Incontro con Ippolito Pizzetti

Per Sandra e per tutti gli altri appassionati della nobile scienza della botanica, questo articolo dal Manifesto di ieri. Incontro con il mago dei giardini, amava le piante che si spogliano Maria Antonietta Saracino Poco prima dell’estate incontrai Ippolito Pizzetti a Roma con l’intenzione di avviare insieme a lui una conversazione, che sarebbe poi dovuta […]


Per Sandra e per tutti gli altri appassionati della nobile scienza della botanica, questo articolo dal Manifesto di ieri.

Incontro con il mago dei giardini, amava le piante che si spogliano

Maria Antonietta Saracino

Poco prima dell’estate incontrai Ippolito Pizzetti a Roma con l’intenzione di avviare insieme a lui una conversazione, che sarebbe poi dovuta sfociare in un libro a quattro mani. Di quel progetto, purtroppo ora irrealizzabile, resta una lunga registrazione di cui questa intervista riporta solo pochi passaggi: frammenti di uno scambio che restituiscono, inequivocabilmente, la vivacità anticonformista del più grande cultore di giardini e paesaggi che l’epoca contemporanea abbia regalato all’Italia. Nella sua casa di Roma luminosa, piena di quadri, libri, oggetti in allegro disordine e otto gatti di grande bellezza, Pizzetti esordì così: «Sono ateo per convinzione ma pagano per vocazione» Cosa altro aggiungerebbe per presentarsi? Sono uno scrittore, solo più tardi sono passato a occuparmi di giardini, è un secondo mestiere, e non è nemmeno l’unico perché poi ho lavorato alla Rai, al Sudtiroler dell’Alto Adige, e sono stato traduttore, tra l’altro di Max Frisch. Insomma, la mia esistenza è letteraria per metà, se non per tre quarti. Quindi al giardino lei è arrivato attraverso la letteratura… Ho ricevuto una iniziazione sentimentale da mio padre, che era il musicista Ildebrando Pizzetti e amava molto l’orto, e una iniziazione culturale dalla mia istitutrice tedesca, che mi insegnò tutti nomi delle piante e degli animali, dandomi un tipo di formazione che in Italia non era affatto comune. Come ricorda il primo giardino che ha realizzato? Era vicino a Roma e apparteneva a una signora che odiava il colore giallo; la cosa a me sembrava una idiozia, e ne tenni talmente conto che approfittando del fatto che scorreva lì accanto un fiumiciattolo, collocai lungo le sue rive una serie di pioppi, alberi che in autunno si coprono di un bel riflesso giallo. Leggendo quel che negli anni lei ha scritto sui giardini, mi è sembrato che una possibile chiave per definire il suo orientamento fosse legata a un edonismo dello sguardo. È così? Credo sia così, quel che tento di spiegare al pubblico e ai lettori è che creare un giardino vuol dire innanzitutto avere a che fare con l’armonia delle forme. Vede, io vengo dal teatro, il primo teatro di cui ho memoria è quello delle marionette e la prima cosa che ho capito è che il giardino è composto da quattro atti: la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno, dunque deve rispettare con le sue forme e i suoi elementi le trasformazioni che avvengono in tutti e quattro gli atti. Del disegno geometrico, invece, non mi importa niente: non mi interessa riprodurre, nel progettare giardini, moduli fissi e ormai superati. Il giardino è uno spazio che deve entrare in un rapporto vitale con il mondo, e non si può tradurre, per esempio, nei giardinetti che ho visto in tante città come Ferrara o Parma, fatti con le conifere, che non hanno un visibile rapporto con il variare delle stagioni. La sola conifera che accetto è il tasso, tutte le altre mi guardo bene dall’utilizzarle. Amo le piante che cambiano. Qui, ad esempio, nessuno più usa le querce, per me sono tutti pazzi. La quercia è stata combattuta dal cristianesimo perché è un fortissimo simbolo pagano, ma per me è un albero bellissimo, mi incanta, anche durante l’inverno, quando si spoglia e rimane solo la sua struttura. Invece, tante persone cercano le conifere per chiudere il rapporto con la strada, e le massaie le vogliono perché odiano le piante che si spogliano e sporcano per terra. Ecco, io quelli che la pensano così li strangolerei. La mia idea del giardino è dinamica, non mi metterei mai, oggi, a rifare un giardino rinascimentale, perché corrispondeva a una proiezione nello spazio della geometria dell’edificio, che oggi non ha più senso. Ai nostri tempi, al di là del muro non ci sono più i banditi, non c’è più l’hic sunt leones, non c’è più quel mondo dal quale il giardino rinascimentale voleva difendersi. A suo parere, cosa ha impedito, da noi, la nascita di una vera cultura del giardino, e con essa una attenzione anche ai suoi aspetti più minuti, più quotidiani? Secondo me, innanzitutto il problema deriva dal fatto che l’Italia è diventata democratica molto tardi, ed era fondata su una tradizione agricola. Si sa che gli agricoltori odiano le piante spontanee, per loro inutili in quanto improduttive. In fondo, anche Gesù maledice l’albero che non produce e il cattolicesimo in generale, a parte la figura di San Francesco, non parla del rapporto con la natura. È pensabile, per lei, un giardino in cui ci siano anche piante da frutto? Certo, ma per me la pianta da frutto non è essenziale, i frutti posso anche comprarli dal fruttivendolo, non mi cambia molto. Trovo la bellezza di coltivare un frutto da mangiare di secondaria importanza rispetto alla metamorfosi continua che esprime il giardino, cosa che Ovidio aveva ben compreso. Ci sono zone d’Italia, per esempio alcuni comuni intorno al lago di Garda, dove le case hanno giardini tutti uguali, tutti perfetti, curatissimi, senza una sola foglia fuori posto. Lei cosa ne dice? Che così si toglie allo spazio verde ogni dinamicità. Il giardino è sempre un artificio, cosa che non va giù al fideismo degli ambientalisti, per i quali qualsiasi seme cade in terra e germoglia deve produrre una pianta che nessuno deve toccare. Cosa assurda, perché è impensabile un giardino senza la mano dell’uomo. Magari, così facendo, alcuni ambientalisti credono di poter tornare al mito dell’Eden perduto, che è poi quello alle origini della nostra cultura. Sì, ma dimenticano che dopo aver perduto l’Eden, i poveri Adamo ed Eva hanno dovuto cominciare a sgobbare. La verginità, una volta perduta, non la si recupera più. Quali sono i compiti che assegna ai suoi studenti? Normalmente do ai miei studenti un tema, e uno spazio nel quale devono inventare un giardino, o un parco. Non giardinetti privati, si intende, ma spazi verdi. Oggi ce n’è un enorme bisogno, la gente non sa cosa fare e allora magari se ne va a Disneyland, che – se ci pensiamo bene – è un vero giardino moderno. Ci lavorano architetti di prim’ordine e il pubblico vi trova anche un elemento di svago, come succedeva in certi giardini antichi. Lei sta dicendo che Disneyland può essere letta come una metafora del giardino? Forse non esattamente del giardino, ma del parco, sì. Perché vi si mischiano il verde e il divertimento come nei giardini del Re di Francia, dove si svolgevano grandi balli, si allestivano le mostre dell’esercito, o si andava a caccia. Oggi se si visitano i giardini di Versailles si ha una strana sensazione: è come vedere La Scala senza l’opera, cioè un bellissimo contenitore ma privo di vita, perché ha perduto la sua funzione. Nel suo libro «Robinson in città» lei si scaglia contro i nomi delle strade intitolate ai martiri del Risorgimento, politici, e così via. Come mai? Questa abitudine di intitolare le strade ai martiri dipende dal provincialismo di Casa Savoia. I piemontesi hanno imposto ovunque strade intitolate a Garibaldi, a Mazzini, e così via, e quando sono arrivati a Roma hanno chiuso il Tevere tra due alte muraglie, così non lo si vede più. Lo trovo mostruoso, mi auguro che quando sarò morto, tra cent’anni, qualcuno provveda a rifare il porto di Ripetta.

3 Comments

  1. @ Soffio: grazie. La progettazione del giardino è, ahimé, un’arte ancora abbastanza misconosciuta da noi. Le culture dell’estremo oriente sono avanti anni luce, in questo.

    @ Rino: Grande personaggio anche Porcinai. Felicità a te.

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