Transporter – la trilogia del tamarro in cravatta

Vi ho mai parlato di Transporter, la trilogia partorita da Luc Besson che vede al volante della sua Audi un Jason Statham in versione corriere di merce sporca? No? Beh, è giunta l’ora, adesso che il terzo film della serie approda anche in Italia in una (poco) lussuosa versione cofanetto insieme ai primi due film, […]

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Vi ho mai parlato di Transporter, la trilogia partorita da Luc Besson che vede al volante della sua Audi un Jason Statham in versione corriere di merce sporca? No? Beh, è giunta l’ora, adesso che il terzo film della serie approda anche in Italia in una (poco) lussuosa versione cofanetto insieme ai primi due film, Transporter e Transporter Extreme. Il primo film, del 2002, ci introduce al personaggio di Frank Martin, un uomo abitudinario che vive in una tranquilla regione del sud della Francia, vicino a Marsiglia. Frank è un uomo di solidi principi la cui professione è regolata da tre semplici ma ferree regole:

  • mai nuovi patti a patti conclusi: un patto è un patto;
  • mai fare nomi;
  • mai guardare nel pacco.

Applicando coscienziosamente queste poche ma fondamentali regole, Frank conduce una carriera di successo come trasportatore di pacchi che non possono essere esattamente affidati a DHL (anche perché ultimamente non affiderei a DHL nemmeno la mia spazzatura da portare in discarica: sarebbero capaci di incasinarsi e rimandarmela indietro). Ma ovviamente, come ci insegnava anche Zombieland, le regole di vita sono fatte per essere violate. È quello che faceva nel primo film, ed è quello che torna a fare in questo terzo capitolo, dopo l’intermezzo di Extreme in cui era impegnato in un assai più tranquillo (certo) servizio scuolabus. E il prode protagonista di Crank, che in Crank correva, qui torna a correre, in macchina e in bicicletta, a sparare ed a causare esplosioni, a scazzottarsi con e senza cravatta (ma sempre con un completo di ricambio nel bagagliaio), sempre coadiuvato a distanza dal frizzante personaggio del commissario marsigliese (François Berléand). E in questo capitolo si trova a fronteggiare uno psicopatico di professione, Robert Knepper, già maniaco psicopatico in Prison Break e Heroes. La dimostrazione che i francesi sanno fare anche film divertenti (ma solo quando tentano di fare film americani).
E nel frattempo, parlando di Jason Statham, pare sia in lavorazione il seguito di In the name of the King. La risposta a una domanda che nessuno ha fatto.

2 Comments

  1. Knepper mi piace, Statham mi provoca più antipatia di Nicolas Cage… non credo riuscirò a vedere questi film!

  2. Noooo, perché? Non è antipatico. E poi bisogna distinguere: antipatico come Nicholas Cage con o senza cappello? È significativamente differente.

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