"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

Leo Ortolani, Tapum

A un certo punto ci sarà una battuta, in questo fumetto, e riderete. Sappiate che è l’unica. Com’è giusto che sia.

Se devo paragonare quest’opera a qualcosa, il confronto più azzeccato è probabilmente lo spettacolo che Marco Paolini trasse dal Sergente nella neve di Rigoni Stern: storie di uomini e ragazzi, mandati a morire senza motivo, umorismo da trincea e bestemmie, tante bestemmie, con il freddo e la morte e l’incapacità dei superiori.

Questo, per intenderci

Lo dice Ortolani stesso, in postfazione: l’idea gli è venuta guardando La guerra dei Bepi di Andrea Pennacchi, e non a caso Pennacchi finisce dentro il libro con la sua faccia, nei panni del capitano Dolon. Ortolani presta invece i lineamenti da protagonista al tenente Mariani. Il battaglione è inventato — il Battaglione Fusar non è mai esistito — ma è un’invenzione che nasce dal rispetto: chi è morto davvero sull’Ortigara, ventimila e passa uomini in venti giorni, non doveva essere ridotto a controfigura per una trama.

E qui casca l’asino, o forse il coniglio, di chi si aspetta l’Ortolani di sempre: non c’è la gag ogni tre vignette, non c’è la demenzialità che ha reso Rat-Man un catalogo di citazioni. C’è la china acquerellata, che lui stesso ha definito un esperimento. C’è il conteggio dei morti espresso in lettere, per esteso, perché “così ci impiegate più tempo a leggerlo”. E c’è la Morte che parla con Mariani, lo prende in simpatia, gli tiene compagnia.

Ma il vero capolavoro di questo fumetto è la figura della Patria. Leggere per credere.

Perché Ortolani non fa un fumetto contro la guerra in astratto. Quello lo sanno fare tutti: basta un minuto di retorica e via. Fa un fumetto contro l’idea che ci sia qualcosa, sopra la vita di un ragazzo che non sa nemmeno cantare, che valga il prezzo della sua carne. La Patria qui non è la bandiera, è la parola con cui i vivi giustificano ai morti di essere morti. Ed è un discorso che arriva dritto oggi, mentre c’è ancora chi parla di riarmo e di guerra come se fossero astrazioni da cortile e non TAPUM, quel suono, preciso, dei bombardamenti che non lasciano scampo.

Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum
.
Con la testa pien de peoci
senza rancio da consumar;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.

Quando poi ti discendi al piano
battaglione non hai più soldà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.

Dietro al ponte c’è un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.

Quando sei dietro a quel muretto
soldatino non puoi più parlar;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.

Cimitero di noi soldati
forse un giorno ti vengo a trovà;
ta pum ta pum ta pum
ta pum ta pum ta pum.

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