Mastro Jacob van Hechtevaëre, il pittore d’occhi

Dal Manifesto di oggi. Il capolavoro sconosciuto di mastro Jacob – Jean Richepin Che Jacob van Hechtevaëre il vecchio sia un grande pittore, è impossibile negarlo, anzi, non proclamarlo a gran voce quando si guarda il suo autoritratto. Sfortunatamente per la sua gloria, l’occasione è stata offerta solo a pochissime persone; e un destino crudele, […]

Dal Manifesto di oggi.

Il capolavoro sconosciuto di mastro Jacob – Jean Richepin
Che Jacob van Hechtevaëre il vecchio sia un grande pittore, è impossibile negarlo, anzi, non proclamarlo a gran voce quando si guarda il suo autoritratto. Sfortunatamente per la sua gloria, l’occasione è stata offerta solo a pochissime persone; e un destino crudele, ostinato e implacabile ha voluto che, in due secoli, fra questi rari privilegiati non ce ne fosse uno che potesse affermarlo con la necessaria autorevolezza e risonanza. Il ritratto, infatti, nel 1692 fu lasciato in eredità dalla figlia del maestro al convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache, a condizione che lo si conservasse coperto da un velo e che venisse esposto solo una volta all’anno, a Ognissanti, durante la messa dei Morti. Le suore, il curato del paese che diceva messa presso la cappella delle Provendiste grigie, qualche fedele che per speciale devozione si faceva tre leghe di pessima strada per arrivare al convento, situato fra i boschi: ecco il pubblico, insufficiente a dare fama, cui da due secoli, una volta all’anno, veniva mostrato l’ammirevole e magico ritratto di Jacob van Hechtevaëre il vecchio. Altri suoi quadri si possono vedere nei musei di Gand, di Valenciennes, alla biblioteca di Audenard e in numerose chiese del Belgio. Ma non hanno nulla di geniale. Sono l’opera di un onesto artigiano che conosce il proprio mestiere, come allora ce n’erano molti nella scuola fiamminga, ma nulla di più. Bisogna essere un fine intenditore, un vero esperto, per trovarvi un tocco personale che lo distingua un poco da quello o da quell’altro, per esempio da suo nipote, Jacob van Hechtevaëre il giovane, con cui spesso viene confuso anche dai più abili. Ma il suo autoritratto, che capolavoro unico, che meraviglia incomparabile! Magica, sì, veramente magica! O meglio, magica in modo sovrannaturale! Le parole non sono affatto esagerate. Sono semplicemente esatte. Impossibile non essere d’accordo, e non capire le ragioni del singolare lascito fatto dalla figlia del maestro al convento delle Provendiste grigie, e non confessare che Jacob van Hechtevaëre il vecchio non poteva non essere un grande pittore, una volta letta la storia del suo ritratto, la strana storia che segue. Già da molti anni Jacob van Hechtevaëre, o (come lo chiamavano a Waëgtmeux-en-Thiérache, la sua città natale) mastro Jacob, esercitava la professione di pittore e ne ricavava onorevolmente e felicemente da vivere. Faceva tutto ciò che rientrava nel suo ambito, ritratti, nature morte, paesaggi, soggetti religiosi e storici, allegorie e decorazioni, non rifiutava nessun incarico, non chiedeva prezzi troppo alti, inoltre era professore alla scuola municipale delle arti e dei mestieri di Waëgtmeux-en-Thiérache e sembrava che non avesse nient’altro da desiderare, poiché traeva dal suo mestiere considerazione e profitto allo stesso tempo. Le sue abitudini, i suoi comportamenti e il suo aspetto confermavano in pieno questa immagine. Calmo e ordinato, lavoratore coscienzoso, buon padre di famiglia la cui casa era benedetta dalla presenza di un’adorabile massaia e di tre bei bambini, ottima forchetta e gran bevitore dal volto giulivo, conduceva un’esistenza invidiabile. Si alzava presto, mangiava leggero per avere la mano libera, se ne stava al tavolo di lavoro fino alle tre del pomeriggio, e solo allora faceva un abbondante pranzo, con il resto della giornata a disposizione per digerire con comodo e concedersi un meritato riposo. Se ne andava alla locanda, dove fumava innumerevoli pipe accendendole con le braci che covavano sotto le ceneri e beveva sei grandi boccali di birra bianca, asprigna e schiumosa, intrattenendosi pacatamente sulla propria arte con gli amici e gli allievi. Alle nove di sera rientrava e consumava una cena leggera, così da garantirsi un sonno tranquillo. Il giorno dopo, al risveglio, ricominciava a fare esattamente tutto quello che aveva fatto il giorno prima. Mastro Jacob, tuttavia, nonostante la sua aria felice, in fondo all’anima non le era affatto. Artista onesto e appassionato alla propria arte, si giudicava mediocre e ne soffriva. Ma intorno a lui nessuno se ne accorgeva. Gli ammiratori, gli amici e gli allievi attribuivano alla bonaria modestia le confessioni che si lasciava scappare, di solito dopo il sesto boccale, quando affermava cose del genere: – E buonasera! Ecco un’altra giornata persa! – Ah! se smettendo di vedervi fossi sicuro di creare un capolavoro, con che gioia vi lascerei per sempre! – Proverò a sognare di essere un grande pittore, per consolarmi del fatto che non lo sono. I pochi nemici che si era fatto a causa della sua prosperità, trovavano il pretesto per insinuare che la sua era una falsa modestia e che tanta bonarietà nascondeva una vanità ripugnante, capace di qualunque cosa pur di venire soddisfatta.
A conferma di questa spiacevole opinione, il più maligno dei suoi nemici citava una frase che tornava spesso nelle recriminazioni di mastro Jacob, una frase alquanto inoffensiva che i suoi amici, giustamente, consideravano una semplice battuta. – Per creare un capolavoro, ripeteva mastro Jacob, si può anche vendere l’ anima al diavolo. Era evidente che lo diceva senza malizia, senza pensare che lo si poteva prendere alla lettera. Come dubitarne, quando si osservavano i suoi begli occhi da uomo onesto, il gran volto allegro, la bocca sorridente e le labbra tumide, su cui la birra bianca schiumava come il latte sulle labbra di un innocente che prende la poppata? Senza contare, oltretutto, che mastro Jacob adempiva con gran devozione ai propri doveri religiosi, non mancava mai alla messa e faceva la comunione in occasione di tutte le feste solenni. Bisognava dunque possedere uno spirito diabolico, anche solo per immaginare che mastro Jacob stesse parlando seriamente di concludere un patto con il diavolo. E, a riprova del fatto che non ne parlava seriamente, un giorno suo nipote, Jacob van Hechtevaëre il giovane, che amava scherzare, gli disse: – Ma, zio, se il Diavolo venisse proprio a proporvi l’affare, che cosa gli rispondereste? – Beh – replicò allegramente Jacob van Hechtevaëre il vecchio, che anche lui amava ridere – gli risponderei quello che rispondo a te quando mi chiedi se sai dipingere. La risposta consisteva in una modesta parolaccia con cui gli abitanti di Waëgtmeux-en-Thiérache, contro l’opinione di certi storici che li considerano fiamminghi, provano di essere francesi in tutto e per tutto. La sera del martedì grasso dell’anno 1681, un po’ prima delle nove, mentre mastro Jacob stava vuotando il quinto boccale e accendeva con le braci l’ undicesima pipa, dopo avere appena ripetuto la sua frase favorita, uno straniero entrò nella locanda. Nessuno lo conosceva. Tutti, quando in seguito se ne parlò, si trovarono d’accordo nel dire che aveva l’aria di uno spagnolo. Portava una mascherina di velluto cremisi, un cappello a larghe tese sopra una papalina rossa, un’ampia e lunga cappa scarlatta che gli copriva tutto il corpo, e stivali di pelle, uno dei quali, con la tomaia assai più arrotondata, tesa e piena dell’altra, denotava visibilmente un piede deforme. Come se si trovasse in mezzo a persone amiche, lo sconosciuto si sedette con familiarità al tavolo del gruppo di mastro Jacob, si versò un boccale dalla loro brocca e disse al pittore, a bruciapelo: – Mastro Jacob, ciò che vi manca per creare un capolavoro è la capacità di dipingere gli occhi. Nonostante tutti avessero abbondantemente festeggiato il martedì grasso e considerassero quindi con indulgenza l’uomo mascherato che sembrava festeggiarlo a sua volta, a nessuno venne voglia di ridere. A mastro Jacob meno che agli altri. Anzi, un pallore mortale gli scolorò improvvisamente il volto, paonazzo perché quel giorno aveva mangiato e bevuto più del solito. E gli sembrò che il cuore gli mancasse, a tal punto le parole dello straniero lo avevano colpito dritto sulla piaga aperta della sua sofferenza segreta. – Avete ragione, rispose con umiltà piena di vergogna, avete proprio ragione, messere, io non so dipingere gli occhi. – Vi piacerebbe, riprese lo straniero, che vi insegnassi a dipingerli? – Sì, sì, certo, esclamò mastro Jacob, un po’ spaventato, ma allo stesso tempo entusiasta di una proposta del genere. – E allora, fece l’uomo, venite con me. Tentarono di impedire a mastro Jacob di seguirlo. Ma lui, di solito così pacifico, bestemmiò il nome del Signore, minacciando di rompere la testa a chiunque si azzardasse a trattenerlo. E uscì nella notte insieme allo straniero. Il giorno dopo, siccome gli amici curiosi lo interrrogavano sull’accaduto: – Beh – disse – eravamo tutti su di giri per via del martedì grasso. Anch’io. E anche quell’uomo. L’ho perso nella folla. Era uno scherzo di cattivo gusto. Non parliamone più. Ben presto, però, fu evidente che non aveva smesso di pensarci, e che tra lui e quell’uomo doveva essere accaduto qualcosa capace di sconvolgergli profondamente la vita. Aveva perso la sua bella cera. Non andava più tutte le sere alla locanda. E quando ci andava, fumava e beveva appena. Dopo un certo tempo smise del tutto di andarci. Ora non usciva più di casa. Se ne stava chiuso nel suo atelier. Non riceveva neppure la moglie o i figli. E una domenica finì per spingere questa sua folle reclusione sino al punto di rifiutarsi di andare a sentir messa. Da quel giorno non frequentò più la chiesa. Quell’anno non celebrò la Pasqua. Il curato, che era un suo vecchio amico, andò a trovarlo e fu quasi costretto a forzare la porta perché lo lasciasse entrare nell’atelier, e gli domandò gentilmente i motivi di quell’ irragionevole condotta. – Lo saprete, rispose mastro Jacob, quando avrò terminato il mio capolavoro. – E qual è questo capolavoro, chiese il prete, il capolavoro a cui sacrificate la vostra salvezza? – Non intendo sacrificargli la mia salvezza, replicò mastro Jacob. Ho preso le mie precauzioni al riguardo. – Fate attenzione, riprese il prete. Sembra che vogliate giocare d’astuzia con il Maligno. Ma è lui, il Maligno, che vi ingannerà. Non farete un buon affare. Tristemente e orgogliosamente, mastro Jacob rispose: – Tanto peggio, allora. Almeno, per una volta nella vita, sarò stato un buon pittore. Un mese più tardi, mastro Jacob venne trovato morto di morte improvvisa davanti al capolavoro portato a termine. Era il suo autoritratto, quel meraviglioso, magico e sovrannaturale autoritratto che nel 1692 la badessa Claire van Hechtevaëre, figlia del maestro, lasciò in eredità al convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache. All’angolo del quadro era fissato un pezzetto di pergamena su cui mastro Jacob aveva scritto queste righe: «Il Diavolo mi ha insegnato il segreto per dipingere gli occhi, Un segreto che consiste nel sottrarre la vita ai modelli che si vogliono rappresentare, per fissarla sulla tela. In questo modo si uccidono lentamente le persone a cui si sta facendo il ritratto. Io non ho voluto uccidere altri che me stesso. Avendo la possibilità di conquistare il genio per mezzo di un omicidio, ho preferito il suicidio. Confido nella misericordia divina perché questa scelta mi venga scontata in remissione del mio delitto. E supplico che il mio orgoglio sacrilego venga castigato con il rifiuto della gloria postuma alla quale il mio capolavoro ha diritto. A me basta sapere che l’ho portato a termine. Raccomando la mia anima alle preghiere, nel caso in cui il Maligno non mi lasciasse il tempo…» La morte aveva colpito il pover’uomo mentre ancora stava scrivendo. Ed ecco perché ogni anno, presso il convento delle Provendiste grigie di Waëgtmeux-en-Thiérache, nel giorno di Ognissanti, si fa assistere alla messa dei Morti, libero dal velo per un’ora, il meraviglioso, magico e sovrannaturale ritratto del grande e sconosciuto artista, al quale viene qui restituito, per la prima volta, il nome completo con cui firmò il suo unico capolavoro: Mastro Jacob van Hechtevaëre, il pittore d’occhi.

(traduzione di Michele Zaffarano, uscito il 5 dicembre 1895 su «Le Gaulois» con il titolo «Le peintre d’yeux»)

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