Musicalità insolite

Come avevo accennato qualche tempo fa, prima che il mal di collo mi stroncasse, ho di recente visto due spettacoli in quel (in questo) di Milano. Al primo, un concerto aperitivo lunedì 5 marzo, ero stata invitata da un amico direttamente coinvolto come artista: l’iniziativa si chiamava Voci danzanti e vedeva l’esibizione del coro polifonico […]

Come avevo accennato qualche tempo fa, prima che il mal di collo mi stroncasse, ho di recente visto due spettacoli in quel (in questo) di Milano. Al primo, un concerto aperitivo lunedì 5 marzo, ero stata invitata da un amico direttamente coinvolto come artista: l’iniziativa si chiamava Voci danzanti e vedeva l’esibizione del coro polifonico Ancore d’aria capeggiato da Oskar Boldre. Nato come laboratorio d’improvvisazione vocale, il coro – che si esibisce senza alcun accompagnamento musicale – è composto da una ventina di elementi sia maschili che femminili tra bassi, contralti, tenori e soprani. Per dare un’idea del tipo di spettacolo cui hanno dato vita, riporto la scaletta del concerto:

  1. Scherzo in 7/4 di Jan Garbarek [qui un’esibizione live dell’artista]
  2. Mouvement ewondo di Manu Dibango [qui uno spezzone video]
  3. Tears of dignity di Arto Tuncboyaciyan [qui alle prese con una bottiglia di coca cola]
  4. The Creek di Jan Garbarek
  5. Dosi di Luisa Cottifogli
  6. More Zageni, canto tradizionale bulgaro [nulla a che vedere con questi bulgari]

Dopo questi brani di repertorio, il maestro Boldre ha dato alcune dimostrazioni di canto difonico e ha eseguito, insieme al coro, Common Threads di Bobby McFerrin (qui, se riuscite a sopportare il video senza farvi venire il diabete) e il Bolero di Ravel (il primo movimento): è iniziata subito dopo un’interessante sessione di improvvisazione. E chi poteva essere la prima faccia di tolla a prendere il microfono dopo Boldre, se non il suddetto mio amico?

In generale, una serata davvero interessante (a parte la schiera di bambinetti fastidiosissimi) con musicalità che, nella mia ignoranza, assocerei a ciò che comunemente si pensa essere la musica africana. Benché sia stata forte anche la tentazione di associarle a questo celebre film:

Il secondo spettacolo che ho visto è stato al Piccolo Teatro, ed aveva titolo Miserabili. Io e Margaret Thatcher: si tratta del nuovo spettacolo di Marco Paolini con i Mercanti di Liquore (qui in una registrazione live), e devo dire che non mi ha soddisfatta completamente. Un ibrido di monologo e concerto, nelle intenzioni avrebbe voluto parlare di economia, dell’Italia dopo l’era della Thatcher in Gran Bretagna, ma se dovessi ripetere di che cosa ha effettivamente parlato mi sarebbe difficile. Si è trattato di un montaggio, piuttosto inconcludente, di spezzoni dai suoi Album con l’infanzia del fantomatico Nicola e di canzoni non sempre a proposito (e non sempre entusiasmanti), con un finale eccessivamente retorico persino per Paolini. Il tutto corredato da uno dei pubblici più fastidiosi che abbia mai visto (risate, continui applausi, nessun segno apparente che stessero capendo ciò che Paolini diceva). No, no, no. Ha fatto e può fare decisamente di meglio, sia con gli Album che con le orazioni civili.

8 Comments

  1. Sono sicura che lo conosci: è molto famoso per lo spettacolo (o orazione civile, come dice lui) sulla tragedia del Vajont, ma ha realizzato anche uno spettacolo sulla città di Venezia e uno sulla tragedia di Ustica, oltre ad un’orazione chiamata Parlamento chimico sui processi di Marghera. E’ un artista teatrale molto interessante, che si esprime principalmente attraverso il monologo con contaminazioni musicali e multimediali.

  2. Oi Shel, grazie della recensione. Carina, anche se si capisce che questo tipo di musica non è proprio la tua tazza di tè..

    Quanto alla parte di improvvisazione, ahimè è durata poco, meno della metà di quanto avrebbe dovuto, complice la crescente irrequietezza del pubblico più giovane..

    Detto questo, la mia non era faccia di tolla, bensì alto senso di responsabilità: ho preso il microfono perchè non lo stava prendendo nessuno, e il vuoto cominciava a farsi sentire. Non ho quindi potuto attendere che il solo mi “crescesse dentro”, ma mi sono immolato sull’altare della fluidità dello spettacolo tutto.

    Contavo di farne un altro più tardì, e più “sentito”, ma come ti dicevo l’impro è durata davvero troppo poco.

    Ciau

  3. Eh, lo so, ciascuno ha le sue ignoranze, ma l’importante è avere occasione di approcciarsi anche a quello che non si conosce. Credimi, lo spettacolo mi è davvero piaciuto.

    A parte questo, figuati se posso mai dare a “faccia di tolla” una connotazione negativa! *__^ Mi conosci.

    L’esitazione si è percepita, credimi, come si è percepito il disagio per il gran casino che faceva il pubblico. Potrei lanciarmi in invettive da Re Erode fan club, ma lasciamo perdere.

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