MK6_01 - Introduzione (2)

MK6 (1)

Dopo lo straordinario lavoro fatto dalle nostre classi MK5 durante il MasterKeen per BIM specialists in AM4 a Lecco, la settimana scorsa è stato il turno di vedere cosa avessero in serbo i ragazzi della classe MK6, per gli amici “Topolinia”. A questi ragazzi attendeva un compito difficile: quello di essere secondi e di doversi misurare con uno degli istinti […]

Dopo lo straordinario lavoro fatto dalle nostre classi MK5 durante il MasterKeen per BIM specialists in AM4 a Lecco, la settimana scorsa è stato il turno di vedere cosa avessero in serbo i ragazzi della classe MK6, per gli amici “Topolinia”. A questi ragazzi attendeva un compito difficile: quello di essere secondi e di doversi misurare con uno degli istinti base dell’essere umano (quello di copiare). Essere originali e fedeli alle proprie idee è stata una delle molte sfide di questo percorso formativo, arrivando appena un mese dopo il lavoro che i loro colleghi hanno svolto, talora affrontando titoli simili.

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Alla luce di questa considerazione, sarei stata davvero ipocrita a presentarmi con la stessa lezione svolta a Dicembre per la classe precedente. Ma ormai dovreste conoscermi: mi piace tenermi sulla corda, spostare l’obiettivo sempre un pochino più in là e non mi piace quando la vita è troppo facile, ho portato a Lecco qualcosa di nuovo, sempre riguardo il futuro del BIM e delle competenze digitali.

Per questa lezione, devo davvero ringraziare la redazione di Wired Italia, perché la loro edizione invernale mi è stata di straordinaria ispirazione: si tratta di un dizionario di 100 parole, compilato da autori d’eccezione come Fabrizio Longo (Brand Director di Audi Italia), Viktor Mayer-Schönberger (professore di Internet Governance and Regulation all’Oxford Internet Institute e autore di diversi titoli di cruciale importanza nell’ambito dei cosiddetti Big Data), Vincenzo Perrone (professore di Organizzazione Aziendale all’Università Bocconi di Milano), John Underkoffler (CEO di Oblong Industries, ospite ricorrente dei Wired Next Fest e speaker TED), Christopher Wylie (ex direttore della ricerca a Cambridge Analytics), l’astronauta Paolo Nespoli, il fumettista Roberto Recchioni, l’architetto Carlo Ratti (autore di uno dei titoli consigliati per il nostro percorso di esplorazione), Richard Branson e molti altri.

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Grazie a loro, ho potuto affrontare temi che in Dicembre avevamo solo sfiorato, dare una veste nuova a incognite e prospettive che sono fuori dalla porta, a patto di saperla aprire.


1. Design Virtuale: visione, percezione e realtà aumentate

La realtà virtuale è una delle grandi promesse per il futuro, ma una promessa che abbiamo già sentito in passato e che da molti anni ormai prova a penetrare nel nostro quotidiano, con risultati sicuramente meno apprezzabili di quelli conseguiti da droni e stampanti 3d. I motivi sono molteplici, ma in questa settimana proveremo ad analizzare i più profondi, quelli alla base, che hanno a che vedere con la nostra percezione del reale e il nostro bisogno (o meno) di aumentare ciò che ci viene fornito dai nostri sensi. Parte dei nostri percorsi affronta i temi della rappresentazione come convenzione, in apparente opposizione alla virtualizzazione che ci viene richiesta dal BIM, del punto di vista, delle prospettive ingannevoli.

Nel provare a scomporre questo argomento in problemi più piccoli, ci sono utili alcune considerazioni di Douglas Trumbull (regista e supervisore degli effetti speciali per pellicole come il primo lungometraggio di Star TrekIncontri ravvicinati del terzo tipo2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner) riguardo al concetto di “Cinema Totale”. Trumbull parte dalle riflessioni di Aldous Huxley, celebre scrittore americano di fantascienza autore dell’amatissimo Brave New World. Come molti titoli distopici del suo periodo, il romanzo è estremamente popolare e ci consentirebbe di operare alcune riflessioni sulla società post-fordista che, in teoria, ci viene proposta nella modifica delle dinamiche proprie della produzione di massa.

BraveNewWorld

Il motivo per cui Huxley è rilevante quando si parla di realtà aumentate e virtuali, però, è un titolo spinoso e meno conosciuto della sua produzione. Secondo quanto riportato dallo stesso Huxley, all’età di sedici anni l’autore sarebbe stato soggetto a un attacco di cheratite puntata, un’infiammazione della cornea che, in casi particolarmente gravi, può risultare in una riduzione della vista. Nel caso di Huxley, la malattia gli avrebbe provocato una cecità di diciotto mesi e l’avrebbe lasciato con una vista drasticamente ridotta. Nel 1939, la sua capacità di leggere si era molto ridotta e quindi Huxley si sarebbe rivolto a metodi di cura non convenzionali. Tra questi, il controverso metodo alternativo inventato da William Horatio Bates. L’esperienza è riportata in The Art of Seeing, uno dei suoi quattro testi di non-fiction insieme a The Devils of LoudunGrey Eminence: A Study in Religion and Politics e The Perennial Philosophy.

ArtOfSeeing

Il metodo Bates non ha alcuna veridicità scientifica, non amo la medicina alternativa in nessuna delle sue manifestazioni. Nonostante questo, il testo di Huxley è interessante per alcune riflessioni su che cosa significhi davvero vedere. In particolare, la vista viene concepita come una combinazione di diverse azioni portate avanti da diverse parti del nostro organismo. Secondo l’approccio di Huxley, l’atto sensoriale di usare il nostro organo di vista non equivale a vedere: vedere è un’azione combinata di questa azione sensoriale e di altre azioni di percezione che vengono svolte dalla mente in combinazione con le esperienze accumulate dal soggetto e conservate nella sua memoria.

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A queste tematiche sarà dedicata la nostra giornata 2, in compagnia del game designer torinese Gabriele Gallo.


2. Automazione, Intelligenza Artificiale e Machine Learning (aka “Vieni con me se vuoi vivere”)

I robot stanno arrivando, ma staranno poi arrivando davvero? La risposta è “sì”, naturalmente, anche se il nostro settore è sempre lento all’adozione delle innovazioni. Autodesk ne ha fatto l’argomento centrale delle sue keynote, da tre anni a questa parte, ed è poco sorprendente considerato il grande interesse che la società di sviluppo sta dimostrando per l’automotive e la progettazione mecannica in generale.

Ma chi lavora in edilizia, a meno che non lavori in Skanska, si sente spesso escluso da queste promesse (senza, peraltro, sentirsi escluso dalle minacce). Il Future of Jobs Report 2018 del World Economic Forum fa una panoramica di skill emergenti e declinanti di qui al 2022, e trovo estremamente interessante trovare la gestione del personale e il coordinamento tra le skill in declino, ovvero quelle che troveranno più facilmente sostituzione. Conosciamo tutti almeno un responsabile del personale che, sostituito da un’intelligenza artificiale, guadagnebbe in soft skill.

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Tra le professioni in crescita:

  • data analyst e data scientist;
  • specialisti di intelligenza artificiale e machine learning;
  • general manager e operation manager;
  • sviluppatori di software e analisti;
  • professionisti nel settore delle vendite e del marketing;
  • specialisti di Big Data (uno dei focus delle nostre giornate);
  • specialisti di Digital Transformation (un altro dei nostri focus);
  • specialisti delle nuove tecnologie;
  • specialisti nello sviluppo aziendale;
  • professionisti nei servizi legati all’information technology.

Tra gli ambiti che vedono professioni in declino:

  • data entry;
  • contabilità a tutti i livelli, incluse le posizioni quadre e dirigenziali;
  • segretari, assistenti personali e simili, specialmente in ambito esecutivo e amministrativo;
  • operai in catene produttive e di assemblaggio;
  • servizio clienti e assistenze di primo livello;
  • revisori dei conti;
  • archivisti;
  • addetti al servizio postale.

La buona notizia è che le professioni creative non sembrano essere a immediato rischio. Questa pootrebbe essere una buona notizia solo apparente: molti di coloro che lavorano nel nostro settore svolgono molto data entry e lavoro di archivio o revisione, anche se spesso non se ne rendono conto.

Il World Economic Forum stima che, per far fronte alle nuove capacità necessarie per portare avanti il nostro lavoro e senza considerare chi deciderà o dovrà decidere di rivestire un ruolo completamente nuovo, ciascuno di noi avrà bisogno di 101 giorni di formazione in più da qui al 2022. Personalmente trovo che sia una stima ottimista.

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Per quanto riguarda l’Italia, il nostro è un Paese che anche in questo settore è all’avanguardia (per i dettagli, potete provare a sfogliare questo articolo su Robotiko), ma i settori preferiti sono l’industria automobilistica e l’ingegneria biomedica, oltre alle applicazioni militari. In edilizia sembriamo lontani, ma Mark Weiser diceva il vero quando dichiarava “The most profound technologies are those that disappear. They weave themselves into the fabric of everyday life until they are indistinguishable from it”. Alcune di queste innovazioni sono già penetrate nella nostra professione e non siamo completamente in grado di gestirle, dalla stampa 3d (quanti studi hanno ancora un laboratorio di modellistica tradizionale, anche per i modellini di studio?) al rilievo tramite drone.

Il robot di Hajime Sorayama per Christian Dior ci ucciderà tutti, ma nel frattempo cerchiamo di continuare a fare il nostro mestiere.
Il robot di Hajime Sorayama per Christian Dior ci ucciderà tutti, ma nel frattempo cerchiamo di continuare a fare il nostro mestiere.

Anziché concentrarsi sui lavori pionieristici di architettura robotica, che sono pioneristici ormai da parecchi anni, vediamo innovazioni che sono già penetrate nel nostro quotidiano. Eppure quanti di noi sanno fare una routine di Dynamo che trasformi un modello di Revit in una massa pronta per la stampa 3d? Guardate questo post di The Revit Kid (recentemente The Revit Dad… congratulazioni!) e simpatizzate con le sue ansie. E quanti di noi sanno programmare la traiettoria di un drone perché il suo rilievo fotografico piaccia a ReCap? Guardate questo video di Tiziano Fiorenzani, che utilizza Python per tracciare il volo del suo drone.

Oltre a queste applicazioni, un futuro che sembra possibile è quello che Antonio Dini su Wired chiama “Addestramento dei Robot”: Isaac Asimov con le sue leggi della robotica è un riferimento letterario imprescindibile, quando si tratta di questi argomenti, ma mi dispiace aver dovuto rimuovere dai miei percorsi The Lifecycle of Software Objects, romanzo breve di quello stesso Ted Chiang autore del racconto da cui è stato tratto il film Arrival disponibile solo per strade impervie sul sito dell’editore. Sarei lieta di reinserirlo, se si decidessero a distribuire su Amazon come tutti gli altri.

The Lifdecycle of Software Objects

Ma il precursore per eccellenza, in questo come in molto altro, è Alan Turing, che figura nel nostro percorso con il film The Imitation Game. In un suo scritto del 1950, Turing ipotizzava che la strada giusta per creare macchine che potessero “pensare” fosse non tanto quella di programmarle per simulare la mente di un adulto, ma programmarle per simulare quella di un bambino e inserirle in programmi di training appositi. Per gli appassionati di cinema, uno di questi “programmi” è al centro del film Ex Machina, che potrebbe trovare spazio come opzione per uno dei prossimi percorsi.

Instead of trying to produce a programme to simulate the adult mind, why not rather try to produce one which simulates the child’s? If this were then subjected to an appropriate course of education one would obtain the adult brain.
(Alan Turing)

Questo naturalmente ci porta dritti dritti ai concetti di intelligenza artificiale e machine learning, altri due ambiti di cui si parla molto ma con una sorta di reverenziale timore. Agli argomenti sarà dedicato il nostro terzo giorno.

 


3. Computational City: Città su Marte, Architetture per climi artici e Smart Cities (a livelli diversi di fantascienza)

La colonizzazione di nuovi mondi è un mito dell’immaginario collettivo ormai da diversi anni. Si sono già misurati con l’argomento piccoli studi come Foster + Partners, Stefano BoeriMAD, e BIG.

.Mars_Foster Mars_BIG Mars_Boeri.

I miti dell’immaginario sono, da sempre, utilissimi terreni di ricerca e sperimentazione. Nel nostro caso, uno dei punti di riferimento è il progetto Mars Home Planet, capitanato da HP e già promotore del Dynamo Slam all’Autodesk University di due anni fa. La sfida di questi giorni è un rendering challenge, quindi poco interessante per il nostro percorso, ma la sezione dei modelli è un’interessante fonte di materiale per esercitazioni e workshop, per quanto mi riguarda (se non riuscite a trovate progetti di cui è disponibile un rvt o un ifc, vi risparmio la fatica: sono Arcadia City, la V-SHIP Vacuum Airship e soprattutto il Mars Pathfinder Village Construction System, ma altri progetti sono anche più stimolanti). Il challenge fa il paio con quello lanciato dalla NASA stessa l’anno scorso, e vinto dal team Zopherus.

Non è necessario essere i detentori di nuove straordinarie tecnologie per voler partecipare a sfide come queste: per quanto mi riguarda, le ho sempre considerate delle buone occasioni per testare un nuovo software, un nuovo workflow o un nuovo team.

Alla sfida marziana, fa da contrappunto un’altra sfida, forse meno suggestiva ma altrettanto fantascientifica: quella contro il cambiamento climatico. Ce lo ricorda […] scegliendo “Arctic Cottage” come parola del suo dizionario del 2019. Da Snøhetta, autore tra gli altri di un hotel al circolo polare artico, a Haptic in joint venture con l’architetto norvegese Narud Stokke Wiig, che ne hanno progettato l’aeroporto, la progettazione di edifici in grado di essere ospitali in condizioni esreeme è paradossalmente un risultato naturale del surriscaldamento globale (quelle zone non sono più davvero così estreme e quindi sono disponibili per nuove lottizzazioni).

ArcticCircle_Snohetta001 ArcticCircle_Haptic001

Dallo stesso impulso di sopravvivenza nasce la ricerca tecnologica per costruire nuove città o sfruttare al meglio le città che abbiamo. Sulla costruzione di nuove città abbiamo già riflettuto in Dicembre e, non essendo un corso di urbanistica, non mi dilungo oltre. ma sull’uso di dati migliori per un mondo migliore abbiamo ancora molto da fare e da dire.

Fino a quando si tratta di estrarre dati da un singolo modello per trasmettere informazioni in modo strutturato, siamo preparati a farlo (voglio sperare). Se abbiamo lavorato in modo corretto, il nostro modello costituisce un database di informazioni strutturate in modo relazionale. Quando parliamo di Big Data, invece, parliamo di strumenti alternativi per elaborare i dati cosiddetti non strutturati.

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Se pensiamo alla non standardizzazione dei pacchetti dati all’interno del mondo BIM, siamo abbastanza lontani dall’averne bisogno. Il primo passo dovrebbe essere quello di riuscire a collezionare in un unico bacino una serie di dati, anche non strutturati, su cui lanciare l’elaborazione.

Un buon tentativo in questo senso è quello del capitolo 9 della norma UNI-11337, guidato dal professor Claudio Dejaco, che ha l’obiettivo di definire le specifiche informative per realizzare il cosiddetto Fascicolo del Fabbricato a partire da un modello BIM.

 


4. Implementazione delle nuove tecnologie

La promozione dell’adozione e lo studio per l’introduzione delle nuove tecnologie nella pratica di tutti i giorni svolge un ruolo cruciale. Con un occhio alla storia delle innovazioni tecnologiche, ai percorsi di implementazione di quelle che fino ad ora hanno cambiato il nostro modo di lavorare, possiamo renderci conto che esistono vari tipi di innovazione. A seconda delle teorie che incontrate, possono andare da quattro a quindici. La teoria che preferisco, come sapete, è quella di Clayton M. Christensen, in primo luogo perché è chiaramente un vulcaniano e in secondo luogo perché è l’inventore di una delle definizioni più utili nel mio mestiere, quella di innovazione distruttiva (disruptive innovation). Ho già parlato un paio di volte dell’approccio all’innovazione che descrive nel suo The Innovator’s DilemmaWhen New Technologies Cause Great Firms to Fail. È stato seguito da The Innovator’s Solution (2000) e Disrupting Class (2010) che parla di formazione, ma l’originale è un testo del 1997, quindi ormai vecchio di oltre vent’anni, in cui Christensen mette le basi per due concetti chiave:

  • l’introduzione di un’innovazione segue la proverbiale curva a S e richiede diverse iterazioni: la prima di queste iterazioni non sarà particolarmente redditizia per il cliente, a causa della difficoltà di implementare una novità e dei costi iniziali che non si possono ammortizzare, mentre le successive diventeranno via via più vantaggiose: il dilemma dei titolo riguarda il punto in cui è conveniente abbandonare un’innovazione per iniziare l’implementazione della successiva;
  • l’innovazione è più facile con aziende non monopoliste, che hanno grandi fette di mercato e quindi grande aspettative cui rispondere: nel nostro caso, la cosa si riassume con “i piccoli studi sono più facili da implementare dei grandi”.

Le sue teorie risultano in quella che viene spesso rappresentata come una suddivisione in due categorie di innovazione:

  • innovazione di sostegno (sustaining innovation), un’innovazione che non ha un impatto significativo sul mercato esistente, che a sua volta può essere:
    • evolutiva, ovvero un’innovazione che migliora un prodotto esistente, in un modo che i consumatori si aspettano (es: un computer con processore più potente);
    • discontinua, ovvero un’innovazione inaspettata ma che, nonostante questo, non ha un impatto significativo sul mercato (es: un prodotto di lusso o il primo segmento di un’innovazione che potenzialmente diventerà distruttiva).
  • innovazione distruttiva (disruptive innovation), un’innovazione che crea un nuovo mercato. Sulle caratteristiche che rendono distruttiva un’innovazione ho già scritto spesso, quindi in questa sede sarò breve: generalmente si considera distruttiva un’innovazione quando è di supporto a un’attività del quotidiano ed è di facile esecuzione, è accessibile sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dell’usabilità, la sua introduzione è supportata da leggi che ne facilitano l’utilizzo e si avvale di un nuovo sistema di valori.

Per tradurre la cosa in termini vicini a noi, ogni volta che esce una nuova versione di ArchiCad, per quanto offra nuovi straordinari modi di fare le scale, si tratta di un’innovazione evolutiva; i primi sistemi di computational design sono state innovazioni discontinue.

Da questa teoria se ne diramano innumerevoli altre, ma nella giornata 5 ci occuperemo principalmente del loro rapporto con la promozione del cambiamento a livello aziendale. Ci faremo dare una mano, oltre che da Clayton Christensen, da Milan ZelenyJoseph Bower e Kevin Kelly.

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