Tra Egon Schiele e Ingeborg Bachmann

Egon Schiele, Ragazza con calze grigie Dal Manifesto di oggi. Non conosco molto Bachmann e non apprezzo molto Schiele. O meglio, lo apprezzo ma come innamorarmene se accanto a lui c’è uno come Klimt? A palazzo Serra di Cassano fra letteratura e musica Per ricordare Ingeborg Bachmann a ottant’anni dalla sua nascita, l’Istituto Italiano per […]

Egon Schiele, ragazza con calze grigie
Egon Schiele, Ragazza con calze grigie


Dal Manifesto di oggi. Non conosco molto Bachmann e non apprezzo molto Schiele. O meglio, lo apprezzo ma come innamorarmene se accanto a lui c’è uno come Klimt?

A palazzo Serra di Cassano fra letteratura e musica
Per ricordare Ingeborg Bachmann a ottant’anni dalla sua nascita, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – in collaborazione con il Graduiertenkolleg «Codierung von Gewalt» dell’Università Humboldt a Berlino e il Forum Austriaco di Cultura a Roma – organizza un convegno internazionale, «Bachmanns Medien», che si apre oggi a Napoli a Palazzo Serra di Cassano (Via Monte di Dio, 14). Nell’arco delle tre giornate in cui si articola il simposio, interverranno fra gli altri Christian Bielefeldt, autore di un saggio, «Hans Werner Henze und Ingeborg Bachmann», in cui si indaga il rapporto fra la poesia dell’autrice austriaca e la musica, Friedrich Kittler, docente di estetica all’università di Berlino, lo storico della cultura Thomas Macho e Konstanze Fliedl, dell’università di Salisburgo, che ha curato una antologia sulle scrittrici austriache del dopoguerra, «Osterreichische Erzahlerinnen. Prosa seit 1945».

Una lingua per urlare delitti senza sangue – Roberta Ascarelli
Il padre di Egon Schiele faceva il ferroviere, quello di Ingeborg Bachmann l’insegnante, poi il direttore scolastico: entrambi inquieti ragazzi di periferia hanno passato la giovinezza a guardare treni, immaginando lunghi viaggi in grado di portarli lontano dalla provincia austriaca, che era lì a soffocarli: «Me ne stavo volentieri distesa vicino alla massicciata della ferrovia – scrive la Bachmann – spingendo i miei pensieri verso lunghi viaggi, in città e paesi stranieri e fino al mare sconosciuto che, da qualche parte, con il cielo, racchiude la terra. Al centro dei miei sogni, sempre mari, sabbia, navi».
I treni, la vallata stretta, il confine incombente, «le storie di buoni e di cattivi spiriti di due e di tre paesi» che si incrociano in quell’angolo d’Europa sono temi ricorrenti nel racconto autobiografico di Ingeborg Bachmann, viaggiatrice compulsiva e nostalgica che, come Canetti, visse in molti luoghi, ma trovò una fissa dimora solo nella lingua madre, il tedesco: «Ho vissuto la mia giovinezza in Carinzia, nel Sud, in prossimità del confine, in una valle con due nomi – uno tedesco e l’altro sloveno. E la casa, abitata da generazioni di miei antenati – Austriaci e Vendi – conserva ancora un nome che sa di straniero». A pochi chilometri, l’Italia e l’italiano che sapeva parlare quasi senza accento. Questa dei molti popoli è, del resto, l’Austria che aveva fatto sognare gli scrittori della Giovane Vienna tra i due secoli, sperare in anni bui i perseguitati, e che la Bachmann prende ora per sé, convinta che possa essere redenta dalla poesia, a patto che sia aspra e rigorosa.
Con una punta di civetteria si presentò al musicista Hans Werner Henze, che conobbe ad un incontro del Gruppo 47, come Heimatdichterin -, una giovane poetessa locale irretita dalla grande tradizione austriaca. Commemorandola, Heinrich Böll non la contraddice: «Una poetessa nazionale? Per carità! Una poetessa della patria…bisogna pure espatriare per trovarla la patria». Difficile, del resto, dirsi nazionali o internazionali nei turbamenti del dopoguerra per una giovane che era nata nel 1926 nella Repubblica, non si era lasciata sedurre dai proclami dell’annessione e aveva coltivato negli anni della propaganda nazista l’arte della distanza: non ci saranno connivenze con il padre schierato con i tedeschi, né con «i briganti che passano marciando». Le poesie giovanili, pubblicate postume, sono abbarbicate all’introspezione, mentre La croce di Honditsch del 1943 e il dramma Carmen Rudeira, ambientato tra Spagna e Carinzia, parlano di «tormenti libertari» e di un attaccamento tutt’altro che patriottardo all’Austria. Verso Vienna, il cammino più lungo. A guerra finita Ingeborg Bachmann fuggì via tra le macerie, per approdare ad altre macerie: frequentò l’università a Innsbruck e Graz. Ma il «cammino più lungo» fu quello che l’avrebbe portata a Vienna. Arrivò con il treno, sbarcò al Südbahnhof e si lasciò affascinare: «non lasciate che io parli di una città qualunque, ma di quell’unica città nella cui rete sono incappate tutte le mie speranze e tutte le mie paure di tanti anni. Come una grande pescatrice discinta, sempre ancora la vedo, seduta in riva al grande fiume imperturbabile, mentre tira su un bottino argenteo e putrefatto. Argentea la paura, putrefatta la speranza». Vienna, metropoli in rovina, la accolse come aveva accolto Schiele e Kokoschka, i provinciali protagonisti dell’espressionismo. Ma Ingeborg Bachmann non stava lì per distruggere la grande eredità di fine secolo, voleva esserne l’erede. Da avi illustri prese – come scrisse a proposito di Musil in uno dei suoi numerosi saggi di letteratura – il piacere della contraddizione: l’inconfessata facoltà di essere suicida o mistico, la predisposizione all’ironia, al non ‘voler essere originale’ e – last but not least – il rifiuto della metafisica. Si abbarbicò a grandi nomi privilegiando coloro che si erano premurati di preservare il senso del linguaggio, da Wittgenstein, a Hofmannsthal, a Musil, a Kraus. Discuteva alla pari con Heidegger, al quale dedicò la sua tesi di dottorato, e contraddisse l’autore del Tractatus, ipotizzando una lingua poetica in grado di «attraversare» l’indicibile per meglio resistere alla pressione intollerabile del linguaggio, «governato» dalle «frasi della «canaglia» e della attualità. Ma, inquieta, continuò il viaggio. Da nomade, iniziò a muoversi dal 1950 per l’Europa e per gli impieghi: segretaria per il Comando delle truppe di occupazione americane, «script-writer», redattrice radiofonica per la «Rot/Weiss/Rot» di Vienna, romanziera alle prime armi, rigida e misconosciuta in scontri intransigenti con gli editori. Imparò l’arte della comunicazione e, mentre scriveva oscure poesie, sopravvisse adattando testi letterari per gli ascoltatori della sera. Il suo primo radiodramma del 1952, «Un negozio di sogni», venne mandato in onda per il sollievo di inquieti travet ai quali proponeva una cura gentile, che ricorda il buon vecchio Lubitsch di Scrivimi fermo posta. «Deve pagare col tempo. I sogni costano tempo, alcuni moltissimo tempo. Abbiamo un sogno – forse potrei farglielo vedere – per il quale chiediamo una vita», conclude il venditore di sogni tamburellando su corde piene di bonomia; e il tempo – strappato alla morte e alla barbarie, tanto libero da poter essere consumato in meravigliose digressioni sul proprio inabissamento – è il protagonista della prima raccolta di versi della Bachmann, Il tempo dilazionato: una poesia colta, impegnata e misteriosa, che accompagna, insieme al suo sorriso, l’ingresso trionfale dell’autrice nell’Olimpo della letteratura tedesca. S’avanzano giorni più duri./Il tempo dilazionato e revocabile/Già appare all’orizzonte/…Non ti guardare intorno./Allacciati le scarpe./Rimanda indietro i cani./Getta in mare i pesci,/Spengi i lupini! S’avanzano giorni più duri. Si incontrano nei versi di Ingeborg Bachmann personaggi ingombranti per la coscienza del Novecento. Con «dolce» violenza verso i vecchi maestri, costruisce una visione del mondo che conosce il lato oscuro dell’esistenza e la sua martellante infelicità, ma è capace di donare critica e speranze. Non ha paura di farsi coscienza, ma non ama i proclami. Esorta allora con dolore al cambiamento, spiazza farisei e violenti; e alla poesia assegna il compito di vegliare con intransigenza scansando tentazioni e lusinghe. Deposita con gesto ampio la sua consapevolezza nei saggi su Wittgenstein e Musil, in alcuni discorsi assai nobili e nelle cinque lezioni tenute a Francoforte tra il 1959 e il 1960 dal sobrio titolo Problemi della poesia contemporanea. Tra domande senza risposte, nel ricordo di decine di autori del suo secolo e denunciando la propria incertezza, annulla tutte le frasi fatte sulla letteratura, sulla natura del poeta e della poesia. Disorientato l’ascoltatore, può avvertire un motivo che si modula e si espande fino a sovrapporsi anche ai dubbi più esibiti: non è la bellezza, lo sperimentalismo, la novità, ma l’impegno teorico a determinare la qualità di una pagina di letteratura – e l’impegno teorico si costruisce solo attraverso la cura maniacale del linguaggio, un linguaggio morale e moralizzatore, così come lo voleva Kraus: «La realtà – afferma – acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si cerca di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto». La città dei morti? Raccolto a piene mani il successo, riprese il viaggio: si avventurò nel 1953 per l’Italia, a Ischia, a Napoli, con il suo Parsifal moderno nel cassetto, frutto del desiderio di scrivere drammi in musica con Hans Werner Henze. E, soprattutto, a Roma dove si trattenne alcuni mesi e dove – dal 1958, con qualche interruzione – visse fino alla fine. Non le piacevano «i tramonti a prezzi speciali» negli aranceti del meridione e non sapeva che farsene degli entusiasmi dei tanti goethiani che avevano cercato nel Sud una rinascita per i sensi e per l’arte. Eppure, nella seconda raccolta di liriche Invocazione all’orsa maggiore, l’esperienza visiva e spaziale del Sud, il vissuto dell’esilio tra paesi e epoche danno voce ad una voce più intima e sommessa; ma non rinuncia alla battaglia contro l’alienazione: «Una pigna il vostro mondo/voi le scaglie intorno./Io lo spingo, lo rotolo/dagli abeti al principio/agli abeti alla fine. Lo fiuto, lo tento col muso, e con le zampe l’abbranco». Nelle infinite interviste, disse che per lei, donna di confine, l’Italia non era poi così lontana; affermò di sentirsi a casa nella città eterna, difendendosi così dalla invadenza dei giornalisti che, a partire da un memorabile servizio dello «Spiegel» del 1954 dedicato alla vita romana della Bachmann, non facevano che chiedere a questa «gran dama» della poesia, a vicini e negozianti, qualche indiscrezione sulla sua vita italiana. In realtà, coltivava sapientemente anche a Roma l’arte della distanza, nelle sue case sempre sul limite dei percorsi più amati da turisti e sfaccendati – a piazza della Quercia, a via Bocca di Leone e a via Giulia – e nell’arredamento ostinatamente austriaco. A Roma visse – come avrebbe scritto – per segnare il distacco dalla storia recente della sua terra e per nutrire il desiderio di tornare in patria: «ci sono persone che amano vivere su un’isola. Io stessa ero una di loro» – dice nel radiodramma Le cicale. Tuttavia non amava Roma se non come il luogo della «verticalità», lì dove visibile e invisibile si incontrano, mistero ed esperienza sono più facili da coniugare: non combatteva certo contro i luoghi comuni, la viaggiatrice che lavorava sotto pseudonimo come corrispondente di Radio Brema e della «Westdeutsche Allgemeine Zeitung», occupandosi di scioperi, delitti e crisi politiche con tutta la supponenza che si attende il lettore di un paese tradizionalmente ordinato. Ma la testimonianza più vera, dosata di sapienza e opposizione, è nel breve saggio titolato Quel che ho visto a Roma: minuziosa, l’osservazione mette in ombra tutto ciò che è monumento – «A Roma ho visto che il Tevere non era bello, ma trascurato nelle banchine», «A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimensioni, ma tuttavia è troppo grande»; rifiutata ogni celebrazione, lasciò rivivere la città dei morti con la commiserazione dei viventi. Sono cimiteri, detriti e rovine di tempi passati, assemblati come se campeggiassero davanti alla quinta misteriosa della Insel der Toden di Böcklin in un funereo paesaggio meridionale: «Nel ghetto hai visto, ciò che non tutti vedono/E che al di fuori troppo si dimentica», commenta Scholem in una poesia chiusa nel suo archivio di Gerusalemme. Ma è dell’Austria che scrisse nelle prose che la occuparono per oltre venti anni. Prima fra tutte, Il trentesimo anno, del 1961, una raccolta di novelle rifiutate da un pubblico che amava in lei la poetessa. Testi disuguali, popolati di figure inquietanti nella radicale denuncia della continuità tra il periodo nazista e il dopoguerra austriaco: «Il mondo è già immerso nelle tenebre e io non riesco a mettermi la collana di conchiglie. Non ci sarà più radura. Tu diverso dagli altri. Sono sott’acqua, sottacqua». Si conclude qui, per molti critici, il suo «periodo artistico», legato soprattutto alla lirica e si fa meno illuminante la speranza nella forza trasfigurante e moralizzatrice della poesia. Poi dieci anni di scritture e riscritture sugli orrori quotidiani dei rapporti sentimentali, su figure femminili uccise, smembrate, annichilite nell’attesa e nel rifiuto, mentre si consumava la dolorosa vicenda del legame con il romanziere svizzero Max Frisch, che con lei aveva a lungo vissuto, e si avviava una profonda crisi esistenziale. Non si muore più solo in guerra ma nella vita di tutti i giorni, nelle storie d’amore, tra le violenze dei padri, dei mariti e degli amanti – e senza sangue, senza condanne e senza punizione. E sono questi i delitti che la moralità della letteratura deve denunciare vincendo l’afasia, la follia, l’annichilimento. Una forma meno tragica del nulla. Era una Bachmann diversa quella che si apprestava a completare il progetto del ciclo «Cause di morte» (formato, oltre che da Malina, dagli incompiuti Il Caso Franza e Requiem per Fanny Goldmann). Ripiegata su una femminilità dolente ma senza disperare nel valore di verità della scrittura, parlò allora di passioni devastanti, di violenze quotidiane, ma non dimenticando la corruzione del mondo dei padri e l’insensatezza di quello dei figli. Vittime di un mondo maschile sono le protagoniste delle ultime opere che, ancora una volta senza proclami, urlano e fanno urlare l’esigenza di una nuova consapevolezza. In una Vienna mortifera si svolge il romanzo più noto, Malina, da leggere come controcanto alle storie più lievi di Tre sentieri per il lago, in cui cinque donne, giunte ad una svolta della loro vita, preferiscono una forma meno tragica del nulla, la rimozione e la cecità. Malina è invece una partitura dell’orrore psichico, un romanzo crudele di quelli che ti accompagnano nei momenti d’ombra, narrato con la concretezza ossessiva di una cronaca. Il libro, iniziato come la «storia di un amore» – amore totale, eterno, dipendente – si snoda poi come un triangolo amoroso, tra incubi e sdoppiamenti, violenze quotidiane fino alla scomparsa della donna. L’Io dilegua nella fessura di un muro che si è andata allargando sotto il suo sguardo: «Fisso la parete dove si è formata una crepa, deve essere una vecchia crepa che adesso si allarga leggermente, perché la fisso sempre». Ingeborg Bachmann morì a Roma per un incendio provocato dalla sua eterna sigaretta – le cause misteriose, il dolore lacerante fino all’annientamento. Come per il Giordano Bruno, che descrive nel suo diario romano, anche quell’incendio ha lasciato il segno. Christa Wolf la salutava così e forse così potremmo ancora oggi ricordarla: «È venerdì 19 ottobre 1973, una giornata fredda e piovosa, sono le 18.30. In Cile la giunta militare ha proibito l’uso della parola ‘compañero’. Non c’è allora motivo per dubitare della efficacia delle parole. Anche se colei che ha sempre fatto affidamento sull’uso serio delle parole non può più ricorrere ad esse; si lascia andare e vive questi giorni in una sua frase: ‘con la mia mano bruciata scrivo sulla natura del fuoco. Ondina se ne va.’ Un filo scuro si è inserito nella trama. Impossibile lasciarlo cadere. Per raccoglierlo è ancora troppo presto».

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