"All this he saw, for one moment breathless and intense, vivid on the morning sky; and still, as he looked, he lived; and still, as he lived, he wondered."

E’ morto Joseph Ki-Zerbo

l'Africa nel suo insieme


Dal Manifesto di oggi, la notizia della morte del grande storico, che con la sua opera ha segnato il chiudersi di un’epoca e, si spera, l’aprirsi di un’altra.

L’Africa perde il suo storico Joseph Ki-Zerbo Maria Teresa Carbone
È stato davvero uno dei grandi padri della storia africana, Joseph Ki-Zerbo, morto l’altro ieri ottantaquattrenne a Ouagadougou. Quando, all’inizio degli anni ’70, l’Unesco avviò, sotto il suo coordinamento, la pubblicazione dei primi volumi della monumentale Storia generale dell’Africa, si parlò – a ragione – di un avvenimento. Era infatti la prima volta che l’evoluzione del continente, dall’antichità fino ai giorni nostri, veniva analizzata nella sua interezza, mettendo in evidenza «i rapporti contraddittori tra le strutture preesistenti e gli apporti della colonizzazione nella costruzione dell’Africa contemporanea» come avrebbe rilevato la motivazione della laurea honoris causa assegnata nel 2001 a Ki-Zerbo dall’università di Padova. Ed era, anche, la prima volta che il compito di ripercorrere la storia delle multiformi culture dell’Africa veniva affidato a un intellettuale africano, fortemente impegnato – come molti della sua generazione – nella vita politica del continente. Nato nel 1922 a Toma in quello che si chiamava allora Alto Volta e che nel 1984 (sotto il governo del suo avversario politico Thomas Sankara) sarebbe diventato Burkina Faso, Joseph Ki-Zerbo crebbe all’interno di una grande famiglia africana, in un ambiente rurale che lo influenzò profondamente. Da Toma si allontanò per andare a studiare in Mali e poi a Dakar dove fra l’altro cominciò a scrivere sul settimanale cattolico «Afrique Nouvelle». Ottenuta la maturità, Ki-Zerbo vinse nel ’49 una borsa di studio a Parigi per studiare storia presso la Sorbona e all’Institut d’Études Politiques. Risale a quel periodo l’inizio della sua carriera politica: fra i fondatori dell’Associazione degli studenti dell’Alto Volta in Francia, Ki-Zerbo entrò in contatto allora con altri intellettuali africani come lo storico senegalese Cheikh Anta Diop e pubblicò nel 1954 sulla rivista «Tam Tam» un articolo, Cercasi nazionalisti, di taglio chiaramente anticolonialista. Dopo avere insegnato in Francia e in Senegal, lo studioso fece ritorno nel 1960, al momento dell’indipendenza, nel suo paese, dove svolse attività politica e di ricerca. Direttore generale del ministero dell’educazione e docente presso l’università di Ouagadougou, Ki-Zerbo avviò la pubblicazione di diversi scritti sulla storia africana, il più celebre dei quali resta l’Histoire de l’Afrique noire, des origines à nos jours, uscita nel ’71 e tradotta nel ’77 per Einaudi con il titolo Storia dell’africa nera: un continente tra la preistoria e il futuro, ma da tempo fuori catalogo. Di particolare rilevanza la teoria – sostenuta da numerosi dati – secondo cui l’Africa conobbe secoli fa un notevole sviluppo politico e culturale prima del suo declino, determinato in larga parte dalla tratta degli schiavi e dal colonialismo. Una teoria che Ki-Zerbo non si stancò mai di ribadire, sia nella Storia generale dell’Africa dell’Unesco, sia nell’ambito degli enti da lui fondati, il Ceda (Centro studi per lo sviluppo africano) e il Crde (Centro di ricerca per lo sviluppo endogeno). Nel 1983, con l’avvento di Sankara al potere, lo storico fu costretto a lasciare il paese, dove rientrò (nonostante i ripetuti inviti del carismatico presidente, poi ucciso nel 1987) soltanto diversi anni dopo, nel ’92, per dedicarsi di nuovo all’attività politica: il suo Partito per la democrazia e il progresso ottenne nel ’97 il dieci per cento dei voti, diventando il maggiore partito di opposizione del paese. Nonostante negli ultimi mesi si fosse ritirato, la sua energia non era venuta meno: risale a gennaio un’intervista all’agenzia Misna, in cui Ki-Zerbo rilanciava con forza la sua idea di «democrazia africana», svincolata dal «contagio dei principi del neoliberismo» e fondata – secondo gli antichi valori del continente – sulla palabre, la discussione collettiva, e sulla solidarietà.

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