L’hobbit umano

Articolo dal Manifesto del 31 gennaio scorso. L’hobbit di Flores era un’altra specie umana Studio negli Usa Era un Homo estinto il piccolo scheletro trovato in Indonesia Giorgio Manzi L’hobbit di Flores è davvero una specie umana estinta: la notizia, fresca di stampa, si può leggere sulle pagine dei Proceedings dell’Accademia delle Scienze degli Stati […]

Articolo dal Manifesto del 31 gennaio scorso.

L’hobbit di Flores era un’altra specie umana
Studio negli Usa Era un Homo estinto il piccolo scheletro trovato in Indonesia
Giorgio Manzi
L’hobbit di Flores è davvero una specie umana estinta: la notizia, fresca di stampa, si può leggere sulle pagine dei Proceedings dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, ultimo atto di una storia affascinante e controversa, quella degli Hobbit indonesiani, che può dire qualcosa di straordinario sulle traiettorie dell’evoluzione, ma racconta anche del procedere di una scienza, la paleoantropologia, e di una comunità scientifica, quella dei paleoantropologi, con tutto l’interesse e le controversie che le ruotano attorno.
Per capire dobbiamo tornare al 2004, quando venne descritta la specie umana estinta Homo floresiensis. Flores è un’isola dell’arcipelago della Sonda, in Indonesia, una specie di «terra di mezzo» tra due continenti – l’Asia a nord-ovest e l’Australia a sud-est – separata da entrambi per la presenza di profondi bacini tettonici, mai colmati da ponti di terra nel corso degli ultimi milioni di anni. Ne è conseguito un isolamento delle forme di vita che la popolano, come nel caso del piccolo proboscidato del genere Stegodon – forma estinta di elefante nano – o i celebri varani di Komodo, tuttora viventi, che sono rettili di dimensioni considerevoli e richiamano alla mente i dinosauri.

Sarà alto invece poco più di un metro il piccolo ominide che un’équipe di paleoantropologi australiani e indonesiani, diretta da Peter Brown e Mike Morwood, ha scoperto e descritto sulle pagine della rivista Nature. Ne hanno rinvenuto lo scheletro, perfettamente conservato, insieme ad altri resti isolati. Lo hanno datato a circa diciottomila anni e gli hanno dato un nome in latino, il nome di una nuova specie. Lo scheletro non è nemmeno fossilizzato: in effetti, diciottomila anni sono davvero poco per i tempi della paleontologia. Probabilmente è quello di una femmina. In ogni caso, si tratta di uno fra i più piccoli ominidi mai scoperti, addirittura il più piccolo: la statura è stata stimata in 106 centimetri e il cervello raggiungeva appena i 380 millilitri di volume, neanche mezzo litro.
Chi era dunque questo piccolo ominide? La risposta sta tutta nella sua morfologia. Le ossa del cinto pelvico e degli arti inferiori documentano una locomozione bipede abituale. I denti sono quelli di un uomo. Il cranio sembra una miniatura di Homo erectus, altra specie estinta di ominide, rappresentante della prima grande diffusione umana fuori dall’originaria culla africana. I ricercatori nel 2004 conclusero per una forma di «nanismo insulare», come ne sono documentate parecchie fra i mammiferi. È questo un processo nel quale si combinano l’isolamento geografico (e genetico), l’assenza di predatori e le limitate risorse di cibo. In questo caso potrebbe avere avuto un ruolo l’ambiente caldo-umido della foresta.
È stato così che Homo floresiensis, soprannominato Hobbit, è divenuto subito l’icona della diversità fra gli ominidi (esisteva infatti quando c’erano al mondo altre specie umane, compresa la nostra) e del fatto che anche noi umani siamo soggetti alla selezione naturale (come tutte le altre creature), tanto da poter diventare piccoli così, pur mantenendo caratteristiche e facoltà pienamente umane. Ma qui iniziarono le controversie. Subito si alzarono le voci di chi proclamavano che quei ricercatori avevano preso un abbaglio. Non di un ominide estinto si sarebbe trattato, ma di un banale caso di microcefalia, magari a carico di un individuo di una popolazione pigmoide dell’Indonesia. Qui iniziò il tam-tam mediatico che contrapponeva un caso patologico (di modesto interesse) alla grande scoperta paleontologica. Qui iniziò a emergere la figura di burocrati indonesiani (fra cui uno scienziato di chiara fama) interessati a rimettere ordine nella controversia e dunque – guarda caso – ad avocare a sé la tutela e la custodia fisica del reperto. Qui iniziò anche una dialettica più propriamente scientifica, che portò in questi due anni alla pubblicazione (su riviste anche prestigiose) di critiche più o meno articolate e robuste che, riesaminando lo scheletro e gli altri reperti di Flores arrivavano alla medesima conclusione, quasi una sentenza: microcefalia.
Ma il nuovo studio (guidato dalla paleoneurologa Dean Falk e pubblicato sui Proceedings), che si basa su un’analisi assai raffinata e quantitativamente robusta del cervello – un cervello che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con la microcefalia – dimostra in modo ancora più chiaro che l’Hobbit non era un caso patologico, ma una genuina specie estinta del genere Homo.

Immagini di Henning Janssen

2 Comments

  1. Domanda da perfetto ignorante in paleontologia, ma appassionato di Tolkien: questi ominidi, avevano anche i piedi grossi e pelosi?! e nella loro cultura era presente anche l’Erba Pipa?!

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