Kiki – Consegne a domicilio

Lo confesso, sono perplessa. Aspettando di vedere Laputa, ho deciso di recuperarmi alcuni vecchi cartoni dello Studio Ghibli nei confronti dei quali nutrivo diffidenza, tra cui appunto questo 魔女の宅急便 (Consegne a domicilio di una strega, letteralmente) del 1989, in cui il buon Hayao Miyazaki si misurava con la regia e la sceneggiatura di questo adattamento […]

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Lo confesso, sono perplessa. Aspettando di vedere Laputa, ho deciso di recuperarmi alcuni vecchi cartoni dello Studio Ghibli nei confronti dei quali nutrivo diffidenza, tra cui appunto questo 魔女の宅急便 (Consegne a domicilio di una strega, letteralmente) del 1989, in cui il buon Hayao Miyazaki si misurava con la regia e la sceneggiatura di questo adattamento da un omonimo romanzo per bambini di Eiko Kadono. Come dicevo parlando di Arrietty, tendo a preferire i lungometraggi in cui Miyazaki si misura con materiale europeo, ma la particolare ambientazione un po’ mista di questo Kiki prometteva bene: una strega di campagna che deve partire per il suo apprendistato, un’epoca all’alba della modernità con radio, forni elettrici e nuove meravigliose macchine volanti, una città di stampo nordeuropeo sulla riva del mare. Anche il disegno, pur avendo la bellezza di venti e passa anni, non dimostra particolarmente la sua età, se non in alcuni meccanismi d’animazione dei personaggi principali, alcune movenze ed espressioni “tipicamente giapponesi” da cui lo Studio Ghibli si è poi nel tempo fortunatamente emancipato. Nonostante tutti questi punti a favore, però, qualcosa nella mia visione di questo film è andata storta. Qualcosa che non ha a vedere con il soggetto e ha solo in parte a che vedere con la tecnica d’animazione della protagonista e che, probabilmente, non ha nemmeno troppo a che vedere tanto con la sceneggiatura quanto con l’annoso problema del registro linguistico. Di che cosa sto parlando? Ci arrivo in un momento. Lasciatemi però premettere che, facendo ricerca in rete a riguardo, mi sono imbattuta in un grande blocco di articoli che narrano un problema opposto al mio. Lasciatemi ad esempio citare una tesi di laurea in Scienze della comunicazione di qualche anno fa, di tale Simone Villa, in cui viene analizzato il registro linguistico utilizzato nel doppiaggio italiano dei Cavalieri dello Zodiaco, e il risultato è scoprire che la versione italiana si fregia di arcaismi ed aulicità completamente inesistenti nella versione originale, molto più fiabesca e immediata.

«L’edizione italiana è un caso forse unico del suo genere, per la prima volta, in un anime di combattimenti si riescono a ritrovare citazioni di poeti famosi quali Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo e altri grandi della letteratura italiana del passato come Dante Alighieri e Alessandro Manzoni; non solo, tutti i personaggi parlano in modo aulico quasi “cantato” rendendo i dialoghi molto belli all’ascolto, ma molto spesso tale aulicità utilizzata rende oscuri alcuni elementi importanti che vengono messi in evidenza invece in tutte le altre edizioni posteriori a quella nostrana. È proprio nel modo di parlare dei personaggi la differenza sostanziale, il netto confine tra gli anime precedentemente importati nel nostro paese e “I cavalieri dello zodiaco” e ancor’oggi importati. Quelle atmosfere non si trovarono più in nessun altro prodotto animato. Nelle edizioni pubblicate nel resto d’Europa e del mondo, i dialoghi ricalcano la serie originale, caratterizzata da semplicità e impatto immediato, fatta eccezione per alcuni interpreti di importante rilevanza, quali ad esempio Shaka (reincarnazione del Buddha) che parla anch’esso con un registro più elevato rispetto agli altri per sottolinearne l’importanza mistica.»

Certo, a onor del vero bisogna anche rilevare una cosa: l’autore della tesi ritiene che parole (sic.) come “arroccata”, e cito testualmente, «non sono propri (sic.) di un linguaggio semplice diretto ai bambini, ma di un registro più elevato che possiamo andare a ritrovare nei poemi cavallereschi antichi». Mi sento quindi autorizzata a sospettare che sussistano delle differenze sostanziali anche tra il registro che io considero normale e il registro considerato normale da uno studente di scienze della comunicazione. Avrà ragione lui. Ma non è questo il punto. Del resto, lo stesso doppiatore di Pegasus Ivo De Palma in un’intervista a cavalieridellozodiaco.net conferma la tesi del nostro prode studente con la semplice, emblematica ammissione che serie e personaggi erano «orchestrati su un registro linguistico enormemente più alto rispetto alle solite buffonesche giapponesate dell’originale». Con buona pace del problema. Il punto è semmai che in Kiki io non ho trovato “buffonesche giapponesate”, espressione talmente becera, ottusa e culturista (nel senso di razzista della cultura) per la quale De Palma dovrebbe essere costretto a risarcire tutto lo spero poco denaro ricavato doppiando cartoni giapponesi. Al contrario, ho trovato nuovamente un utilizzo di espressioni, un gusto per la circonvoluzione, che sicuramente mi sono congeniali nello scritto, ma che nel parlato, specie in condizioni di enfasi, hanno un effetto decisamente straniante. Chi dice seriamente “Io mi impegnerò a fondo in questo” anziché per esempio “Ce la metterò tutta”? Delucidazioni in merito mi sono state fornite contemporaneamente da un collega giapponese e da Gualtiero “Shito” Cannarsi, responsabile del doppiaggio delle opere dello Studio Ghibli in Italia e anche di Kiki. Da professionista serio, Cannarisi dichiarava, in una sua intervista sul forum metalrobot:

«L’ambito di variazione linguistica di ogni traduzione dovrebbe sempre essere inteso all’interno della letteralità. Quindi, sempre restando fedeli al testo originale sin nei suoi dettagli, potrà esserci una certa gamma di varianza di sfumatura di tono, registro linguistico e quant’altro. Peraltro, anche queste cose vanno considerate in riferimento all’originale. Più che valutare, ad esempio, se un anime ha un’ambientazione storica, bisogna valutare se il doppiaggio originale di quell’anime parla in un giapponese moderno o in qualche modo classico. Queste sono scelte del regista, non del direttore di un doppiaggio straniero. Il doppiaggio deve sempre seguire l’originale.»

E ancora:

«L’adattabilità della voce italiana al personaggio è, credo, un concetto del tutto insensato. Dato che il personaggio è costituito e caratterizzato anche dalla sua voce originale, e non esiste in forma avulsa da quella. Anche la voce originale di ogni personaggio, così come la sua resa recitativa, è un canone assoluto dell’opera originale.»

A questo punto dovrebbero esserci pochi dubbi sul fatto che il caso Cavalieri dello Zodiaco non è il nostro: Kiki in originale si esprime davvero con quell’enfasi barocca e con quelle lunghe perifrasi. Ma perché? Questo sostiene il mio collega giapponese: oltre a mantenere un registro linguistico di base più alto del nostro in situazioni analoghe, com’è noto, alcune forme di intrattenimento giapponese tra cui gli anime ed alcuni generi di film derivano, direttamente o indirettamente, da un teatro che noi definiremmo farsesco e pantomimico, per cui ereditano alcuni modi estremamente caricati di esprimersi. Sarà vero? Sarà una cazzata? Non so proprio dire: ve la propongo com’è stata proposta a me.
Facendo qualche ricerca a riguardo, comunque, mi sono imbattuta in una curiosità, a ulteriore elogio del lavoro del nostro Cannarisi: il doppiaggio italiano si mantiene fedele all’originale giapponese in molti punti, evitando modifiche pragmatiche imposte dalla Disney nella versione inglese. Kiki continua a bere caffè, anziché cioccolata come nell’epurato americano, e le sue amiche continuano a parlare di discoteca anziché di ragazzi carini, ma soprattutto la strega ormai adulta perde permanentemente la capacità di parlare con il gatto Jiji (pronunciato ahimè come Gigi, il che ha un effettoabbastanza anticlimatico) seguendo il pensiero di Miyazaki secondo il quale il famiglio rappresenterebbe la parte immatura e insicura di Kiki.

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