Trinità de’ Monti

Finalmente! Non vedo l’ora di scendere nuovamente a Roma per vederla. (articolo dal Manifesto di oggi) Trinità dei Monti nello splendore di un restauro esemplare – Antonio Forcellino Le imponenti impalcature che per due anni hanno coperto la facciata della Chiesa di Trinità dei Monti sono finalmente scomparse rendendo nuovamente visibile il monumentale prospetto della […]

Finalmente! Non vedo l’ora di scendere nuovamente a Roma per vederla.
(articolo dal Manifesto di oggi)

Trinità dei Monti nello splendore di un restauro esemplare – Antonio Forcellino
Le imponenti impalcature che per due anni hanno coperto la facciata della Chiesa di Trinità dei Monti sono finalmente scomparse rendendo nuovamente visibile il monumentale prospetto della fabbrica. Il restauro è di grande importanza, non soltanto per la qualità del monumento ma per la sua collocazione urbanistica, che ne fa uno dei caposaldi dell’immagine di Roma. La chiesa attuale, con l’annesso convento, fu costruita a partire dal 1502 da San Francesco di Paola, su un terreno che gli era stato regalato dal suo grande amico Luigi XI re di Francia, in segno di gratitudine per averlo guarito da una grave malattia. La facciata prese il suo aspetto odierno intorno al 1584, con Giacomo della Porta che esaltò lo slancio verticale della chiesa tramite i potenti torrioni laterali, assecondando un gusto nordico che non aveva molti precedenti a Roma e non avrebbe avuto molto seguito. Domenico Fontana, per volontà di Sisto V, trasformò la vecchia scala in quella a due rampe ancora oggi visibile. La straordinaria scenografia urbana in cui la chiesa venne inserita quando Francesco De Sanctis disegnò, nel 1726, la sinuosa scala di collegamento alla piazza sottostante, fu perfezionata e in definitiva conclusa con l’erezione del grande obelisco Sallustiano, voluto da Pio VI nel 1789. Facciata, obelisco e scalone, a distanza di secoli si legano perfettamente in un formidabile paesaggio artificiale, che non ha confronti nel suo genere, né a Roma né in Europa, grazie anche al dislivello del suolo che ne esalta l’originalità. Purtroppo, il carattere scenografico del complesso monumentale non ha portato fortuna alla chiesa, trasformandola nel tempo in una suggestiva quinta urbana a discapito del suo specifico valore architettonico. Le cornici, le modanature e l’intelaiatura del fastoso ordine architettonico furono nel tempo occultate e devastate da restauri che alterarono le proporzioni e le forme, seppellendole sotto grossolani strati posticci. Le superfici piane dei fondi, poi, in ossequio alla riduzione teatrale del monumento furono coperte con spessi strati di intonaci tinteggiati di rosso, in omaggio alla moda del «colore locale», che si affermò a Roma tra la fine dell’ottocento e i primi del Novecento, dipingendo l’intera città di ocre e di rossi, colori che vennero eletti come i più idonei per fermare Roma in un eterna suggestione di rudere evocativo: erano i colori dei mattoni e delle pozzolane dei suoi monumenti più antichi. Il restauro appena concluso – condotto da Manuela Micangeli e Ambra Tomeucci con una squadra di giovani restauratori sotto la guida dell’Architetto Didier Repellen per conto dei Monumenti storici di Francia, che si occupano anche dei beni di proprietà francese in suolo italiano – ha fatto giustizia della sciatteria e delle semplificazioni che avevano mutilato la chiesa nell’ultimo secolo, riportandola ad una facies quantomeno coerente con i principi basilari del lessico architettonico e con le intenzioni di Giacomo della Porta. Rimossi i rinzaffi che alteravano l’elegante disegno delle modanature, i restauratori hanno trovato le tracce del rivestimento originario: uno stucco di calce e polvere di travertino che permise ai costruttori di rendere la fabbrica del tutto simile a un monumento interamente in pietra, con una spesa molto più contenuta. Questa pratica relativa all’uso dello stucco lapideo, con il quale gli architetti rinascimentali eguagliavano i monumenti dei romani senza spendere proibitive quantità di denaro, fu molto diffusa per tutto il cinque e il seicento romano. Steso con la giusta perizia, lo strato di stucco non solo ha il colore della pietra ma, fatto ben più importante, ne ha la consistenza tattile, al punto che vi si possono imprimere perfino i segni degli strumenti solitamente utilizzati per la lavorazione della pietra, gli scalpelli, le gradine e le bocciarde. Strumenti che conferiscono alla superficie una capacità di catturare e rimandare la luce abbagliante di Roma, incluse le variazioni tonali che vanno dal rosa pallido del mattino all’oro ramato dell’ultimo pomeriggio. Il Rinascimento a Roma non sarebbe stato lo stesso senza la scoperta di questo materiale, una scoperta dovuta al più raffinato degli architetti, Raffaello Sanzio, che non si rassegnò a imitare le architetture imperiali fino a quando non trovò il modo di imitarne anche l’apparenza materica. Con la decadenza di Roma e dei mestieri che l’avevano fatta meravigliosa, questo stucco viene sostituito dalla semplice scialbatura color marmo, molto meno costosa ma anche meno pregiata, confezionata sciogliendo in acqua il grassello di calce e aggiungendovi una piccola quantità di pigmento colorato. Un edificio tinteggiato color travertino sta a un edificio rivestito con stucco di travertino come una cornice dipinta con la porporina industriale sta a una cornice dorata a foglia d’oro. La sua riproposizione, dopo secoli di oblio, è difficile e laboriosa, troppo per una città come Roma che preferisce la tinteggiatura a calce rispetto ai rivestimenti in stucco, perfino sul prospetto principale del Quirinale, avvilito da una tinta cipria che tanto più appare mortificante, oggi, se confrontata alla facciata di trinità dei Monti: d’ora in avanti tutti lo potranno constatare con i propri occhi. Difficilmente, guardando la chiesa dopo il restauro, anche il più esperto architetto potrà accorgersi del fatto che quelle superfici vibrate, capaci di catturare ogni fremito di luce, non sono in pietra viva ma in stucco. Si capisce quindi immediatamente il valore straordinario di questo restauro che restituisce al meglio uno dei frammenti più preziosi della città antica. Si capisce meno, invece, perché a Roma sembra che soltanto l’amministrazione francese sia capace di condurre restauri tanto eccellenti e impegnativi, visto che già nel restauro della Villa Medici e un po’ meno in quello di palazzo Farnese si era avvicinata a quest’ultimo risultato entusiasmante. La spiegazione sta forse nelle procedure amministrative seguite dalle istituzioni francesi che possono ignorare, fortunatamente, la legge italiana e la sua imposizione, per un restauro del genere, di una gara pubblica al massimo ribasso, il cui risultato è in genere quello di consegnare il lavoro a una grande impresa senza alcuna qualifica reale. L’amministrazione francese procede oculatamente selezionando cinque, sei imprese di eguale sapienza, chiamate a offrire un ribasso sul progetto approntato nel dettaglio dai propri architetti. Una procedura che sembra la più idonea ad apparecchiare intorno al restauro quella necessaria attenzione che è vitale per la sua buona riuscita. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nel bene e nel male e se proprio non si è in grado di mettere in cantiere una buona legge italiana per il restauro chissà che non convenga consegnare ai francesi lo stesso Quirinale, sperando che vi facciano uno dei loro restauri eccellenti.

One Comment

  1. Lo sai che quando vuoi Roma ti aspetta – magari quando fa meno caldo di adesso!

    Raffaella aka Nienna aka Ghost Rider

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