Ok. Come sapete, e come ho recentemente ripetuto parlando di Paranorman, non sono una grande estimatrice delle tecniche di animazione digitale. Tutt’altro. Per questo, tendo ad evitare film realizzati con questa tecnica e per questo ho a lungo evitato anche The Brave, su cui sono ieri sera stata costretta a ripiegare da un’irreparabile carenza di cartoni nuovi.
Nonostante tutto, conoscevo qualcosa della trama, eppure confesso che mi aspettavo una storia diversa: mi aspettavo l’apologia anacronistica e pseudo-femminista di una ragazzina dai rossi capelli che imbraccia l’arco e, per evitare un matrimonio che le è inviso, diventa eroe del suo popolo capeggiandone l’esercito in una gloriosa battaglia per la libertà. Invece, The Brave è l’apologia anacronistica e pseudo-femminista di una ragazzina dai rossi capelli che imbraccia l’arco e, per evitare un matrimonio che le è inviso, incontra Koda fratello orso. Non fraintendetemi. Io ho adorato Koda fratello orso. Non è questo il punto. Il punto è che la formula di questo lungometraggio Disney (perché di questo si tratta) sa di stantio: una principessa ribelle (ovviamente), il rapporto conflittuale con un membro della sua famiglia (in questo caso la madre, dopo che per anni ci hanno propinato piccole orfane di madre in conflitto con il padre), la distrazione comica (in questo caso i tre fratelli), una strega che offre una ingannevole via di uscita. Esattamente come la strega del cartone, la fabbrica Disney sembra possedere una sola formula per i propri incantesimi, e non dovrebbe poter bastare vestirla in modo diverso. Certo, si tratta di un bel vestito: gli interni sono molto belli, gli esterni sono caratteristici e il concept dei personaggi è buono. Peccato.

Suzanne Vega in Milan
Yesterday, we went to see Suzanne Vega, one of the greatest artists and musicians of all times whom occupies a special place in my heart next to Tori Amos. It was a packed house at Conservatorio Giuseppe Verdi here in Milan, with people belonging to







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