini fondamentali del lavoro collaborativo – insieme agli standard di nomenclatura, alla gerarchia delle informazioni e alla chiara suddivisione dei ruoli – e veniva definito come…

…a repository, for example a project extranet or electronic document management system.

A quello che in italiano sarebbe poi stato definito l’Ambiente di Condivisione dei Dati veniva dedicato il capitolo 4.2 (Process and the Common Data Environment): qui si trovava per la prima volta la suddivisione a quattro e la descrizione dei processi di revisione, coordinamento e approvazione.

BS1192_CDE

Il comparto del Common Data Environment era strettamente collegato ai processi di approvazione anche attraverso l’ultima parte della nomenclatura file: i codici di suitability (a che cosa era destinato il documento) e il codice di revisione.

Nella PAS 1192-2, il concetto veniva espanso per includere da una parte i processi relativi al cliente e dall’altra le attività dei subappalti che intervengono, ad esempio, dopo la fase di tender.

…for the avoidance of doubt, all project information,
whether in BIM environments or in conventional data
formats should be shared using a single collaborative
data environment (CDE).
(PAS 1192-2)

Anche il ruolo della sezione “archivio” subisce diverse evoluzioni: da archivio in cui viene depostato il materiale valido, diviene cimitero delle versioni superate, perché il materiale valido rimane sempre vivo e si sposta, eventualmente, nello spazio di gestione dati della fase di gestione.

Sempre nella PAS 1192-2, il Common Data Environment veniva definito come:

single source of information for any given project,
used to collect, manage and disseminate all relevant
approved project documents for multi-disciplinary teams
in a managed process
NOTE: A CDE may use a project server, an extranet, a
file-based retrieval system or other suitable toolset.

PAS 1192_common data environment

Le fasi del processo venivano qui dettagliate parlando di modelli, viene mostrato un processo di coordinamento con segregazione basata sulle discipline.

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Le specificità del CDE venivano dettagliate in modo da consentire una enorme flessibilità nella scelta dello strumento e, di conseguenza, nell’investimento da fare sull’infrastruttura tecnologica del progetto. Da Dropbox ad Aconex, nessuno strumento è troppo primitivo o troppo evoluto. Non dimentichiamoci che uno degli obiettivi primari delle PAS è quello di favorire la diffusione del BIM a tutti i livelli della filiera.


 

2. E adesso?

Il livello di complessità è cresciuto, certamente insieme al costo (anche solo nell’accesso ai testi), ma non sempre è immediatamente chiara la profondità e l’estensione delle modifiche introdotte dalla ISO.

L’uso del Common Data Environment rimane uno degli elementi chiave per definire il livello di maturità, ora chiamato stadio di adozione.

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Anche la sua definizione non sembra essere troppo cambiata:

common data environment (CDE)
agreed source of information for any given project or asset, for collecting, managing and disseminating each information container through a managed process.

Alle soluzioni e ai workflow nel Common Data Environment è dedicato il capitolo 24 della parte 1, dalla cui apertura sembra che questa norma abbia operato una riduzione in complessità e specifiche. L’impressione sembra rafforzata dallo schema riportato, il nocciolo è riportato a quello del BS 1192, con i soli quattro comparti, e i workflow di transizione da un comparto all’altro vengono specificati con un livello di approfondimento nettamente inferiore rispetto a quello della PAS 1192-2.

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“Figure 10 deliberately does not illustrate the complexities of the CDE workflow”. Beh, grazie: vantiamocene.

 

Di fatto, la decisione è una decisione esplicita e ribadita nella norma stessa.

Figure 10 deliberately does not illustrate the complexities of the CDE workflow, involving multiple iterations of information container development, multiple reviews, approvals and authorizations, and multiple journal entries into the archive recording information containers in any of the other states.

Tuttavia, per quanto in sordina, la norma prende due concetti importanti dal BS 1192 e li richiede esplicitamente come metadati:

  • il codice revisione, che deve essere in allineamento a una norma come la 82045-1, una norma IEC di gestione documentale stilata nel 2001 e confermata nel 2016;
  • un codice di status dal quale deve essere possibile desumere gli usi consentiti per l’informazione.

Per chi fosse confuso a riguardo, un “metadato” non è un dato con più sex appeal: è un dato che viene utilizzato per descrivere altri dati. Il Merriam-Webster ne offre una buona definizione.

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In affiancamento alla capacità di gestire queste due informazioni, la soluzione tecnologica adottata come CDE può anche avere:

  • la capacità di gestire questi metadati in un database;
  • la capacità di generare dei transmittal.

Il sistema adottato dovrebbe essere tale da poter garntire almeno tre vantaggi:

  • La responsabilità dell’informazione contenuta in ciascun container rimane dell’individuo o dell’organizzazione che le ha prodotte, anche quando il container cambia di comparto;
  • La condivisione delle informazioni, che riduce tempi e costi di coordinamento;
  • Una traccia di audit completa durante la produzione delle informazioni, utilizzabile durante ogni consegna del progetto e dopo la sua chiusura.

Nella ISO 19650-2 (Delivery phase of the assets), questi concetti vengono ripresi e integrati laddove si affronta il momento cruciale in cui il cliente (ma non dite “cliente”: si chiama “appointing party” e ricordiamo che può anche non esserci un contratto a riguardo) deve istituire il Common Data Environment di progetto. E per istituire si intende implementare, configurare e instituire la struttura di supporto.

Sì: il Common Data Environment deve essere istituito dall'appointing party, non dal fornitore.
Sì: il Common Data Environment deve essere istituito dall’appointing party.

Sarebbe stato molto bello che la ISO avesse preso una netta posizione circa la proprietà del Common Data Environment, un argomento intorno al quale si stanno sviluppando diversi contenziosi. Purtroppo, la norma rimane vaga e lascia aperta la possibilità che il cliente incarichi una terza parte perché si occupi di ospitare, gestire o supportare il Common Data Environment: si consiglia che questa parte sia una parte indipendente rispetto al resto degli incarichi del progetto, incaricata prima del primo contatto con le altre, ma si lascia aperta anche la possibilità che il cliente trasferisca il servizio a una terza parte dopo il suo coinvolgimento da fornitore all’interno del progetto.

The appointing party can also appoint a third-party to host, manage or support the project’s CDE.

Peccato.
Questo lascia ancora una volta aperta la possibilità che la terza parte utilizzi la proprietà del Common Data Environment per inopportuni giochi di forza nei confronti del cliente o, peggio ancora, dei subappalti e delle altre parti in causa.

Confesso che per un istante ci avevo creduto.
Confesso che per un istante ci avevo creduto.

Secondo questa parte della norma, il sistema dovrebbe avere queste caratteristiche:

  • ogni container (ogni file) deve poter avere un ID univoco, basato su una convenzione concordata e documentata e costituito da campi separati da un delimitatore;
  • ogni container deve avere assegnati gli attributi di status (suitability)revisioneclassificazione (nel rispetto della ISO 12006-2);
  • il sistema deve garantire la possibilità che gli information container passino da un comparto all’altro;
  • deve essere possibile registrare il nome utente e la data in cui un container va in revisione e viene trasferito da un comparto all’altro;
  • deve essere possibile controllare gli accessi al livello dell’information container (e quindi non sono adatti tutti quei sistemi che consentono di impostare i privilegi solo a livello di cartella).

È sempre più chiaro quindi che non è possibile utilizzare piattaforme di condivisione semplici e, per tutti quelli che ancora ne sono convinti, Google Drive non è considerabile un CDE.
Il sistema qui descritto è, nella migliore delle ipotesi, un Electronic Document Management System.


 

3. C’è altro?

Beh, sì.
A livello europeo è in lavorazione una norma specifica sul Common Data Environment, al momento nota come DIN 91391 (Common Data Environments for BIM projects – Function sets and open data exchange between platforms of different vendors). L’acronimo DIN significa Deutsche Institut für Normung: si tratta di una norma sviluppata dall’Istituto Tedesco per la Standardizzazione, ovvero la controparte teutonica della nostra UNI.

La norma è ancora in lavorazione quindi, come sempre, quello che leggiamo durante le condivisioni per consultazione potrebbe cambiare drasticamente.
Dalle prime bozze circolate in lingua inglese, però, risulta abbastanza evidente che la direzione presa è quella di sistemi straordinariamente sofisticati. Vale anche la pena di sottolineare come il presidente della commissione, Ulrich Hartmann, lavori per Aconex, uno dei più sofisticati sistemi di gestione per l’edilizia.

Ma se di mestiere vendi banane, sarà poi giusto che sia tu a fare una norma su come devono essere le banane?
Ma se di mestiere vendi banane, sarà poi giusto che sia tu a fare una norma su come devono essere le banane?

Le differenti soluzioni di Common Data Environment vengono classificate secondo la loro capacità di:

  • gestire i documenti e i modelli secondo un workflow;
  • filtrare quanto viene caricato a partire dai suoi metadati;
  • strutturare le informazioni e collegarle tra di loro direttamente sulla piattaforma di condivisione;
  • gestire il versioning dei container;
  • impostare i privilegi di accesso;
  • organizzare i flussi di data management.

Riprendendo la suddivisione tra Stage 2 e Stage 3 fatta dalla ISO 19650, in cui il sistema di Common Data Environment è cruciale, i sistemi vengono suddivisi tra:

  • Per lo Stage 2 (che la norma tedesca si ostina a chiamare Level 2):
    • sistemi che gestiscono i documenti a un livello di aggregazione sul modello federato e su pacchetti di documenti (ovvero sistemi che richiedono, ad esempio, che il modello venga federato a monte e a valle dell’upload), ovvero ad esempio;
      • sistemi di Common Data Share;
      • document management systems;
      • piattaforme di progetto internet-based.
    • sistemi che gestiscono i documenti a un livello di aggregazione sul singolo file e che quindi si suppone possano consentire una federazione diretta sulla piattaforma (uno dei vecchi sogni della norma UNI 11337), ovvero ad esempio, in aggiunta ai precedenti, anche i Product data management system.
  • Per lo Stage 3, in cui si richiede che il Common Data Environment sia in grado di entrare nel modello e interrogarlo a livello del singolo oggetto o addirittura del singolo parametro, non resta che ricorrere ai Product Management Systems o addirittura a un Product model server.

 

4. Quindi cosa si può usare?

Bella domanda.
Ho qualche risposta, ma dovrà attendere un altro momento.

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