"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

La volpe che amava le piccole cose

La volpe che amava i libri è un po’ così: contraddittorio e dolce, delicato e sferzante, straordinariamente intenso a momenti mentre, in altri sembra fermarsi a pensare insieme a noi, proprio come un amico seduto accanto al fuoco.

Così scrivevo, un anno scarso da oggi, quando compilavo un’approssimata recensione del best-seller di Nicola Pesce, gentiluomo e pugile, poeta in prosa (ma non solo), innamorato della vita lenta e della gentilezza, araldo delle piccole cose. È stato profondamente amato dal pubblico, quel romanzo in cui si incontravano la volpe Aliosha, il topo Musoritz e il corvo Ptiza, e così il Grande Editore Mondadori ha contattato il Piccolo Autore Nicola chiedendogli di replicarne il successo.

 

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È di questo che parla l’introduzione a La volpe che amava le piccole cose, in estrema trasparenza com’è nello stile di Nicola: parla del rischio di scrivere un seguito solo perché richiesto, e non perché scaturito dal cuore, ma anche dei rischi che l’opera originale venga “contaminata” dal grande spettro del successo. E proprio per questo sarebbe veramente semplice scrivere che questo libro non è all’altezza del precedente e scivola nel desiderio di piacere troppo e non riesce a replicare la poesia dell’originale indipendente e si sforza troppo di bla bla bla. Vi piacerebbe, eh? E sarebbe meglio anche per me. Già perché — vi confido questo segreto — parlare male di qualcosa è molto più facile e “vende” molto di più.

Ma La volpe che amava le piccole cose è un romanzo d’amore o forse dovrei dire d’amure, un romanzo che parla dell’amore menzionandolo poco, sempre in punta di piedi, facendo molta attenzione alle parole, ed è così che bisogna approcciarsi a quest’opera: con delicatezza.

È un romanzo d’amore perché è la storia di Aliosha che, uscita dalla reclusione invernale del suo spirito grazie all’incontro con il topo Musoritz e il corvo Ptiza, si mette alla ricerca del suo grande amore perduto, Nastja, la volpe con il capo adormato da una macchia bianca a forma di cuore.
È un romanzo d’amore perché avevamo lasciato il topo Musoritz finalmente tornato in compagnia della sua ragazzina dai capelli rossi.
Ed è un romanzo che parla di cosa sia l’amore e delle sue molte manifestazioni, di come un amore intenso possa bruciare fino a consumare ogni cosa e di come la paura di un amore tanto intenso possa spingerci a volerlo soffocare pur di mantenerlo puro, pur di non sottoporlo all’usura del tempo.

Così come il romanzo precedente presentava gli animali come le molte manifestazioni di un’anima messa a nudo, quella dello scrittore, questa seconda storia entra nel profondo di un particolare aspetto dell’anima e ci presenta i molti modi di vivere l’amore. È meglio lasciare che un amore si consumi, trasformandosi da divampante passione alla dolcezza quotidiana che si manifesta nelle piccole cose, oppure viverlo intensamente finché si può e poi avere il coraggio di abbandonarlo, per non vederlo sciogliersi? Questa è la grande domanda cui ci troviamo di fronte, il grande dilemma del poeta per cui l’amore corrisposto o tragicamente strappato divengono nutrimento ma che rischia di trovarsi disarmato di fronte alla dolcezza della quotidianità.
Ma il libro parla anche dell’amore per la vita e dell’amore per i libri, in diretto riferimento al romanzo precedente, e di come quest’ultimo possa trasformarsi in una fuga malsana e privarci, di contro, di tutto ciò per cui vale la pena leggere.

 

 

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Nicola non giudica i suoi personaggi, ma presenta il dilemma dell’anima con divampante chiarezza e attraverso una vicenda che parzialmente abbandona gli spruzzi onirici del precedente volume. Non abbiamo quindi sequenze come la lotta di Musoritz allo specchio, oppure il sogno veneziano di Aliosha, ma ritroviamo quelle minuziose descrizioni di vita quotidiana attraverso le quali l’autore ci avvicina ai personaggi: accendere un fuoco, come preparare una moka. Rimangono i lunghi dialoghi tra i personaggi, che in questo romanzo risultano preponderanti rispetto al resto e che rendono La volpe che amava le piccole cose una sorta di dialogo filosofico e, pur mantenendo lo spirito e le atmosfere russe, questa volta i toni piegano decisamente verso una favola che potrebbe aver scritto un antico Greco: il consiglio degli animali, con la votazione delle capre per allontanare i lupi dalla Taiga, e la risposta del lupo, occupano il primo quarto del libro e ci catapultano in un’atmosfera degna di Esopo. E non a caso uno dei personaggi — il temibile capo del lupo Volk, dell’orso Medviesgiònak e dell’aquila Ariòl — viene soprannominato proprio El Grieco. Una storia molto meno russa, quindi, forse anche perché ambientata in una torrida e secca estate, ma in cui rimane il gioco del narratore che si finge traduttore e che spesso si schermisce, perché alcuni giochi di parole hanno senso in russo ma nel nostro italiano non sono traducibili. Una storia che, sul finale, si tinge di toni giapponesi nell’epilogo di quando Ka, l’animale cui tutti vogliono assegnare un’identità, finalmente scopre che… ma no, questo sarebbe uno spoiler, come si dice adesso.

L’amore quindi, dicevo, ma anche l’identità ed è proprio Ka a portare con sé questo grande tema, perché è una creatura che gli altri animali non riconoscono. Da parte sua, non saprebbe dire che animale sia, ma tutti sembrano pronti a dirgli che animale dovrebbe essere, e lui se ne convince, salvo poi scoprire di non essere benvoluto quando, alla prova dei fatti, non è in grado di nuotare come un pesce o volare come un’aquila. Una precisa e diretta critica alla società e alla richiesta di conformarsi, che piacerà a chi non conosce Nicola e non sorprenderà chi lo segue sui suoi canali social.

Ma solo chi lo conosce, almeno tramite ciò che vuole raccontare di sé, potrà apprezzare i riferimenti al bullismo, un tema caro all’autore e che ci vede proprio nella settimana della sensibilizzazione rispetto a questo fenomeno. Nicola, attraverso il personaggio di Aliosha ed El Grieco, ci riporta con delicatezza ad osservare la realtà del bullo cui si è trovato personalmente vicino e, senza per un istante sminuire il fenomeno o l’esperienza di chi ne è vittima, accarezza la scena con mano gentile, ricordandoci che tutti, inevitabilmente, «siamo i cattivi nelle storie degli altri».

Ci sono molti altri temi, in questo piccolo libro rilegato in tessuto come un volume d’altri tempi, ma trovo che sviscerarli sminuirebbe la sua natura di dialogo filosofico. Parliamo di natura e cambiamento climatico? Forse. Parliamo di gentilezza e crudeltà? Anche. In breve, parliamo di un mondo sfaccettato che è l’anima di un uomo onesto, un uomo che ancora una volta ha voluto regalarci un pezzettino di sé. E di questo non possiamo che ringraziarlo.

 

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