La politica ha ucciso gli storici dell’arte

Dal Corriere di oggi… la politica ha ucciso gli storici dell’arte, la politica ha ucciso gli architetti, la politica ha ucciso… oh, ragazzi, me ne lasciate in vita almeno uno, per cortesia? La politica ha ucciso gli storici dell’arte Lo scrittore Giovanni Testori definì «pestanti» quei pittori della Milano borromaica che dipingevano untori, monatti e […]

O. Redon, Death and Irony

Dal Corriere di oggi… la politica ha ucciso gli storici dell’arte, la politica ha ucciso gli architetti, la politica ha ucciso… oh, ragazzi, me ne lasciate in vita almeno uno, per cortesia?

La politica ha ucciso gli storici dell’arte

Lo scrittore Giovanni Testori definì «pestanti» quei pittori della Milano borromaica che dipingevano untori, monatti e appestati. Caro neoministro Francesco Rutelli, paiono dire gli storici dell’arte, oggi noi siamo trattati come quegli appestati. E l’untore è la politica. Sandra Pinto, già direttore della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma ora in pensione, e Matteo Lanfranconi, che è responsabile delle collezioni del XIX secolo alla stessa Galleria, hanno raccolto in un libro una quarantina d’interviste a storici dell’arte (molti docenti e qualche funzionario del ministero) che hanno diagnosticato il morbo che li ha colpiti (Gli storici dell’arte e la peste , Electa, pagine 274, 19). Il capo d’accusa è che il Paese dell’arte ha cancellato la storia dell’arte. «La sciagura – scrivono la Pinto e Lanfranconi riassumendo le dichiarazioni di tutti – risiede nella perdita di peso, autorevolezza e potere necessari ad affermare i fini della disciplina». Accuse sono rivolte alla politica, colpevole di aver sostituito la tutela dell’opera d’arte con l’idea di bene culturale come risorsa economica, e all’università, per il privilegio accordato a scienza e tecnica nelle indagini sulle opere, a discapito della storia. «Quando alla fine degli anni Settanta la battaglia per la tutela si poteva dire vinta – scrivono – la politica inventò e impose la formula del bene culturale inteso come risorsa». Ed esautorò gli storici. «Il matrimonio fra politici e storici fallì» e fu «condito dall’umiliazione dell’immediato convolo a nozze di politici ed economisti prima, e di politici e scienziati poi». «Oggi – dice lo storico Alessandro Bagnoli – sono pessimista, il grande mito del controllo e della tutela del territorio è perso». Questa tendenza si è sposata poi con la stagione delle mostre intese come «grandi eventi» e con quella delle «perniciose facoltà dette dei Beni culturali, altra conseguenza della liaison politica-scienza». «Si approda ora a una sudditanza all’aspetto tecnologico, conservativo, con la pretesa, addirittura, di farne dei corsi di laurea – afferma Tomaso Montanari – come se si potesse diventare beneculturologo o beneculturalista». In sostanza gli storici dell’arte, sentendosi depositari dell’unico «vero» sapere (quello dei conoscitori alla Cavalcaselle e Morelli), rifiutano di riconoscere alle indagini scientifiche un dato conoscitivo che non sia meramente strumentale, come se oggi, insomma, non si riconoscesse autorità diagnostica alla Tac. E si rifiutano di comprendere l’importanza di una valorizzazione economica del bene per trarre da ciò le finanze necessarie alla sua tutela, tanto che il sovrintendente Nicola Spinosa afferma: «Inserire la cultura in una prospettiva economicistica è deleterio». La diffusione delle mostre è una malattia chiamata «mostrite», che è «in testa fra i tic compulsivi dell’industria culturale». Peraltro la diffusione di mostre e restauri è dovuta all’«arrembaggio del sistema delle banche» e si accompagna all’assenza di informazione critica. «Non mi sembra – afferma Federico de Melis – che attualmente i giornali forniscano un credibile orientamento sull’arte contemporanea: il marketing si è frapposto in modo massiccio». Lo svuotamento della disciplina, scrivono poi gli autori, si evidenzia in altre due tendenze: «la progressiva femminilizzazione della disciplina», che si accompagna «alla sua progressiva proletarizzazione». «L’evoluzione del sistema sociale rende in effetti oggi la condizione economica media di uno storico dell’arte (…) talmente precaria da farlo precipitare appena le entrate del malcapitato siano da considerarsi l’unica sua fonte di reddito». Insomma, lo studio nell’arte si avvia a essere un secondo lavoro. La critica investe infine l’insegnamento universitario della disciplina: «l’80-90 per cento dei docenti d’arte sono in cattedra senza aver scritto niente», afferma Fernando Mazzocca; ma poiché tra i 40 intervistati molti sono professori, c’è da credere che molti di loro abbiano presieduto alcuni concorsi! Detto delle accuse, bisogna rilevare anche una profonda autoreferenzialità e il legame a un mondo refrattario a rinnovare i propri statuti di fronte alle sfide dell’innovazione e della globalizzazione. Dal cahier emergono doglianze e richiami al passato glorioso (ah, Longhi!) e solo qualche proposta concreta: riportare in auge la biblioteca di Palazzo Venezia a Roma e rifondare l’Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte. Tanto che un’invettiva di Marisa Dalai Emiliani finisce quasi con l’essere un’involontaria autocritica: «Se lo storico dell’arte è oggi penalizzato da un’evanescenza, la responsabilità diretta è legata al dominio dei media nella nostra professione, che somiglia ormai a una società segreta, a una consorteria invisibile e inutile».

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