"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

Real steel

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Farò un’importante confessione. Reggetevi. In fondo nessuno è perfetto, e anch’io ho un grosso, imperdonabile difetto, un tallone di Achille, un’ascella di Aiace, un difetto senza il quale sarei Elena di Troia, la donna che ogni nerd vorrebbe rapire per tenerla nel suo forum. Ma io, come dicevo, ho un imperdonabile difetto. Io detesto i robottoni. Tutti, a cominciare da Neon Genesis Evangelion che sto resistendo a leggere un po’ per le derive deliranti-mistiche, un po’ per collezionismo e un po’ per dovere intellettuale. A cominciare da Goldrake, che pur avendo popolato la mia infanzia di lame rotanti mi dava veramente soddisfazione solo quando tirava fuori l’alabarda spaziale (no erotic allusion intended). Per non parlare di tutta quella marmaglia tipo Daitarn III, Gig robot d’acciaio o Gundam. Sì, lo so. Alle elementari ho anche provato a scrivere un racconto steampunk ambientato nel rinascimento, con i pirati e i robottoni (era steampunk, io ancora non lo sapevo, ma era steampunk), per la mia fiamma che era appassionato di qualcosa che poteva essere Daltanious, ma niente.
Ogni tanto, a ondate, sopraggiunge il revisionismo esistenziale e provo a farmeli piacere. Per questo possiedo la collection di Evangelion e svariati illustration book. Per questo, e anche un po’ per rimandare ancora la visione di Capitan America, ieri sera ho deciso di vedere Real Steel, il film con i robottoni e Hugh Jackman.

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Il film, che mi dicono essere Over the Top con i robottoni, vede uno stanco Hugh Jackman nei panni di Charlie, ex pugile e manovratore di robottoni da combattimento in un futuro prossimo in cui il pugilato è stato rimpiazzato da combattimenti fra robottoni. La vita di Charlie è un disastro, ed è un cazzone nella sua professione, fino a che non gli viene affidata per l’estate la custodia di un figlio alla cui custodia ha già rinunciato. Accanto a Hugh Jackman, un cast a dir poco… a dir poco… beh, un cast: Thor da piccolo, Kate di Lost, un guardiano del destino, Martin di Lost (chiunque sia), Hillary Clinton, il papa di The book of Daniel, Olga Fonda nei panni della terribilissima Farra Lemkova e Karl Yune ad interpretare l’oscurissimo maestro giapponese di robot Tak Mashido.

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Il film è di una banalità stratosferica, telefonatissimo in ogni scena e senza particolari messaggi da dare tranne, forse, che la coglionaggine è ereditaria e che bisogna sempre credere in se stessi anche se il mondo è convinto che sei un idiota e il mondo in questo caso ha palesemente ragione. Il mondo del futuro è sviluppato poco, secondo il principio che poco è cambiato e che la presenza dei robottoni ha influenzato solo il mondo dello sport e dei combattimenti, clandestini o ufficiali che siano. Uno sport in cui, anche nella league ufficiale, non sembrano esistere categorie nè regole troppo complicate che lo spettatore non potrebbe capire. Ogni spunto (dalla possibilità che il robot abbia un’intelligenza artificiale superiore all’idea che possa essere un’opera dimenticata dello stesso Tak Mashido, che per questo lo rivuole indietro) viene preso, messo nel frullatore con un paio di granate a frammentazione e servito freddo con una fetta di limone. Anche i combattimenti tra robottoni, se è questo che cercate, sono in fondo poco più di un poco entusiasmante match di boxe. In breve, un film piuttosto inutile, dallo stesso regista di Una Notte al Museo (entrambi) ma dallo stesso sceneggiatore di Leprechaun 3. La storia, se così si può definire, è di Dan Gilroy, che ha anche lavorato a The Bourne Legacy, attualmente in fase di riprese. Ora sì che non sono tranquilla.

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1 Comment
  • tafkal
    Posted at 11:13h, 12 February Reply

    Martin “Keamy”, in Lost uno dei mercenari, un personaggio non molto diverso ma con la mitragliatrice.

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