"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

Tesoro, hai pagato la bolletta?

Avete presente le atmosfere steampunk dorate e polverose di Vidocq e Wild Wild West? O le atmosfere cospiratorie e claustrofobiche di La città dei bambini perduti e, perché no, parti di La bussola d’oro? O ancora l’angoscia di Metropolis e Fahrenheit 451?

Beh, questo film dovrebbe attingere a quel repertorio. Il regista, praticamente esordiente, recluta nell’impresa un cast eterogeneo tra cui un ragazzino che non ho mai visto, la ragazzina di Atonement, un Tim Robbins che ripete un po’ il ruolo in Zathura, Bill Murray e la sua orreda panza (spero) posticcia, la vedova odiosa di Pushing Daisies, Martin Landau, il pirata con l’occhio di legno e la nonna di Charlie. Tratto da un racconto dell’americana Jeanne DuPrau, City of Ember è la storia di una città sotterranea costruita con lo scopo di sostentare l’umanità e preservarla per 200 anni, giunta alla sua scadenza senza che nessuno abbia più memoria della via d’uscita.
E non lsciatevi ingannare dal cognome: che l’autrice sia americana è evidente da un primo semplice indizio. 200 anni per lei sono un sacco di tempo. In 200 anni si perde completamente memoria del mondo di superficie e del carattere temporaneo della città: i costruttori, per impedire che gli abitanti si consumino nella tristezza per la perdita del sole, decidono di tenere nascosta la verità, rinchiusa in una scatola de fero sotto forma di un foglio d’istruzioni e dell’altra parte di una scheda il cui secondo pezzo è posseduto dal sindaco. Anche la scatola è posseduta dal sindaco, almeno fino a quando uno di loro non muore improvvisamente senza riuscire a passare le consegne al suo successore. Non c’è che dire, un piano ben studiato. Per la serie "fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale", la civiltà avanzatissima che ha saputo costruire un’intera città sotterranea non a pensato a:
1. costruire impianti di mantenimento per gli impianti di sostentamento (in città non esistono pezzi di ricambio);
2. scrivere le istruzioni su qualcosa che non si sbricioli;
3. predisporre un piano b nel caso la scatola vada perduta.
Non parliamo poi dell’approccio sociologico le cui particolarità creano sicuramente colore ma non hanno il minimo senso.
1. la città, esauriti i suoi 200 anni, comincia ad essere soggetta a frequenti black-out, di fronte ai quali la gente va comprensibilmente nel panico. Ma non per la mancanza di sostentamento ad impianti necessari alla vita (non sembrano averne, e viene da domandarsi da dove prendano l’ossigeno e come si riscaldino), bensì per la semplice mancanza di luce. Non uno stronzo che abbia una candela, ma nemmeno uno stronzo che abbia riscoperto il fuoco (possibile? con tutte quelle lampadine che scoppiano e le case di legno, mai una scintilla).
2. in città nessuno scrive, eppure tutti sanno leggere: i Costruttori hanno lasciato un libro di fuffa, che viene letto durante il Grande Giorno del Sorteggio (sì, dopo ci arrivo), ma non usano scrivere, l’alternativa alla posta sono i messaggeri, che recano messaggi rigorosamente a voce, nessuno si lascia note, post-it, bigliettini, niente di niente.
3. qualunque cosa sia successa in superficie gli animali sono diventati enormi: gigantesche (e affamatissime) talpe, falene proporzionate alle lampadine, cervi volanti con chele della madonna, eppure non viene fornita nessuna spiegazione plausibile: non solo l’ipotesi di uno sconvolgimento atomico sarebbe da escludere (se l’acqua fosse contaminata, a metà film sarebbero tutti morti) ma una volta usciti dai dintorni della città non si vede più nemmeno mezza bestiaccia famelica. In più, nella città non c’è mezzo animale né domestico né allevato.
4. nessuno coltiva (c’è una serra, ma non si sa a che cosa serva se non a dirci che il padre della protagonista si intendeva di patate) si nutrono di cibo in scatola, ma inscatolato quando? 200 anni prima? minchia!
5. non hanno mezzi di trasporto (il che è molto poco steampunk), tranne bizzarri aggeggi costruiti dal padre del ragazzino (il che è molto steampunk), ma sanno perfettamente cosa sia una barca.
6. scendono scendono scendono ma alla fine si trovano in cima (citazione da Peter Jackson).

Ma alla fine il film merita?
Boh.
Esteticamente il film è carino, l’idea è buona e il cast non è male, ma in generale rimane un po’ insipido, buttato lì, non sviluppato. E ha avuto il successo che si meritava.
Ora però sono curiosa di leggere il libro.

Per concludere, forse non tutti sanno che…
…"ember" in ungherese significa umanità;
…"ember" in inglese significa tizzone;
…il sequel di City of Ember si chiama People of Sparks.

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8 Comments
  • impbianco
    Posted at 23:36h, 21 March Reply

    Io ho trovato irritante la ragazzina… molto ma molto. Filmetto carino, nulla più. Oggi ho visto Inkheart, quello si che merita… se lo vuoi vedere in inglese fammi un fischio :P

    X-Bye

  • Elderion
    Posted at 01:37h, 22 March Reply

    Inkheart è piaciuto anche a me.

    Sì ma Shel… avevi detto che poi ci arrivavi, ora mi è rimasta la curiosità: sto Giorno del Sorteggio?

  • Shelidon
    Posted at 09:47h, 22 March Reply

    uh, è vero.

    Un’altra particolarità inutile della “civiltà” di Ember è che hanno tutti questi Grandi Giorni: il Grande Giorno del Sorteggio, il Grande Giorno del Canto, il Grande Giorno di Tua Sorella… sembra che l’autrice abbia cercato di sviluppare una società attorno al concetto di assistenza statale e sussistenza, e naturalmente trasuda timore tutto americano per il comunismo. I bambini vengono assegnati dal caso alle loro professioni, tutte le attività sono gestite da istituzioni parastatali che hanno il monopolio, e il risultato è una specie di apatia: gli abitanti stanno seduti aspettando che qualcuno li salvi. Un’idea molto americana.

  • Shelidon
    Posted at 09:48h, 22 March Reply

    @ impbianco: ho provato ad andare ieri sera a vedere Inkheart, ma l’hanno tolto da tutti i cinema decenti. Lo vedrò per altre vie, ormai.

  • pirkaff
    Posted at 10:56h, 22 March Reply

    Per quanto mi riguarda una noia mortale :-(

    Ed è un peccato perchè la trama non era niente male.

  • impbianco
    Posted at 11:40h, 22 March Reply

    Shelidon, ti ripeto, se lo vuoi in inglese dimmelo. Sono io l’altra via.

    XD

    X-Bye

  • Elderion
    Posted at 12:21h, 22 March Reply

    Wow, un misto tra futurama e i puffi!

  • Shelidon
    Posted at 23:33h, 24 March Reply

    @ Pirkaff: beh, sì, poteva essere decisamente meglio.

    @ Impbianco: “Sono io l’altra via” è una frase che tutti sognamo di pronuncare, prima o poi. Tu ci sei riuscito grazie a me.

    @ Elderion: esatto! Un sunto perfetto.

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