Riguardo alla finanziaria e non solo

Oggi, un po’ di cronaca. Continuano i problemi con la controversa finanziaria. Tra gli articoli interessanti comparsi oggi, dal Manifesto di oggi un’intelligente osservazione sulla questione della scuola. Personalmente non posso pronunciarmi sulle scuole di Napoli, ma anche a Milano mi sembra assai improbabile che essa possa svolgere una "funzione salvifica" in merito a qualsivoglia […]

Oggi, un po’ di cronaca. Continuano i problemi con la controversa finanziaria. Tra gli articoli interessanti comparsi oggi, dal Manifesto di oggi un’intelligente osservazione sulla questione della scuola. Personalmente non posso pronunciarmi sulle scuole di Napoli, ma anche a Milano mi sembra assai improbabile che essa possa svolgere una "funzione salvifica" in merito a qualsivoglia problema.  Perché? Ci vorrebbe un post intero per spiegarlo, e non è questo il giorno. Riguardo alla finanziaria, invece, i successivi due articoli, sempre dal Manifesto.

Non nominare la scuola invano – Domenico Starnone
Scuola, scuola, scuola, invoca giustamente Fioroni insieme a Galimberti. Ma il ministro davvero pensa di ricevere una risposta non fiacca, qualcosa in più di uno svogliato «presente»? Fino a ieri il suo governo non ha fatto niente per dimostrarci che senza una scuola pubblica di qualità non c’è problema che possa essere risolto. Ci ha lasciati invece dentro una triste vecchia oscillazione: un giorno constatiamo più o meno fondatamente che la scuola è un disastro ma non ci sono soldi; il giorno dopo la consideriamo un recinto magico dove l’orrore del mondo di fuori, grazie a un po’ di letture narrativo-poetiche, a qualche esercizio di matematica, a un po’ di temi riflessivi e autoriflessivi, si smacchia e si muta in buone maniere e buoni sentimenti, competenza disciplinare, rispetto per l’altro, un giusto e vero pensare. Frottole. Un’occasione al massimo per istituire tavoli a tempo perso, aprire sportelli e portali molto propositivi. Com’è possibile che la scuola di cui il giorno prima si legge che gli insegnanti, fatti salvi i felici pochi, sono qualunquisti e ignoranti, l’edilizia fa pena, mancano i soldi pure per i gessetti, il bullismo imperversa, nei cessi si beve birra a garganella e si sfumacchia, i dirigenti scolastici non sono in grado di dirigere nemmeno se stessi eccetera, eserciti il giorno dopo una funzione salvifica? Mettiamoci d’accordo. O si è convinti che la scuola va bene com’è, basta chiedere a docenti e dirigenti di fare il loro lavoro come del resto già fanno; e allora è giusto affidarle la soluzione dei problemi di Napoli, l’estinzione della tendenza belluina a schiacciare il più debole, la fine del razzismo e di tutto l’altro che quotidianamente ci angoscia come genitori e ci fa un baffo come cittadini competitori, cinici e guerrafondai. Oppure la scuola ha bisogno di essere ripensata a partire da quello che accade nelle classi, dietro la porta chiusa, e fin su in cima al ministero; e allora non bisogna gridare scuola scuola scuola e prendersela coi videotelefonini e istituire tavoli, ma fare, fare, fare, bene e subito. A meno che non si creda che i mali stranoti dell’istituzione si curino con i buoni propositi e le invocazioni rituali.

Università e ricerca, il governo cerca soldi Eleonora Martini
La trattativa sui tagli all’Università e alla ricerca è ancora aperta. Dopo la smentita arrivata dallo stesso ministro Fabio Mussi alle voci di un emendamento correttivo alla manovra che avrebbe stanziato altri 177,5 milioni di euro per le assunzioni di ricercatori nel triennio 2007-2009, ieri per tutto il giorno il titolare del Miur ha trattato con il premier e col ministro dell’ Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Poi, in serata, un breve vertice a tre e l’appuntamento, che potrebbe essere quello decisivo, che si terrà oggi. I punti in discussione sono due: il decreto Bersani, dal quale dovrebbero essere esentati sia le Università che gli enti di ricerca – chiede Mussi che ha recepito le proteste di rettori e scienziati – e l’articolo 53 della finanziaria che colpisce con un taglio del 12,7% i fondi della sola ricerca. A smuovere le acque era stata la senatrice a vita e premio Nobel, Rita Levi Montalcini che venerdì, partecipando alla protesta degli enti di ricerca, aveva annunciato il suo «no» al senato ad una manovra che, penalizzando la ricerca «distrugge l’Italia». Una dichiarazione di voto sulla quale il giorno dopo si era detta disposta a ritrattare se fossero state vere le voci, immediatamente smentite, di un ulteriore finanziamento del settore. E’ stato lo stesso ministro Mussi ieri dalle colonne del Corsera a spiegare come stanno le cose: i 177,5 milioni, ripartiti in 140 per le università (che serviranno per assumere 2 mila precari) e 37,5 per gli enti di ricerca (700 nuovi posti), erano già previsti nella finanziaria. L’emendamento presentato domenica alla camera, ma non ancora discusso, serve solo per unificare i due fondi separati preesistenti. Nella manovra, ha spiegato Mussi, ci sono anche «risorse aggiuntive per il nuovo Fondo unico per la ricerca, il First, e per il Fondo per l’innovazione industriale, con un importo complessivo nel triennio di 2,1 miliardi». Nulla di nuovo, quindi, per i rettori della Crui e i direttori degli enti di ricerca – Infn, Cnr, Inaf e Asi – che nei giorni scorsi hanno sollevato il problema. «Facciamo i conti – commenta il presidente dell’Istituto di fisica nucleare Roberto Petronzio – su 37 milioni nel triennio e suddividendoli tra gli enti di ricerca, all’Infn arriveranno a essere ottimisti uno o due milioni di euro. Non ho bisogno di questo piccolo obolo se poi mi tagliano 50 milioni con il decreto Bersani e l’articolo 53. Se posso assumere precari ma poi mi mancano i fondi per tenere aperti i laboratori, il mio ente diventa immediatamente improduttivo e inefficiente, visto che le spese per il personale superano di gran lunga quelle per gli esperimenti». Anche per questo il direttore generale del Cnr, Angelo Guerrino, ha diramato ieri una nota in cui chiede a tutti i centri di limitare, «con decorrenza immediata e fino a diversa disposizione, l’assunzione di impegni alle spese obbligatorie e indifferibili». Petronzio, che annuncia la partecipazione degli enti allo sciopero del 17 novembre, punta il dito contro l’articolo 53: «Se questo taglio fosse stato applicato all’università, che ne è invece derogata, sarebbe stato dell’ordine di 900 milioni. Un salasso in confronto al taglio dei consumi che è per loro di circa 200 milioni. Ci sarebbe stata una rivoluzione». «Il problema non sono solo i soldi – dice Paolo Saracco ricercatore Infn e membro della direzione Flc-Cgil – ma anche il blocco delle assunzioni, che solo dal 2008 verrà rimosso ma rimarrà legato al turn over, e la questione dell’autonomia scientifica degli enti che, secondo l’articolo 42 della finanziaria, saranno governati da un direttore generale nominato dal governo». Ce n’è abbastanza perché il capogruppo della Rosa nel pugno alla camera, Roberto Villetti, annunci che se non si risolverà il problema dei tagli alla ricerca, il partito si asterrà in tutte le votazioni sulla Finanziaria.

 

I sindacati di base all’unisono: sciopero generale sulla finanziaria
Manuela Cartosio
«Uno sciopero in perfetta continuità con la manifestazione dei precari del 4 novembre», dice Piero Bernocchi, dei Cobas. «Uno sciopero contro una finanziaria impazzita che penalizza il mondo del lavoro», dice Paolo Sabatini, della segreteria nazionale del SinCobas. «Uno sciopero contro una finanziaria liberista», dice Piergiorgio Tiboni a nome della Cub. Lo sciopero è quello di venerdì, proclamato dai sindacati di base con ampio anticipo, un mese fa, quando il balletto del metti e togli nella finanziaria era appena iniziato. La sostanza, per i sindacati di base, era già chiara: finanziaria pessima, da bocciare con lo sciopero generale, nessun trattamento differenziato per un governo di centro sinistra che fa le stesse cose di quello precedente. Il patto sul Tfr, la «presa per il cuneo» dei lavoratori a tutto vantaggio delle imprese, l’avvicinarsi della periodica «riforma» delle pensioni, hanno rafforzato le ragioni dello sciopero. Cub, Rdb, Cobas, SinCobas, Sult, Cnl, SlaiCobas annunciano per venerdì cortei e presidi in (almeno) 14 città. Le manifestazioni più grandi si terranno a Milano (concentramento in piazza Cadorna) e a Roma (Porta Pia). La data è la stessa dello sciopero proclamato dai confederali contro i tagli alla ricerca e alle Università. Le scuole inferiori e superiori sono una delle roccaforti del sindacalismo di base. Sommando le due cose, è facile prevedere che venerdì saranno molte le aule deserte. «Dagli asili all’Università», commenta già soddisfatto Bernocchi, «neppure ai tempi della Moratti c’era stato uno sciopero di tutto il mondo della scuola». Alcune sigle calcano la mano contro il governo, invitano Prodi a farsi da parte. Altre si limitano a calcarla sulla finanziaria, sperando in un ravvedimento del centro sinistra. Tutte fanno le bucce ai confederali, in particolare alla Cgil, paralizzata dal «governo amico». Se una finanziaria così l’avesse fatta Berlusconi, è il ritornello, la Cgil di scioperi ne avrebbe già proclamati non uno, ma due. Il giudizio non è campato per aria, anche se le elezioni alle porte delle Rsu nel pubblico impiego aggiungono un di più alla polemica. Piergiorgio Tiboni, coordinatore della Cub, parla di «vera e propria censura» dei media sullo sciopero del sindacalismo di base. Elenca le ampie richieste della sua organizzazione: aumento «consistente» di salari e pensioni, loro rivalutazione «automatica», reddito garantito a precari, disoccupati e cassintegrati, abolizione «immediata» non solo della «legge 30» ma anche del «pacchetto Treu», cancellazione del silenzio-assenso per il trasferimento del Tfr. Mentre Cgil, Cisl e Uil firmano protocolli «segreti» sul futuro delle pensioni, SinCobas, Sult e Cln invitano lavoratori e lavoratrici a fare «una cosa alla luce del sole»: scioperare il 17 novembre. Ancora il SinCobas definisce «una nuova presa per il cuneo» l’accordo tra governo e confederali per il contratto del pubblico impiego. I soldi in finanziaria restano gli stessi e i confederali spacciano per unn «grande successo» lo slittamento di oltre un anno della possibilità di vedere in busta paga i primi aumenti. Altri punti che calamitano le aspre critiche di tutta le sigle di base sono l’aumento delle spese militari (oltre 4 miliardi di euro in tre anni per l’acquisto di nuovi armamenti) e la liberalizzazioni dei servizi pubblici locali (a cui sta «lavorando» la ministra Lanzillotta). «L’unica ad uscir bene da questa finanziaria è Confindustria», riassume Bernocchi, il resto sono tagli «micidiali» alla scuola», scippo del Tfr, ticket sanitari, «niente per i precari». «Sfido chiunque a dire che questa finanziaria non merita uno sciopero generale».

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