Azione diversiva parallela (3)

Era di fronte a me, e devo ammettere che non era esattamente come mi ero immaginata. Una fatiscente facciata di mattoni rossi, anneriti dall’inquinamento e mai ripuliti, faceva da cornice ad alcune finestre al piano superiore, in parte rotte, e ad un timpano dove una cornice di lampadine, tra cui molte rotte: una vecchia locandina, […]

Era di fronte a me, e devo ammettere che non era esattamente come mi ero immaginata.
Una fatiscente facciata di mattoni rossi, anneriti dall’inquinamento e mai ripuliti, faceva da cornice ad alcune finestre al piano superiore, in parte rotte, e ad un timpano dove una cornice di lampadine, tra cui molte rotte: una vecchia locandina, impallidita dal sole e dalla pioggia, recava la scritta Tonight. In cima a tre scalini invasi dai sacchi neri dell’immondizia e coperti di vecchi giornali e cartacce, un gatto malandato sostava presso la porta. Mi avvicinai. Era sintetico, e virava verso un colore melanzana. Ero decisamente sulla buona strada. "C’è nessuno? – domandai, spingendo la porta. Un grosso ragno scese dal soffitto e si fermò a mezza altezza di fronte ai miei occhi. "VISITE! VISITE! VISITE! – strillò lugubre, arrampicandosi nuovamente verso la sua tela. La sua vocina stridula rimbombò un paio di volte nell’atrio deserto. Tutto era in penombra.
Lentamente percorsi il foyer polveroso e seguii le indicazioni per i camerini, senza incontrare nessuno. Sembrava che il teatro fosse abbandonato da molto, molto tempo, ma l’assenza di polvere su alcune maniglie mi faceva sospettare che qualcuno fosse stato lì di recente. Forse mi stavo illudendo. Forse si trattava semplicemente di qualche cacciatore di cimeli o di un vecchio fan.
Stavo per desistere, quando una voce lontana, proveniente dal palco, attirò la mia attenzione. "Grazie signori, grazie, grazie!"
Lentamente mi mossi in quella direzione e mi affacciai sul palco dalle quinte: la figura sul palco si voltò e lo shock fu tale che quasi non mi uscì la voce. "Buongiorno! – presi tempo. Davanti al fatiscente palcoscenico, le sedie vuote erano in ombra, consumate dalla polvere e dal tempo. "Sono… sono una giornalista – improvvisai. – Sto scrivendo un libro per la… per la Sperling & Kupfler: pensavo che forse Lei avrebbe potuto… concedermi parte del Suo tempo."
L’orso Fozzie mi fissò spalancando gli occhi: erano cerchiati di rosso e nero, come chi avesse condotto per lungo tempo una vita disordinata, e la sciarpa a pois rossi era sgualcita, ormai di un colore indefinibile. Non portava più il cappello e il suo pelo, in parte consunto e caduto, era arruffato e sporco. "Una giornalista? – ripeté, trasognato. – Penso che potrei trovare del tempo per Lei!"
Mentre mi raggiungeva dietro le quinte, trassi di tasca una penna ed un taccuino e inforcai gli occhiali. Una vera giornalista avrebbe usato un registratore, ma sarebbe stato poco utile per le mie facoltà e non era compreso nel mio armamentario. Presi posto al tavolo ai piedi del ballatoio che portava ai camerini e riordinai le idee: andare direttamente al punto avrebbe destato sospetti, tanto valeva prendere una via differente. "Come Le dicevo, sto scrivendo un libro su Alice Cooper…"
La delusione invase gli occhi del vecchio comico, e mi sforzai di continuare rapidamente e con naturalezza.
"…e conterrà un intero capitolo sul teatro dei Muppet. E’ stato ospite del vostro show, se non sbaglio."
"Un intero capitolo? – ripeté, dondolandosi avanti e indietro, con aria assente. – Ma non vorrebbe assistere al nuovo spettacolo che sto preparando? Appena l’avrò finito, chiamerò gli altri e potremo riaprire il teatro…"
Sarebbe stato più difficile del previsto. "Sarei interessata sicuramente a del materiale audiovisivo dell’epoca: non c’è un album di fotografie, o…?"
"No… – l’orso abbassò le orecchie.
Venni assalita da un moto di sconforto: non mi ero fatta una traversata oceanica a bordo di una cuccia per sambiare frasi smozzicate con una vecchia star in declino, probabilmente in preda ai fumi dell’alcol o a qualcosa di peggio.
"Sì! – urlò l’orso, preso dal panico nel vedere il mio disinteresse. – C’è un album di vecchie foto nel camerino di Piggy!"
Non dovetti nascondere il lampo di interesse che mi attraversò gli occhi. Finalmente si procedeva nella direzione giusta, e forse avrei potuto tornare a Carfax con qualcosa di concreto.
Anche il camerino di Piggy era invaso dalla polvere e dalle ragnatele: una parrucca rossa era stata abbandonata sulla specchiera insieme ad una vecchia spazzola e ad una vestaglia leopardata, come se la proprietaria fosse partita in gran fretta, ma era chiaro che nessuno era entrato in quella stanza per anni. Fozzie rovistò in una cesta e mi porse un albo rosa, soffiandone via la polvere. Era affascinante. Al suo interno, una serie di vecchie foto erano fissate alla carta ingiallita con dei triangolini rosa glitterati, da cui i brillantini si staccavano al tocco della mano. Scorsi lentamente le pagine: insieme a numerosi scatti in vari costumi e in posa con Kermit, vi erano raccolte alcune foto con gli ospiti dello show: Christopher Reeve, Harry Belafonte, Roger Moore. Sapevo, grazie a gente che farebbe una wikipedia specializzata in qualunque cosa, di dovermi aspettare una foto con Alice Cooper all’episodio 307, virtualmente tra Jean Stapleton e Loretta Lynn. Ma, voltando la pagina, fui colta da folgorazione: lo spazio bianco tra i quattro triangolini, che incorniciavano una foto delle dimensioni di quella in nostro possesso, era vuoto. "Qui non c’è niente. – enunciai, richiudendo l’album.
Nuovamente il panico assalì il vecchio comico. "Ci sono dei video! – gesticolò, andando a rovistare in un altro cesto e traendone un proiettore e alcuni pacchetti. "Questo era il numero centrale di quello show – spiegò, mettendo una consunta pellicola sul lettore e indicandomi la parete opposta dove proiettava, su uno sfondo di vecchie ragnatele e crepe.

Immaginavo i giorni in cui quel teatro traboccava pubblico, e la rock star muoversi sul palco…
"Qui invece – continuò, cambiando pellicola. – è dove fu scattata la foto che manca…"

Decisi che era una buona occasione per introdurre il discorso. "Ma Piggy non c’è in questo numero – osservai, fingendo di prendere appunti. – come mai Cooper fece una foto proprio con lei?"
Fozzie mi guardò trasognato. "Beh, ma perché lei è la nostra star!"
"Capisco… – tracciai distrattamente due linee sul taccuino.
Il vecchio comico mostrò segni di nervosismo nel notare il mio disinteresse. "Beh, e poi… Piggy faceva sempre la carina con i nostri ospiti, faceva parte dello show! E… e…"
"E…? – lo incalzai, iniziando a tracciare fitte linee sul mio taccuino.
Fozzie mi mostrò uno speciale dietro le quinte montato con qualche altra pellicola.
"Interessante, ma torniamo a quella sera. Chi scattò la foto?"
L’orso iniziò a tormentare la sciarpa sgualcita. "Piggy mise l’autoscatto."
"E che accadde poi?"
E a quella domanda, Fozzie si mise a piangere.
Dalle viscere del teatro proruppe un lamento.
"Non avrei dovuto non avrei dovuto non avrei dovuto. – mormorò lamentoso il vecchio orso, stringendosi le braccia con le zampe e dondolando avanti e indietro. – Non avrebbe dovuto venire qui non avrebbe dovuto… ora porteranno via anche Lei come è successo con Piggy! Non sono riuscito ad impedirlo!"
Scattai in piedi e spalancai la porta: il lamento si ripeté, più forte, e vidi le orride figure di tre emo kid salire lentamente le scale, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la testa ciondoloni sul collo. Appoggiai la mano sulla balaustra e saltai di sotto, sul tavolo.
"Via, via! – urlò Fozzie, uscendo dal camerino mulinando un cuscino. I tre ebbero subito la meglio su di lui e uno di loro lo colpì tra le orecchie, gettandolo a terra: gli si chinarono addosso, famelici.
Un moto d’ira mi assalì. "Toglietegli le mani di dosso, bastardi!"
Stesi la mano verso il taccuino che mi era caduto, aperto, e la Beretta bifilare che avevo oziosamente disegnato mentre Fozzie parlava mi saltò tra le mani. Risalii di corsa la scala per il ballatoio e sparai due colpi nella nuca del primo emo kid, che emise un rantolo e si alzò, voltandosi. Avanzava verso di me con andatura lenta e scomposta, l’orrida frangetta a coprirgli l’occhio destro: afferrai un bracciolo della sedia fuori dal camerino di miss Piggy e la vibrai con forza contro la tempia della creatura difforme. La testa si staccò dal collo e rotolò giù dal ballatoio, il corpo della creatura fece ancora qualche passo verso di me, prima di accasciarsi al suolo.
Altri due emo erano ancora chinati sul vecchio comico: compreso che i proiettili non li fermavano, afferrai la beretta per la canna e vibrai il calcio contro la testa del secondo, ricordandomi troppo tardi che non avevo finito di colorare. La pistola di carta si infranse contro i capelli filiformi dell’emo kid, che si volse e mi afferrò per la gola, affondando i denti nel mio braccio. Lo presi per i capelli, cercando di togliermelo di dosso, e sollevai la frangetta dal viso: un occhio bianco, senza iride né pupilla, si mostrò per un istante prima di iniettarsi di sangue ed esplodere in una bolla di kajal, dando origine ad una reazione a catena che lo distrusse completamente. "La luce nell’occhio destro, ecco che cosa li uccide! – realizzai.
Non feci in tempo a gioirne. Il morso dell’emo kid mi accecò con una fitta di dolore e caddi a terra, tremando. Mi resi conto con orrore che i miei riccioli biondi stavano mutando, lisciandosi e tingendosi di nero. Avvertii la loro radice sopra la fronte distorcersi e, con mio sommo orrore, una frangetta nera discese a coprirmi l’occhio destro. Un nuovo dolore al braccio mi riportò alla realtà e vidi Fozzie chino su di me, con l’ago di una siringa nella mia pelle. "E’ un antidoto del dottor Bunsen, è riuscito a produrne solo qualche dose prima di… beh, prima."
Scossi la testa e mi alzai, mentre i miei capelli tornavano normali. L’ultimo emo kid ancora in piedi barcollava a pochi passi da noi: Fozzie l’aveva messo temporaneamente fuori combattimento avvogendogli la sua sciarpa attorno agli occhi e il ragazzino, che non doveva brillare per intelligenza, ondeggiava con le braccia tese di fronte a sé, come se gli fosse stata mozzata la testa.
"Via di qui. – urlai, agguantando Fozzie per una zampa.
"Non posso venire. – sentenziò l’orso, fermandosi.
"Sei pazzo?"
"Devo fare la guardia al teatro, non posso lasciarlo nelle loro mani. – enunciò, raccogliendo da terra un ombrello e iniziando a rintuzzare l’emo kid con la punta, spingendolo verso il bordo della balaustra.
Mi assalì un moto d’ammirazione per il coraggio di quella star. "Torneremo. – promisi. – Quando avremo liberato Piggy e tutto sarà finito, torneremo a vedere lo spettacolo e riporteremo gli altri!"
Dovevo tornare a Carfax subito. La vera natura degli emo kid mi era ormai chiara. Non volesse il cielo che anche il Conte fosse caduto in una simile trappola.

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